SISTEMI ANTI-ABBANDONO…E SE NON FOSSERO POI COSI’ UTILI?

Dal 6 Marzo sono diventati obbligatori i nuovi sistemi anti-abbandono.
Ma cosa è successo alla mente di chi ha lasciato il proprio figlio in auto? Amnesia…? Stress…? Blackout…? E se dietro questi gesti ci fosse qualcosa di diverso che potrebbe addirittura rendere inutili questi sistemi?
Jacopo 11 mesi, Elena 22 mesi, Gioia 17 mesi, Luca 2 Anni. Sono solo alcuni dei nomi che hanno trovato spazio nelle prime pagine di cronaca nera dei giornali. Tutti bimbi morti perché rimasti chiusi in auto per ore sotto il sole.
In Italia e in Europa non esiste ancora un database di questi casi, quindi dobbiamo spostarci oltreoceano per avere a disposizione dei dati statistici. Lo facciamo con l’aiuto dell’associazione NOHEATSTROKE.ORG, attiva da anni nella prevenzione e la divulgazione dei dati legati a queste morti. NO HEAT STROKE sta a significare NESSUN COLPO DI CALORE, già, perché è proprio l’ipertermia la principale causa biologica della morte di questi piccoli angeli.
Quando la temperatura corporea supera i 40° gradi (104 F) i meccanismi di termoregolazione vengono sopraffatti; iniziano a manifestarsi allucinazioni, nausea, battito cardiaco accelerato e convulsioni; quando la temperatura supera i 41,5° (107 F) iniziano una cascata di eventi nel nostro corpo che possono portare rapidamente alla morte. Pensate che in un bambino la temperatura corporea può aumentare da 3 a 5 volte più velocemente che in un adulto.
In una giornata estiva con una temperatura esterna di 26° in soli 30 minuti all’interno dell’abitacolo si possono raggiungere i 45° gradi. Provate a immaginare quanto pericoloso possa essere per un bambino trovarsi in quella situazione.
“NEVER LEAVE A CHILD UNATTENDED IN A VEHICLE. NOT EVEN FOR A MINUTE!”
Già nel Luglio del 2012 in uno studio condotto dalla National Higway Traffic Safety Administration (NHTSA) sono stati valutati e messi a confronto diversi sistemi dotati di tecnologia utile a prevenire la morte dei bambini involontariamente abbandonati nel veicolo. Lo studio ha concluso che tali sistemi, finché le tecnologie non ne permettano la realizzazione di più efficaci, sono al momento la miglior soluzione.
Se guardiamo i grafici, purtroppo i casi dal 2012 ad oggi non sono diminuiti bensì aumentati. Dal 1998 al 2019 solo negli Stati Uniti sono morti 849 bambini.
Cosa succede ad un genitore che lascia in auto il proprio figlio involontariamente per poi accorgersi dell’accaduto a tragedia compiuta?
Voglio avanzare due ipotesi . Una prima accolta e sostenuta da gran parte della comunità scientifica e una seconda ipotesi che sono certo pochi di voi conoscono perché dai media taciuta, ma è su quella che vi invito a riflettere maggiormente.
Partiamo?
Ipotesi 1. Amnesia Dissociativa
Ebbene si, la maggior parte degli psichiatri sembra concordare con questa diagnosi. Rendiamo semplice il concetto: Il genitore mette al sicuro il bambino nel seggiolino sui sedili posteriori, e si avvia verso l’asilo dove lascerà il proprio figlio. Invece di girare a destra verso l’asilo, in maniera automatica vira verso sinistra verso il suo posto di lavoro. Parcheggia, scende dall’auto e si avvia a svolgere la sua giornata lavorativa regolarmente, fintanto che qualcuno non l’avviserà della tragedia che si è consumata. Diranno che siamo stressati, che viviamo una vita troppo impegnata, che siamo sempre di corsa ed è per questo che la nostra memoria andrebbe in corto circuito cancellando quell’unica informazione prioritaria di quel frammento della nostra vita che aveva veramente importanza e che avrebbe evitato il tutto, ovvero che avrei dovuto lasciare il bimbo al nido e a quell’incrocio avrei dovuto svoltare a destra anziché sinistra. Il nostro cervello, quindi, tra nostro figlio e un portafogli non farebbe differenza.
Potrebbe quindi capitare a chiunque.
Ma cosa dice la letteratura di riferimento sull’ Amnesia Dissociativa?
Il DSM-V inquadra l’amnesia dissociativa come l’incapacità di ricordare importanti informazioni autobiografiche di solito di natura traumatica o stressogena, non riconducibile a dimenticanza. I sintomi causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
Ma come? Perché nel DSM-V non si fanno riferimenti a ritmi frenetici e a livelli di distress?
Chi è affetto da amnesia dissociativa dovrebbe trovarsi in difficoltà nelle relazioni interpersonali sociali e lavorative, e allora come si spiegherebbe che la maggior parte dei genitori che hanno perso un bambino lasciandolo in auto siano realizzati professionalmente, anche con ruoli manageriali, e siano perfettamente integrati nel tessuto sociale? Siamo proprio certi di poter parlare di Amnesia Dissociativa …???
Passiamo alla seconda ipotesi. Sarò diretto e so che per molti sarà difficile da accogliere. Il tema è complesso e non potremo certo esaurirlo con un solo articolo, ma vi chiedo uno sforzo, abbassate le vostre difese e ascoltate, semplicemente ascoltate quello che sto per dirvi, vi lascerò dei link se vorrete approfondire il tema.
Non è vero che può succedere a tutti .
Proprio così, non si tratta di una dimenticanza, anzi l’unica cosa che andrebbe veramente dimenticata è proprio la parola “dimenticanza”.
La psichiatra Annelore Homberg nel Maggio del 2011 scriveva sulla rivista Left: “ Qualcuno dimentica le chiavi di casa, qualcun altro l’appuntamento dal dentista ma non esiste che si dimentichi un bambino. Può accadere, invece, che un bambino venga annullato, venga fatto sparire internamente come se non fosse mai esistito. A differenza della dimenticanza, l’annullamento non è una cosa senza alcuna pertinenza psichiatrica che capita a tutti bensì una dinamica estremamente patologica che per fortuna riguarda solo un numero ristretto di persone.[…] Nella propria mente, l’altro non esiste più.”
Sconvolgente vero? Una patologia che ci spinge ad annullare un altro essere umano, perfino nostro figlio?
Si,esiste
Il padre di questa teoria è lo psichiatra Massimo Fagioli, scomparso nel 2017 all’età di 85. Psichiatra controverso per molti è noto per le sue vigorose critiche nei confronti del padre della psicanalisi, Sigmund Freud. Fagioli parla per la prima volta di pulsione di annullamento in un suo testo del 1972 Istinto di morte e Conoscenza.
La pulsione di annullamento è legata all’anaffettività che non va tradotta come mancanza di affetto. Tutti i genitori che hanno perso un figlio sono stati descritti come amorevoli, premurosi ma l’affettività è qualcosa di diverso e va ricercata non tanto nel mondo fisico del bambino quanto in quello umano. Se ci fermiamo nel curare i propri figli al mondo reale e fisico, tralasciando la loro dimensione fantastica, potremmo sviluppare anaffettività. Essere affettivi di contro significa essere in grado di vedere quello di cui il bambino ha bisogno, e riuscire a vederlo soprattutto nelle tappe evolutive della separazione.
Pensateci un attimo, tutte queste tragedie avvengono nei primi anni di vita del bambino e coincidono sempre quando il bambino deve essere accompagnato al nido o dai nonni, coincide sempre quando si attua, per l’appunto, una separazione. E’ una crisi che deriva da una condizione patologica, curabile, che porta a far sparire dalla propria mente il bambino come se non fosse letteralmente mai esistito. Non è improvviso, difatti i genitori hanno già annullato la realtà umana del bambino. Diventa un non-bambino, un non-umano, viene appunto annullato
Tornando ai nostri sistemi anti-abbandono, in virtù delle due teorie a cui vi ho introdotto, e se è vero che in alcuni casi i genitori siano usciti dal lavoro, si siano messi in macchina per andare a prendere il proprio figlio all’asilo e solo una volta giunti sul posto si siano accorti che il bambino in realtà non avesse mai lasciato la macchina, oppure di chi ha udito rumori provenire dalla propria auto e tornando indietro a controllare non abbia visto il proprio figlio sul seggiolino, possiamo essere certi che siano veramente efficaci e siano la sola soluzione per prevenire queste tragedie? Basterà un semplice bip a far ritornare alla nostra mente l’immagine di nostro figlio?
Antonio Viscardi

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