AL LAVORO CON IL DALAI LAMA (IL VOLONTARIO: MAGARI STANCO, MA FELICE)

Potrebbe sembrare inopportuno, in un periodo di forte crisi economica, disquisire su un argomento che tratta di benessere e felicità.
Sono molte, infatti, le persone che pensano che nei momenti difficili la serenità non sia prioritaria. L’unico obiettivo dovrebbe essere quello di non soccombere e riuscire a tirare avanti.
Inoltre è convinzione generale che la salute sia la cosa più importante, della serie “quando c’è la salute c’è tutto!”. Ma è davvero così?
Forse è proprio nei momenti più faticosi che è necessario ricercare altri stimoli e punti di vista da cui ripartire, per accedere a nuovi significati e superare così una fase già estremamente complessa. La scelta di svolgere l’attività di volontario risponde – forse – anche a questa necessità.
Al di là della sopravvivenza quotidiana, vale la pena confrontarsi non tanto con esercizi di stile e forma, ma con “esercizi di contenuto”, per rendere pratico e utile lo “stare a galla”.
“L’arte della felicità sul lavoro”, il libro che sintetizza le considerazioni del Dalai Lama raccolte da Howard C.Culter, è un ottimo punto di partenza per la nostra riflessione.
Fare un lavoro gratificante e ben retribuito è il desiderio della stragrande maggioranza delle persone, almeno in Occidente. Il volontariato non può che essere un’attività gratificante proprio in quanto non prevede retribuzione.
Spesso rimane solo un desiderio, perchè non sempre si può scegliere, e anzi ci si deve adattare. Inoltre non dobbiamo tralasciare le relazioni che si sviluppano sul luogo di lavoro, tra colleghi, con il capo, l’azienda, i clienti e i fornitori, relazioni che diventano sempre più spesso fonte di stress. Tutt’altra cosa per quel che concerne il sistema relazionale così come viene ad articolarsi nelle Associazioni di volontariato, Onlus o meno che siano.
Come fare a trovare soddisfazione, quindi?
Per il Dalai Lama non si può parlare di felicità o soddisfazione, così come se ne potrebbe discorrere in ordine all’ amore e alla vita in generale, se prima non si definisce meglio il significato dell’esistenza.
Scopo dell’esistenza è prendersi cura di sé, in modo da raggiungere la felicità.
“La nostra vita non è determinata dalle condizioni, dalle circostanze o dagli eventi esteriori ma, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali per la sopravvivenza, dal proprio stato mentale. La felicità può essere raggiunta con l’addestramento sistematico del cuore e della mente, dando nuova forma ad atteggiamenti ed aspettative.”
Secondo il Dalai Lama, quindi, “se anche le cose al lavoro e nella quotidianità possono far star male, se ci si trova a non avere il giusto riconoscimento, un adeguato compenso, se il lavoro è faticoso o noioso, se le condizioni in cui è svolto non sono particolarmente facili, è comunque l’atteggiamento che determina il modo in cui le persone svolgono il proprio lavoro. Ed è solo l’atteggiamento che può modificare il modo di rapportarsi al mondo in generale.” E l’atteggiamento del volontario è positivamente correlato con il potenziale e auspicato stato di benessere.
In pratica, per il mondo occidentale, questo accento sull’atteggiamento da tenere non dovrebbe apparire del tutto estraneo. Infatti, è proprio la nostra società a pensare che basta volerlo e tutto è possibile. In realtà, la visione di cui parla il maestro tibetano è molto distante dal nostro modo di vedere le cose. La competizione e il successo non c’entrano.
Protagonista invece dovrebbero essere la compassione, l’altruismo e la consapevolezza, le uniche in grado di sconfiggere le emozioni distruttive e l’egoismo. E’ il modo di guardare alle cose che può cambiare le cose stesse. Nel libro si cita una ricerca scientifica da cui è emerso che, nel mondo occidentale, la gente classifica il proprio lavoro in tre categorie.
La prima categoria: il lavoro è visto come un mezzo per guadagnare del denaro. Il salario rappresenta, quindi, lo scopo principale.
La seconda categoria: il lavoro è vissuto come carriera. Gli elementi più importanti sono l’ambizione e il prestigio sociale.
La terza categoria: il lavoro viene percepito come una vocazione, un modo per contribuire ad un bene più grande e più significativo.
Questa divisione funziona indipendentemente dal settore o dal tipo di occupazione. Se l’orientamento verso la carriera e il denaro portano a maggiori frustrazioni o delusioni, con la “vocazione” si percepiscono meno la noia, la stanchezza e le difficoltà. Nella ricerca si è evidenziato che l’elemento determinante nel modo di rapportarsi al lavoro è la psicologia stessa dell’individuo.
La risposta del Dalai Lama su come una persona possa cambiare atteggiamento verso il lavoro, spostando l’attenzione dai soldi o dalla carriera è la seguente: “Pensiamo ad un contadino: quando svolge il suo lavoro come potrebbe considerarlo una vocazione? Forse potrebbe pensare che si sta prendendo cura della natura, che sta coltivando la vita. Oppure, nel caso di un operaio che lavora in fabbrica, questi potrebbe pensare ai benefici ultimi che deriveranno dalla macchina che sta costruendo. Per qualcuno forse è difficile, ma si può cercare di cogliere un fine nel proprio lavoro. Non sempre è facile trovare un significato elevato o adottare una prospettiva diversa, ma dobbiamo cominciare su una piccola scala, riconoscendo l’effetto positivo che abbiamo su coloro che ci stanno intorno”. Ed è assolutamente ciò che caratterizzata l’attività del volontario che, in una certa misura, coltiva la propria e l’altrui vita senza che da questo discendano vantaggi economici.
La consapevolezza di sé e l’autocomprensione sono importanti per avere una maggiore soddisfazione nella vita. C’è, infatti, una relazione stretta tra come ci vediamo e come ci relazioniamo agli altri. Il modo in cui ci vediamo determina spesso il modo in cui E’ difficile che un senso realistico del sé scateni afflizioni psicologiche ed emotive. Una maggiore conoscenza di sé è legata alla fiducia nella propria capacità di giudizio. Significa che si può essere meno sensibili alle critiche ingiustificate degli altri, dipendendo così in misura minore dal loro riconoscimento per una conferma del proprio valore. Mentre un’autostima scarsa e una valutazione negativa delle proprie capacità possono avere un effetto paralizzante, bloccare l’iniziativa e impedire all’individuo di esplorare nuove opportunità.
Lo stesso vale per un’identità che ha un’immagine “esagerata” di sé. In questo caso la persona è costantemente in disaccordo con un mondo che rifiuta di vederlo come lui vede se stesso, cioè come un genio incompreso. Per il Dalai Lama si può superare ogni genere di ostacolo con “l’autocomprensione”, ovvero l’osservazione distaccata e realistica delle proprie capacità. Bisogna accettare l’incertezza e i cambiamenti come parti integranti dell’economia moderna, soprattutto nell’ambito lavorativo. Per il Dalai Lama è una questione di allargamento del sé, vedersi come esseri umani capaci di maggior gentilezza e apertura verso le altre persone e riconoscere di avere altri ruoli oltre a quello lavorativo.
Una vita completa è fatta anche di altre cose, come leggere, divertirsi, ascoltare gli altri. Il lavoro e qualsiasi altro tipo di attività (volontariato compreso) rende felici se in qualche modo contribuisce alla propria felicita ed è d’aiuto agli altri. Si è felici e si ricava felicità dal lavoro tanto più si riconosce e si attribuisce densità di significato e produttività al lavoro stesso. Personalità, interessi, disposizione d’animo, contesto sociale, influenzano la capacità del lavoro di fornire soddisfazione. Maggiore è la capacità di riconoscere le opportunità nelle difficoltà e trovare soddisfazione nelle sfide, maggiore è la soddisfazione che si trae dal lavoro.
Tutti gli aspetti della vita sono collegati tra loro: valori, atteggiamenti, stato emotivo e possono contribuire in eguale misura alla felicità nella vita. Questo libro spiega come la felicità dipenda dal proprio stato mentale. Stato mentale che può essere raggiunto anche con l’addestramento sistematico del cuore e della mente e mantenuto con costante allenamento dando nuova forma ad atteggiamenti e aspettative. In sostanza la chiave della felicità è nelle proprie mani, o forse nella propria anima.
Monica Onore

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