Cultura

Il primo e più antico significato consiste nell’intendere, con il termine “cultura”, la formazione dell’uomo e il suo migliorarsi. Francesco Bacone (1561-1626) la definì “Georgica dell’uomo”. Non è escluso che lo si sappia, ma in ogni caso è bene ricordare l’origine etimologica della parola “Georgica”: dal greco Γεωργικός, Gheorghikos, “abile contadino” o anche “agricoltura”. L’essere umano, bambino, adolescente o adulto che sia, deve essere “coltivato”; nel nostro caso, sarà il Volontario che, come un abile contadino, ne dovrà curare crescita e sviluppo. Con gli strumenti relazionali e le modalità di volta in volta più adatte al contesto storico-sociale in cui si verrà a trovare. Tenendo quindi in debito conto vincoli, obiettivi, richieste.

Una seconda definizione (formulata a partire dal Diciottesimo secolo) consiste nell’intendere la C. come il prodotto di questa formazione, cioè l’insieme dei modi di vivere e di pensare che, una volta che siano stati coltivati come si deve, verranno a costituire la cosiddetta civiltà.

I Futuristi (come è loro abitudine) buttano tutto all’aria. In un Manifesto del 15 giugno 1916 affermano: «L’unico genere di cultura utile è quella che uno spirito originale sa procurarsi da sé, qua e là, con uno studio a fiato, caotico, profondamente sregolato». Solo in quest’ottica, precisano, si potrà essere felici di scoprire oggi una verità che distrugga la verità di ieri.

Oscar Wilde pare condividere in linea di massima questa prospettiva quando appunta «Non ho mai permesso alla scuola di interferire con la mia educazione».

Il Manifesto si conclude precisando quali caratteristiche dovrebbe avere – per i Futuristi – la Scienza. Che dovrebbe essere «Agile, capricciosa, ignotofila, sicurezzofoba, aggressiva, avventurosa, antitedesca, aculturale».

Al contrario della Scienza definita “passatista” che, infatti, è «pedantesca, professorale, seria, seccatrice, meticolosa, sicura, pachidermica».

Un pensiero su “Cultura

  1. Varrebbe la pena di aggiungere: “I bambini non sono otri da riempire ma lampade da accendere”, secondo l’ indicazione che ci arriva dal mondo dell’antica Grecia. Potremmo – forse e per estensione – considerare il Volontario una lampada già accesa e non un otre pieno di sapere e conoscenze sterili. Nella seconda metà del Quattrocento, Sandro Botticelli, con la sua “La Calunnia”, ce lo ricorda: le statue e i bassorilievi, nella parte alta del dipinto, stanno proprio a rappresentare la differenza tra erudizione e cultura (coloro che hanno avuto modo e occasione di partecipare al corso base dovrebbero ben ricordarlo…). Diciamo che UVI vorrebbe essere, anzi: è, agente di promozione culturale, non certo nel senso proposto dai simpatici e bizzarri Futuristi…

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