UN IMPIEGATO D’ORDINE A TEATRO. IL CASO DEL DR. FRANZ KAFKA (Dalle stanze del Castello alle stanze di un’Associazione di volontariato)

Prologo
A Kafka piaceva andare a teatro. E del resto, quasi tutta la sua opera letteraria (dai racconti ai suoi tre romanzi: America, Il Processo e Il Castello) potrebbe costituirsi come testo di riferimento per messe in scena teatrali. Come in fondo è in seguito – e in parte – avvenuto.
Specialista, Kafka, nel canonizzare l’occasionale. Cioè, a partire dalle proprie, minute, esperienze di attività e vita quotidiane, ricostruisce induttivamente quell’universo esistenziale che ognuno di noi può ancor oggi sperimentare in prima persona.
A teatro, dicevamo. Per assistere alla messa in scena di un opera kafkiana. “Kafkiana”, non “di Kafka”. Un’opera, quindi, dove si respiri quella particolare atmosfera che va sotto il nome – appunto – di “atmosfera kafkiana” ma che in nessun modo possa dirsi vera e propria opera di Kafka. Semplicemente perché non lo avrebbe voluto. Se avesse desiderato scrivere un testo per il teatro, l’avrebbe scritto.
Dai suoi romanzi e dai suoi racconti – del resto – le parole si aggrappano all’anima del lettore, vi si arrampicano fin quasi a fargli male. Ricreare a teatro una così intima e personale sensazione, non è forse impossibile, ma certo è molto difficile.
E’ anche vero che leggendo una qualsiasi opera letteraria (romanzo, racconto o opera poetica che sia), è come se piano piano si aprisse davanti ai nostri occhi uno speciale sipario. Ed ecco che sul palcoscenico del nostro teatrino privato, prendono vita figure, personaggi e immagini che fino a un attimo prima giacevano schiacciate tra i fogli, spente e inconoscibili.
Le lucide e straordinarie allucinazioni di cui è stato preda e vittima Franz Kafka, hanno per nostra fortuna strappato il sipario sullo scorrere di una vita altrimenti piatta e omologata. Consentendoci, tra l’altro, di scoprire che nella tanto vituperata routine lavorativa, si celano elementi di insospettata vivacità. Vere e proprie gemme vivificanti. Vanno però scoperte e per scoprirle, un po’ di fatica bisogna pur farla.
Bisogna, prima di tutto, riacquistare la capacità di ascoltare e di vedere.

Uno spunto di riflessione
Le parole, anche crude ma comunque cariche di affetto, dovrebbero prima di tutto descrivere una specifica condizione, una ben determinata realtà. Spiegazioni, valutazioni e categorizzazioni dovrebbero venire solo in un secondo momento. E ciò è quello che dovrebbe fare chiunque, a vario titolo, è impegnato a sviluppare relazioni di aiuto. Un’Associazione tesa a migliorare la qualità della vita di bambini e ragazzi dovrebbe soprattutto esigere (quasi: imporre) un tale comportamento operativo. Ma, certo, tra il dire e il fare c’è – come si dice – il mare. Il mare dei malfunzionamenti organizzativi.
Tratto da un recente dialogo tra un Responsabile e un Volontario:
R.: “E svolgere l’attività di volontario, com’è?”
V.: “Non mi fanno fare questo tipo di attività”.
R.: “Che strano. Tu sei un volontario e non svolgi l’attività di volontario? Sono disposto ad occuparmi della faccenda. Non è davvero abitudine della nostra Associazione rinunciare ad una competenza come la tua. Per di più, nel primo colloquio la tua motivazione si è dimostrata viva e ben direzionata. Anche per te dev’essere umiliante. Ne soffri?”
V.: “Sì, ne soffro”.
Il caso fu discusso dai Responsabili che, al termine della riunione, assunsero un preciso impegno. Prima di tutto, creare le condizioni perché ogni volontario avesse la possibilità di esprimersi e di partecipare alle scelte politico-strategiche dell’Associazione. Ma, notarono con disappunto, la latitanza dei volontari è, al riguardo, evidente. “Buoni solo a lamentarsi”, esclamò il più deciso dei Responsabili. “Bene – intervenne un altro – d’ora in poi troveremo il modo di obbligarli ad esprimersi”.
In secondo luogo decisero di essere loro stessi più presenti nell’articolarsi della pratica associativa.
Ma “il come” costituì il primo punto all’ordine del giorno della riunione la cui data non fu però possibile concordare e stabilire.
Pura situazione kafkiana? Ai posteri l’ardua sentenza.

Lo Spirito Folletto

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