PSICOCOSE ai tempi del Coronavirus 2. La collettività

Facciamo parte di una società e oltre a poter agire per noi stessi possiamo e dobbiamo fare qualcosa anche per la collettività. Come?

In un momento come questo dipendiamo l’uno dall’altro, siamo responsabili per noi stessi ma anche per gli altri, restiamo a casa per difenderci e per difendere. Ci viene chiesto di rispettare delle semplici regole perché siamo inevitabilmente legati tra noi: il contagio avviene di persona in persona e la protezione anche; ciò che facciamo influenza noi e influenza l’altro.
Ci viene chiesto di fare questo sforzo in una società come quella occidentale basata ormai sull’individualismo, una società nella quale spesso pensiamo a noi stessi, al nostro lavoro, una società in cui teniamo lo sguardo fisso per non girarci a parlare col nostro vicino di metro, in cui sproniamo i nostri figli ad ottenere i voti migliori a scuola.
Viviamo in una sorta di paradosso: predichiamo il rispetto reciproco e il valore della cooperazione ma di fatto in ogni nostra attività puntiamo al risultato più alto, cerchiamo di raggiungere il successo e di diventare qualcuno spesso a discapito di altre persone; sentiamo parlare di collaborazione ma il più delle volte ci concentriamo solo su noi stessi e questo genera rabbia, allontanandoci ancora di più.
Tipica situazioni di questi giorni: “io mi impegno per stare a casa, anche se vorrei uscire a fare un giro, e poi vedo gente nel parco di fronte a casa mia… perché? Allora che senso ha che io resti a casa e loro no? Mi fa rabbia… perché io devo rispettare le regole mentre gli altri non lo fanno?”.

La verità è che stiamo affrontando un fenomeno collettivo (la diffusione di un virus) in una società che è sostanzialmente individualista.

Lo psicologo tedesco Kurt Lewin, nella sua Teoria dei gruppi, afferma che il gruppo si basa sulla interdipendenza dei suoi membri, i quali sono legati tra loro da un destino comune; in poche parole, se percepiamo di avere un destino comune riusciamo più facilmente a sentirci parte di un gruppo.
Forse questa emergenza sanitaria, che rappresenta una sorta di destino comune, riuscirà a farci capire che apparteniamo tutti allo stesso gruppo, cioè al genere umano? Riuscirà a renderci più collettività e meno individualisti? Più razza umana e meno razzisti?
L’obiettivo probabilmente è un po’ ambizioso.

Forse terminata questa fase di Coronavirus poche cose cambieranno, forse torneremo a ricercare il successo, forse continueremo a vivere in una società individualista che sprona i propri figli a ottenere sempre i risultati migliori… o forse no.
Il cambiamento parte delle piccole cose, magari non lo vedremo subito e non su larga scala ma credo che la condizione in cui ci troviamo non possa lasciarci indifferenti e non possa non lasciare un segno. Lo credo perché da studentessa che vuole diventare una psicologa non posso non credere nel cambiamento e nel fatto che la nostra società possa cogliere anche i momenti più critici e bui come sfida per migliorarsi. E se iniziamo a crederci tutti e a metterci nella condizione di cambiamento, il cambiamento avverrà.

Saper guardare alla collettività e non soltanto a noi stessi può essere un mezzo potentissimo di sostegno reciproco, uno strumento valido nei momenti di bisogno per ricevere aiuto. Ma per ricevere aiuto bisogna prima di tutto avere il coraggio di chiedere aiuto.
Come?… al prossimo articolo!

Alice Aratti

#iorestoacasa

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