CHI SEI TRA GLI UOMINI?

Dialogando con gli stranieri, (dis)abitanti del Villaggio

(Open Day alla Scuola Radice di Via Paravia, sabato 2 dicembre 2017)

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Il Corriere della Sera di venerdì 1 dicembre, nelle pagine dedicate alla cronaca milanese, pubblica un ampio servizio dedicato all’alta concentrazione di bambini e ragazzi stranieri nelle diverse classi delle scuole elementari e medie cittadine.                Conseguenza: le famiglie italiane tendono a “emigrare” verso scuole dove il rapporto tra alunni italiani e alunni stranieri sia maggiormente “bilanciato”.

«Scuole con classi in cui gli stranieri arrivano all’80 per cento e da cui le famiglie italiane fuggono iscrivendo i figli negli istituti vicini o in centro. Negli ultimi quindici anni è esplosa una vera segregazione sociale, fenomeno che il Politecnico ha indagato con un dossier». Hanno condotto la ricerca Costanzo Ranci e Cristina Pacchi.

Un commento alla ricerca riprendendo Omero, L’Odissea,  potrebbe essere:
«Ma tu, dimmi questo, e schiettamente parla.
Chi sei tra gli uomini? di dove? dov’è la tua città e i tuoi genitori?
su quale nave sei arrivato? e come i naviganti
ti hanno portato a Itaca? Chi dichiaravano di essere?». [Odissea, I, 169-172]

Così si rivolge Telemaco allo “straniero” Mentes (che altri non era che Athena travestita…), giunto sul litorale di Itaca.
Dare la parola allo straniero, e ascoltarlo. Un’indicazione che stava talmente a cuore a Omero (VIII secolo a.C.), che riprese la medesima, identica strofa in XIV, 187-190 e XVI, 57-59, riferendosi ad altri viaggiatori sconosciuti e inattesi, tra i quali l’astuto e ancora non riconoscibile Ulisse.
Dunque, riflettiamo, prima di riprendere il ragionamento sviluppato dal servizio del Corriere della Sera cui ci stiamo riferendo: a scuola, si segue – per caso – l’indicazione omerica di domandare all’allievo e ai suoi genitori da dove vengono, quale fosse la loro città, come sono arrivati – per esempio – a San Siro, la loro moderna Itaca? Dagli elementi raccolti, non pare proprio.

I nodi dell’integrazione
Federica Cavadini, l’autrice, così inizia il proprio articolo sul Corriere :
«Le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora, da Maciachini al Lorenteggio. Sono le scuole con una larga maggioranza di alunni stranieri, fino all’ottanta per cento, dove l’inclusione, a guardare i numeri, pare difficile. E l’equilibrio salta per le scelte delle famiglie italiane, in fuga da questi istituti».

Parafrasando Caproni: «Se non sono straniero o ladrone/forse/è soltanto perché non ne ho avuto occasione». Straniero potrebbe essere chiunque ora cerca di sfuggirli, di starne lontano.

Ma ecco il punto: il temine straniero deriva dal latino “extraneus”, estraneo, esterno. E nessuno dei bambini, dei ragazzi e dei loro genitori possono considerarsi “estranei” o addirittura “esterni” allo spazio di vita vissuta nel quartiere e a scuola. Per un fatto di concretezza fisica. Semplicemente: esistono in quanto persone. E in quanto tali, devono di necessità – volenti o nolenti – essere accolte e (omericamente) ascoltate. Invitate alla festa di quella vita che la scuola insegna (o dovrebbe insegnare) a vivere.

Una città negata: la Milano multietnica.
Prosegue Federica Cavadini: «La fuga è verso le scuole anche multietniche ma con classi più bilanciate». E Costanzo Ranci, l’autore della ricerca, sottolinea: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incontrano mai».
La ricerca prospetta una soluzione: «Il tetto del 30% al numero di alunni stranieri per classe dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere, non imposto dall’alto, piuttosto attraverso un protocollo fra scuole con l’intervento del Comune e del Provveditorato».
Ed è opinione condivisa da Francesco Muraro, Preside dell’Istituto Giacosa: «Occorre intervenire sui flussi. Servono accordi di rete fra le scuole con la supervisione dell’Ufficio scolastico per distribuire in maniera equilibrata le iscrizioni dei bambini stranieri».
Un’aggiunta etimologica: smettiamo di utilizzare il termine “straniero”. Si tratta di persone e come tali andrebbero definite. Valorizzandone la diversità culturale e l’esperienza maturata nel corso di un viaggiare diverso ma comunque e sempre sulle vie di questo nostro povero pianeta.”

Discorrendone all’Open Day
Qualche tavolo, una ventina di bambini e bambine, fogli e gessetti colorati. Maestre e genitori, insieme, per disegnare, scarabocchiando, impressioni e immagini.
Dice una maestra: «Occorrerebbe riqualificare il quartiere, prima di pensare alla scuola. Pensi che qui, se si chiama un taxi di sera o peggio di notte, i taxisti non vengono, temendo aggressioni e rapine. E poi: se la stragrande maggioranza degli abitanti è di origine nordafricana, è naturale che conseguentemente la stragrande maggioranza dei bambini iscritti alla nostra scuola siano di origine nordafricana. Un’altra questione riguarda il fatto che, a fronte di una molteplicità di progetti dedicati agli stranieri, non ce ne sono di analoghi dedicati alla popolazione italiana».
Insomma: se l’obiettivo è quello di favorire l’integrazione tra comunità e culture diverse, bisognerebbe – oltre a “lavorare” con bambini e ragazzi nelle classi scolastiche- far sì che le istituzioni deputate (in primis, Comune) comincino a prendere in considerazione l’idea di riqualificare l’ambiente esterno alla scuola (in questo caso, il quartiere San Siro), così come ha sottolineato l’insegnante con la quale abbiamo scambiato qualche parola.
Perché, allora, il problema si illumina di una luce diversa: è ragionevole che si stia lontano dalla scuola perché non si vuole vivere in un quartiere dove vivere assume connotati di pericolosità.
Il progetto RadicaMi, che vede interagire costruttivamente UVI, Politecnico e WordBridge, ha l’obiettivo di porre le premesse per lo sviluppo di una comunità educante, avendo presente le dinamiche scolastiche nonché le azioni da condurre sul territorio nel suo complesso.

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Lo spirito folletto

 

 

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