LE PERSONE SONO PREFERIBILI ALLE REGOLE. MEGLIO ANCORA SE LE PERSONE SONO SENZA REGOLE…

Preferisco le persone alle regole,
e in particolare le persone senza regole.
Oscar Wilde
SCIENZA E NON SCIENZA
La provocazione di Wilde mette a nudo quella che forse è la principale ragione all’origine degli incidenti sul lavoro, con ciò intendendo anche le responsabilità di dirigenti scolastici, educatori, docenti e volontari. L’infortunio, in alcuni casi anche mortale, lungi dall’essere causato da semplice sfortuna, si determina quando le regole non vengono osservate. E tuttavia queste stesse regole ci sono, sono note e, soprattutto, troppe. Un eccesso di regole non favorisce azioni e comportamenti atti a salvaguardare il lavoratore dal sempre possibile incidente. In un mare così vasto si naviga allora a vista, e spesso il naufragio è inevitabile. Dove, però, il naufragar non è per nulla dolce.
Vi è poi una seconda questione: quando le regole vengono imposte senza che coloro che dovrebbero osservarle siano stati fatti partecipi della loro definizione, è quasi naturale che non vengano osservate. Non se ne capiscono motivi e ragioni. Vengono più facilmente vissute come intralcio a un’esecuzione veloce e sicura, magari contando sull’esperienza acquisita.
Allora: prima le persone, poi le regole. Un’organizzazione che volesse fregiarsi del titolo di “scientifica” dovrebbe assumere questa prospettiva, proponendola addirittura come assiomatica.
Ma che cosa possiamo intendere con il concetto di “scienza” ? Per esempio: “Sapere, dottrina, insieme di conoscenze ordinate e coerenti, organizzate logicamente a partire da principi fissati univocamente e ottenute con metodologie rigorose, secondo criteri propri delle diverse epoche storiche”.
Oscar Wilde (1856 – 1900) avrebbe forse firmato volentieri il Manifesto del 15 giugno 1916 dove i futuristi (tra gli altri, Bruno Corra, Remo Chiti e Emilio Settimelli) rifiutano l’obiettività e l’imparzialità di una scienza così definita, denunciandone il carattere professorale e antinventivo. Da questa angolazione, “L’unico genere di cultura utile è quello che uno spirito originale sa procurarsi da sé, qua e là, con uno studio a fiuto, caotico, profondamente sregolato…[la scienza deve essere] audacemente esploratrice, sensibilissima, vibratile, influenzata da intuizioni lontanissime, frammentaria, contraddittoria, felice di scoprire oggi una verità che distrugga quella di ieri, tutta inzuppata di ignoto, tutta protesa sensitivamente verso il vuoto che le sta davanti”.
La conclusione del Manifesto è perentoria e così vengono riassunte le virtù della scienza nella prospettiva futurista: “Agile, capricciosa, ignotofila, sicurezzofoba, aggressiva, avventurosa, scopofoba, antitedesca, allegra, aculturale”. Di contro, la scienza tradizionalmente intesa viene dipinta come “Pedantesca, professorale, seria, seccatrice, sicura, meticolosa, pachidermica”.
(Fonte prevalente: AAVV, La scienza futurista, in: L’Italia futurista, I, 2, Firenze, 15 giugno 1916)
Provocatori, i Futuristi, come provocatore è Oscar Wilde. Ma la noia che spesso viene provata nei numerosi corsi sulla sicurezza, testimonia che, forse, qualcosa di utile in queste provocazioni possiamo intravedere. Tutto sta nel saperle declinare creativamente nel contesto di organizzazioni che hanno delle proprie, puntuali e specifiche regole che non possono – allo stato dei fatti – essere ignorate. Ma, forse, prestare un po’ più di attenzione alle persone e un po’ meno a regole e protocolli operativi, sarebbe cosa buona e saggia.
IL MONDO IN CHIAROSCURO, OVVERO COSE E NON-COSE
Negli anni Sessanta, il logico statunitense Lofti A. Zadeth coniò l’espressione “Logica fuzzy”, che stava a sottolineare come nulla sia assoluto. I fatti reali sono sempre vaghi, sfumati; solo la matematica, che è un sistema puramente artificiale di regole e simboli, distingue nettamente tra bianco o nero. La scienza tratta proprio questi fatti reali come se fossero i fatti di tipo bianco o nero della matematica. Da Aristotele in poi, la cultura occidentale ha sposato l’assunto di un mondo stabile, di cose assolutamente o bianche o nere, dove ogni asserzione o è vera o è falsa.
Il mondo (anche quello del lavoro) è invece in chiaroscuro e le cose hanno confini vaghi con i loro opposti, con le non-cose. Lo spettro delle possibili opzioni è quasi infinito e si sbaglia quando si costringe la realtà (fuzzy per definizione) all’interno di paradigmi interpretativi dove le alternative sono soltanto due: sì o no, vero o falso, 1 o 0.
Un’altra provocazione, saremmo portati a dire. Priva dell’animata passione dei futuristi, ma pur sempre provocazione. Che tuttavia ci mette in guardia dal voler spiegare il vivere organizzativo utilizzando esclusivamente moduli che vedano la realtà a due soli colori: o bianca o nera. E nelle caselle dell’organigramma tanti 1 contrapposti a tanti 0. Dimenticando che le persone e le organizzazioni umane sono ben diverse dai computer.
(Fonte prevalente: Bart Kosko, Il fuzzy-pensiero. Teoria e applicazioni della logica “Fuzzy”, Milano, Baldini & Castoldi, 1995)

Lo Spirito Folletto

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