FULVIO SCAPARRO, NELLA SUA RUBRICA IL SENNO DI POI, RIFLETTE SULLE ORMAI PROSSIME ELEZIONI (PROPONENDO AI PROSSIMI CANDIDATI DI SEGUIRE E ATTENERSI AL METODO GOLDWIN)

Mi guardo bene dal fare propaganda elettorale per chicchessia in queste settimane che precedono l’ennesima votazione per il rinnovo del Parlamento. Per quanto non sia un buon segno per la stabilità di un Paese tornare alle urne in continuazione, devo farmene una ragione e sperare di eleggere governi che resistano fino al termine del loro mandato. Essendo nato quando in Italia non si votava, vorrei evitare di terminare i miei giorni allo stesso modo. Vivo in una democrazia sgangherata, piena di contraddizioni, dominata da una classe politica in buona parte più intenta a salvaguardare i propri interessi che quelli del Paese, litigiosa. fanfarona, improvvisata, incoerente, pronta a passare da una bandiera all’altra senza esitazioni, conosciuta agli elettori più per la visibilità mediatica che per la presenza frequente, attiva e propositiva sul territorio. Malgrado tutto questo, continuo a sperare che i migliori siano eletti e questo la dice lunga su quanto io resista a prendere atto della realtà dei fatti.

Forse perché, come con delicatezza mi aveva fatto notare il datore di lavoro in occasione della mia prima occupazione di fabbrica nel 1960, sono “uno stro… con dei princìpi”. Aveva anche aggiunto una chiosa inquietante degna del capitano William Bligh: “È più facile diventare pezzente per uno che è nato signore, che per uno nato pezzente diventare signore. Pensaci bene perché io e te siamo nella stessa barca e non tollero alleanze tra gli ufficiali e la ciurma.” Quell’azienda non era il Bounty e soprattutto io non ero Fletcher Christian ma solo un modesto impiegato al suo primo lavoro. Confesso però che quella nomina sul campo a ufficiale aveva fatto vacillare i miei princìpi. Fui tentato di abbandonare gli ammutinati al loro destino per mettermi al ben remunerato servizio dell’armatore, ma poi ha prevalso lo “stro…” che l’occhio esperto del padrone aveva individuato in me.

“Siamo tutti sulla stessa barca” mi aveva messo in allarme. È infatti uno dei luoghi comuni più irritanti se usato dal comandante della nave o dai passeggeri di prima classe. Immagino che qualcosa del genere debba averlo detto Noè alle coppie di animali che gli chiedevano perché mai il diluvio dovesse colpire anche loro e non soltanto gli umani, unici responsabili delle nefandezze all’origine del tremendo castigo divino.

Misi a parte il padrone di queste acute considerazioni e il brav’uomo si convinse su due piedi a inserire il mio nome accanto a quello di centinaia di operai nella lista di denunciati all’autorità che i suoi avvocati avevano preparato per l’occupazione della fabbrica. 

In queste circostanze, mi perdonino i lettori di diversa opinione politica, non potevo che affidarmi fiducioso alla sinistra italiana, una palestra di masochismo senza eguali. La capacità che hanno sempre avuto i suoi dirigenti di mettersi i bastoni tra le ruote è talmente straordinaria che ho avanzato questa ipotesi: sarà pur vero che parte dei finanziamenti ai partiti di sinistra sono arrivati per molti anni da Mosca, ma dopo la caduta del muro di Berlino le elargizioni devono essere pervenute dalle casse dei partiti di destra e dalla CIA in segno di gratitudine per la nostra comprovata capacità di autodistruzione.

Sempre per evitare di fare propaganda elettorale, mi permetto di fare dell’autoironia sulla mia collocazione a sinistra, ammesso e non concesso che io sappia dove si trovi. Ulteriori dettagli li troverete nel mio L’antispocchia, Milano, Bompiani, 2015.

  La sinistra italiana che aveva iniziato il XX secolo piena di coraggio e speranza ha affrontato il nuovo millennio nel segno dello stupore, o meglio in stato stuporoso. Trova tutto sorprendente, assiste a bocca aperta alla comparsa in forza dei nuovi potenti. Come la gentil farfalletta “tra l’erbetta a volo sorpresa” sembra chiedere ai nuovi “pacchi” inviati dalla Provvidenza “vivendo, votando, che male ti fo?” C’è di che andare in giro con naso e baffi finti per non farci riconoscere da figlie e figli, se è vero che tutto questo un giorno sarà loro.

Quando discutiamo con i ragazzi su chi votare alle prossime elezioni, li mettiamo di fronte alla prospettiva di scegliere per quale ex votare, ex comunista, ex socialista, ex fascista, ex democristiano, e perfino non pochi ex “ex”. È un ex voto quello che proponiamo loro ma non si capisce per quale grazia ricevuta.

Potrei ribellarmi e diventare un ex elettore ma, come ho detto, non ci riesco. Da quando ho raggiunto la maggiore età, la mia parte politica ha perso tante elezioni ma io non me ne sono persa una. Un vero serial loser, un perdente seriale. Eppure credo che, da buon masochista, insisterò almeno fino a quando mi sarà consentito.

Provo però un’istintiva diffidenza nei confronti di coloro che teorizzano e praticano il salto della quaglia come principio di vita.

Intendiamoci, cambiare idea è spesso segno di vivacità e onestà intellettuale.Niente di peggio della cieca e ostinata adesione a un’ideologia. Qualche dubbio sorge però quando si è pagati in denaro o privilegi per cambiare, quando ci si trasferisce da un fanatismo all’altro, quando, per compiacere ai padroni di turno, ci si accanisce su coloro che una volta erano nostri compagni e non hanno avuto la fortuna di essere toccati dall’illuminazione. Uno dei più intollerabili vezzi invalsi negli ultimi decenni è quello di beatificare l’opportunismo, spacciare per apertura mentale e libertà di pensiero il repentino passaggio armi e bagagli nelle schiere dei vincenti e impartire lezioni a coloro che non tengono il passo del nuovo che avanza.

Tradizione e buon gusto vorrebbero che, una volta folgorati sulla via di Damasco, ci si ritirasse per un lungo periodo nel deserto a meditare, digiunare e purificarsi. Poi, se è proprio strettamente necessario, si può riemergere come “uomini nuovi”, tranquilli e comprensivi nei confronti dei peccatori rimasti nel buio dell’ignoranza e ancora prigionieri di quelle che una volta erano le nostre ferree convinzioni.

  Gli ex hanno un pregio, la creatività, che si manifesta appieno nella scelta di nuove sigle e nuovi simboli con cui mimetizzare vecchi e non più presentabili schieramenti. La sinistra si è distinta in questa frenetica opera di restyling producendo un numero prodigioso di nuovi acronimi che, per limitarmi all’ex Partito comunista, ha portato alcuni tra i compagni più anziani a perdere l’orientamento, passati come sono da PCI a PDS a DS a PD nel giro di pochi anni. L’ablazione graduale e apparentemente indolore della falce e martello costrinse la mia amata suocera, ultranovantenne cattolica e comunista, a rifiutarsi di votare perché non trovava più il simbolo su cui aveva messo la croce fin dal secondo dopoguerra. Non è facile per molti anziani accettare l’idea che oggi l’unico PC che vada per la maggiore sia il Personal Computer.

Nell’opera di restauro della facciata, la sinistra si è come suo solito divisa nella ricerca di una via botanica al socialismo. Sarebbe stato più semplice riunirci tutti pudicamente sotto la collaudata foglia di fico e invece ci siamo messi a ravanare tra garofani, rose, margherite, ortaggi, querce, ulivi, arbusti e licheni per nascondere falci, martelli, libri, bandiere rosse e soli dell’avvenire che non potevano più comparire sulle nostre bandiere. Mentre gli avversari andavano al sodo affidandosi a croci, tricolori al vento, guerrieri con spada sguainata, slogan e facce a loro avviso rassicuranti, noi consultavamo freneticamente Linneo di cui per fortuna ignoravamo l’anagramma “o lenin” che ci avrebbe messi in allarme.

A chi oggi mi chiede per chi votare, in prima battuta consiglio di riflettere sulla Profezia dell’armadillo del geniale Zerocalcare: «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen.»

In seconda battuta, suggerisco di votare per quei candidati che accettano disottoporsi al Metodo Godwin.

Qui ci vuole una spiegazione. Avevo già avanzato questa proposta, senza successo, molti decenni fa in occasione del centenario della prima edizione di Tre uomini in barca (per non parlar del cane) di Jerome K. Jerome, libro che ha alleviato i tormenti della mia adolescenza e ha consentito a Jerome di accedere al mio pantheon privato. I biliosi critici, al tempo della prima uscita del libro, inorridivano alla lettura dell’esilarante avventura dei tre amiconi sul placido Tamigi, così ricca di eventi del tutto insignificanti, ma l’eccezionale successo di pubblico fece giustizia.   Fin da quando l’ho letto per la prima volta il libro ha provocato in me, una reazione che Lorenz avrebbe chiamato imprinting. Ricordate, spero, le ochette rese orfane della madre in ancor tenera età zampettanti al seguito del rispettabile professore. Questi arrancava carponi per il giardino simulando la defunta genitrice ormai finita in pâté, mentre le ignare creaturine, accecate dall’istinto, scambiavano l’illustre etologo per mamma oca, roba da denuncia per maltrattamenti.

Qualcosa del genere è successo a me. Dal primo incontro con Jerome sono diventato pregiudizialmente ben disposto verso chi si oppone alla tetraggine dominante con una vena di ironia e di umorismo. Nel dicembre del 2014, ho letto con piacere le cosiddette malattie della Chiesa elencate da Papa Francesco. La dodicesima malattia è quella della faccia funerea: “ossia delle persone burbere e arcigne, le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri, soprattutto quelli ritenuti inferiori, con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé.” Parole ribadite e rinforzate nel discorso tenuto dal Papa il 4 settembre 2022 in occasione della beatificazione di Papa Luciani. Come le ochette di Lorenz tendo a seguire chi sa essere serio nelle poche circostanze serie della nostra vita ma evita di essere serioso nelle numerose circostanze in cui un po’ di distacco non guasta. Non sopporto i menafrècc, coloro che gelano entusiasmi, progetti, slanci, soprattutto dei ragazzi e delle ragazze, con il cupo pessimismo di chi vede il male dovunque, di chi invidia il sorriso altrui.

Ora che mi sono sfogato, apriamo Tre uomini in barca.

I tre amici sono in navigazione tra Picnic Point e Old Windsor. Jerome racconta: “Old Windsor è un posto famoso a suo modo. Edoardo il Confessore aveva qui un palazzo e qui il conte Godwin fu considerato dalla giustizia dell’epoca colpevole di aver provocato la morte del fratello del re. Il conte Godwin prese un pezzo di pane in mano. ‘Se sono colpevole’, disse, ‘possa questo pane soffocarmi mentre lo mangio!’ Mise il pane in bocca, soffocò e morì.

Metodo semplice ed efficace al quale i nostri candidati potrebbero sottoporsi pubblicamente senza timori, visto che nessuno di loro e di noi crede a stregonerie del genere. Eppure nessuno, che io sappia, ci ha mai provato.

Le puntate precedenti:

1 novembre 2021  Tutti in fila per tre. La  falsa e pericolosa armonia del conformismo

20 dicembre 2021 A proposito di Babbo Natale e degli adulti che non mentono mai

6 gennaio 2022 Bambini bislacchi esseri di confine

4 febbraio 2022 L’appuntamento

2 marzo 2022 Un lusso dei tempi di pace: la ninna nanna

2 aprile 2022 Elogio delle madri scudo.

4 maggio 2022 Come ti erudisco il pupo

2 giugno 2022 Amici d’infanzia

2 luglio 2022 Soli, davanti allo specchio

2 agosto 2022 Giocare per giocare (e altro ancora)

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