MATEMATICANDO, MATEMATICANDO, CHE MALE TI FO’? RIFLESSIONI DI LUCA BENVENUTO A PROPOSITO DELL’INTERVENTO DELLA PROF. VERENA ZUDINI DELLO SCORSO 7 FEBBRAIO

Tra le materie scolastiche più odiate dagli studenti a partire dalla scuola primaria, vi è proprio la matematica ed è un vero peccato vedere quanto poco si costruisca per far cambiare idea a schiere di studenti, che provano verso di essa un’avversione così forte da allontanarsene perché la considerano troppo impegnativa. Eppure tutto il mondo ci parla di matematica. È rigore, ordine, astrazione, concretezza, parla un linguaggio proprio fatto di regole e di leggi, ed è fonte di soddisfazione nel momento in cui la si comprende e la si fa propria.

Da cosa dipendono le difficoltà che incontrano i bambini già dal primo anno della scuola primaria, anche quando l’approccio che l’insegnante adotta è di tipo ludico-creativo? 

Perché la matematica suscita sentimenti di rifiuto, tanto da reprimere l’intuizione di cui tutti siamo dotati fin dalla nascita?

Centinaia di educatori e ricercatori in neuroscienze educative o scienze cognitive hanno cercato di far luce sulle motivazioni che ci spingono ad amare o ad odiare la matematica ed hanno trovato che alcune aree del cervello come l’ippocampo, l’insula e l’amigdala, sono la sede sia dei processi logici e astratti, ma anche di alcuni recettori del dolore e dell’ansia che possono attivarsi ad esempio in quei casi in cui la matematica viene vista come una brutta bestia ed è proprio l’attivazione di questi circuiti neuronali ad essere responsabile dell’ansia  da prestazione. La matematica richiede ordine, impegno, una bella grafia, significa tenere il rigo, mantenere la linearità dei propri pensieri, non dà spazio alle distrazioni o alle dimenticanze o anche alle ripetute assenze. È continuità nel tempo e nello spazio, significa essere tenaci, perseveranti, resilienti, significa andare per tentativi ed errori come i nostri antenati hanno fatto fin dall’inizio dei tempi e sembra che ce ne siamo dimenticati o probabilmente non lo insegniamo più ai nostri figli. Chiaramente non tutti siamo dotati delle stesse facoltà cognitive per apprendere la matematica. Certuni hanno attitudini più sviluppate per comprendere, interpretare ed applicare la matematica, possedendo un modo di ragionare più opportuno, una mente analitica e cartesiana, che corrisponde perfettamente a quanto richiesto dalla disciplina in questione. Altri faticano a comprendere, ma provano – a volte invano – a risolvere anche una semplice divisione ad una cifra. La matematica non è facile per tutti! In un numero crescente di bambini compaiono presto  difficoltà nel fare calcoli a mente, non riescono a memorizzare le tabelline,  non riescono a decodificare un testo, non comprendono la consegna, non sanno usare gli strumenti; in effetti sia la pandemia sia i cambiamenti epocali nella società, in cui i genitori spesso delegano ad altri il ruolo di educare i loro figli come la scuola, i centri sportivi, i centri ricreativi  o i centri di doposcuola, fanno perdere quella che è la cura parentale che si riflette poi in un insuccesso scolastico, tant’è che sono in aumento  le segnalazioni  di DSA. E poi subentra la rassegnazione di chi non capisce e non capirà mai, si colpevolizzano i geni ricevuti o gli insegnanti che non insegnano, o la mancanza di continuità nel corpo docenti. È stato appurato che la componente genetica gioca un ruolo minimo nella bravura in matematica, piuttosto è stato visto che la buona riuscita dipende essenzialmente dall’ambiente dove il bambino cresce e dalle modalità con cui si è approcciato alla matematica fin da piccolo. Gli insegnanti che devono spiegare la matematica oggi incontrano sicuramente più difficoltà rispetto al passato, devono vincere l’ansia genitoriale, devono far comprendere agli altri docenti come non si può spiegare matematica se i bambini non hanno un lessico specifico, perché il linguaggio matematico impone la capacità di leggere e comprendere un testo scientifico, e che la lettura di quel testo aprirà le menti molto più di una novella o di una fiaba. Ma qual è l’approccio più giusto che dà soddisfazioni a chi insegna e a chi impara la matematica?

Nel corso del mio tirocinio, insegnando a bambini di scuola primaria classe quarta, mi sono accorto che l’intuizione gioca un ruolo fondamentale. Ci sono quei bambini che ti capiscono al volo, colgono subito i concetti fondamentali e li fanno propri adattandoli poi successivamente in altri contesti, per altri invece -che hanno accantonato l’intuizione – mi sono accorto che l’approccio laboratoriale, partendo dal concreto per arrivare all’astratto, può essere di grande aiuto, come pure l’uso di modelli legati alla realtà quotidiana. Un certo successo l’ho ottenuto con il cooperative learning, apprendimento che si basa sull’interazione di un gruppo di discenti che collaborano al raggiungimento di un obiettivo comune, o alla peer education, in cui il bambino che aveva capito spiegava all’altro bambino come fare. Quando si parla di matematica nella scuola primaria, il concetto è trasformare concetti astratti in configurazioni visive, in oggetti da toccare, spostare muovere, vanno bene le aste per misurare, i regoli, i cubi, le palline, ma anche e soprattutto gli incoraggiamenti e i premi. L’importante è non lasciare solo il bambino con le sue frustrazioni. Suscitare la curiosità del bambino proponendo delle sfide per arrivare da solo alle conclusioni, aiutare il bambino a formulare ipotesi e cercare di verificarle attraverso una dimostrazione, abituarlo ad osservare, ad analizzare e a sintetizzare, contribuiscono a dargli la consapevolezza di poter riuscire a capire i ragionamenti matematici e di saperli applicare anche nella vita quotidiana. E poi sicuramente i rinforzi positivi, possono stimolare il bambino alla perseveranza, alla resilienza, a rimuovere gli ostacoli che intralciano l’intuito. Un bravo insegnante deve trovare strategie di volta in volta e deve saperle adattare al singolo discente rispettando il suo ritmo di apprendimento e al suo modo di apprendere. Si può fare matematica anche partendo dall’osservazione di un contesto reale, risolvere i grandi e piccoli problemi quotidiani, cominciando dall’organizzazione della giornata, del lavoro…aiutando chi ci sta vicino, nei limiti che ciascuno ha.

LUCA BENVENUTO

2 Replies to “MATEMATICANDO, MATEMATICANDO, CHE MALE TI FO’? RIFLESSIONI DI LUCA BENVENUTO A PROPOSITO DELL’INTERVENTO DELLA PROF. VERENA ZUDINI DELLO SCORSO 7 FEBBRAIO”

  1. Interessantissima analisi, soprattutto costruttiva. Questa attenzione e questa concretezza credo debbano essere presi ad esempio per tutti i problemi della vita, non solo la matematica, ed è ottimo a tutte le età

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  2. Caro Luca Benvenuto,
    quando lei scrive: “…in effetti sia la pandemia sia i cambiamenti epocali nella società, in cui i genitori spesso delegano ad altri il ruolo di educare i loro figli come la scuola, i centri sportivi, i centri ricreativi o i centri di doposcuola, fanno perdere quella che è la cura parentale che si riflette poi in un insuccesso scolastico, tant’è che sono in aumento le segnalazioni di DSA”… sembra accusare i genitori o la società di un problema neurologico quali sono i disturbi specifici dell’apprendimento. Ovviamente mi sembra una tesi quantomeno azzardata, intanto perché evidentemente ritiene che la scuola non sia l’ambito delegato all’educazione dei bambini, così come non lo sarebbero neppure i centri sportivi, ricreativi o i doposcuola; io ritengo, invece, che tutti questi ambiti siano gestiti (tranne rarissimi casi sfortunati) da personale specializzato e formato proprio allo scopo di insegnare ai bambini non solo le materie curricolari, ma anche le attività sportive e le abilità di interazione e socializzazione. Proprio quello che viene in effetti fatto da UVI, che da anni si impegna per coadiuvare insegnanti ed educatori nel difficile compito di assistere l’infanzia meno fortunata. Con le sue parole lei mette in discussione, però, non solo quelle istituzioni, ma anche tutte le importanti conquiste ottenute dalle donne in tanti anni di lotte: la scuola, il doposcuola e tutte le attività extracurricolari permettono infatti alle madri di poter avere finalmente una loro autonomia lavorativa aldilà degli impegni familiari. Una donna lavoratrice non è meno madre perché affida il figlio alla scuola, e non è sicuramente colpevole degli insuccessi dei suoi figli.
    I problemi di DSA, poi, come dicevo, sono problemi squisitamente neurologici; Donald Hammill, nel 1990, definiva le caratteristiche generali del Disturbo di Apprendimento basandosi sull’intesa a cui erano giunte numerose associazioni di ricerca e di intervento nel campo, e cioè come un gruppo eterogeneo di disturbi manifestati da significative difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di abilità di ascolto, espressione orale, lettura, ragionamento e matematica, presumibilmente dovuti a disfunzioni del sistema nervoso centrale. Principale caratteristica della DSA è la “specificità”, tale disturbo infatti è riferito a uno specifico dominio di abilità, mentre rimane intatto il funzionamento intellettivo generale.
    Più avanti lei scrive ancora: “È stato appurato che la componente genetica gioca un ruolo minimo nella bravura in matematica, piuttosto è stato visto che la buona riuscita dipende essenzialmente dall’ambiente dove il bambino cresce e dalle modalità con cui si è approcciato alla matematica fin da piccolo.” Anche questa mi sembra una teoria discutibile. Se è vero che l’ambiente influenza lo sviluppo cognitivo dei bambini, è anche vero che già nel lontano 1983 lo psicologo americano Howard Gardner elaborò l’interessante teoria delle intelligenze multiple, una delle prime teorie che va oltre il paradigma fino ad allora prevalente, secondo cui l’intelligenza è un fattore unico. Secondo Gardner, la vita umana richiede lo sviluppo di diversi tipi di intelligenza e, insieme ai suoi colleghi dell’Università di Harvard, ne individuò almeno otto differenti. Non è detto che chi non possiede capacità matematiche, non possieda altre capacità altrettanto importanti.
    Questo fatto può essere testimoniato da tanti genitori che, come la sottoscritta, si trovano ad affrontare figli con capacità completamente diverse e che rimangono spesso basiti di fronte alle manifeste diversità tra fratelli: mia figlia è una grande appassionata di matematica, mentre suo fratello fa fatica anche solo con le tabelline. Come mai? Li avrei esposti a stimoli differenti? o mi sarei rapportata a loro in modo così diverso da giustificare una simile differenza? Le assicuro che non è questo il caso. E credo che tanti altri potrebbero testimoniare come me la stessa cosa.
    Con cordialità
    M. Chiara Tronconi

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