BURKINA FASO. Dal Diario dell’ascolto e dell’azione solidale. 6 (Ancora dalla capitale)

Dopo l’invio dell’ultima mail, ovviamente, non ho chiuso occhio: cercavo di riconoscere le costellazioni attraverso la fitta zanzariera, ascoltando l’impressionante silenzio – c’era il coprifuoco- di una città che, quanto a caos stradale e notturno, non è seconda neppure a Napoli. Poi Cris si è svegliata, ed insieme abbiamo esorcizzato l’angoscia anche con qualche risata ( immaginando che, indotti da Enzo, ci fossimo trovati al bar “Cappuccino”, ho ipotizzato un titolo sul Corriere della Sera: “ Italiano ucciso nella strage in Burkina, esalando un “vaffanc’..Enzo!” sul cui oscuro significato sta indagando l’intelligence italiana”).
Alle 4, per 20 eterni minuti, un muezzin ha urlato la sua preghiera: confesso che la durata ed il volume mi hanno contrariato; come cantava Enzo Jannacci in “ Sei minuti all’alba”: “ci vuole un po’ d’educaziun”. Pochi minuti alle 5, ed ecco numerose raffiche d’arma da fuoco ( prima irruzione dei corpi speciali all’Hotel Spendid): la loro eco sinistra ci ha decisamente tolto il sonno. Alle 8 colazione in giardino con altri bianchi rifugiati. Lunga telefonata alla figlia che ci trasmetteva ogni informazione dalla Farnesina, lei voleva che ci facessimo salvare, noi invece a glissare, non eravamo in pericolo. Conserverò la serie di SMS che ci siamo scambiati ( “papà non è che hai fatto testamento lasciando tutto (!) ai bimbi burkinabè, e non hai il coraggio di dirmelo in faccia..?” ; “Pa’, hanno attaccato un secondo albergo!”, risposta : “Meglio, cosi sono occupati e non pensano a noi “). Alle 9 abbiamo deciso che non potevamo starcene chiusi qui, e – ovviamente sconsigliatissimi dal personale del’Eau Vive’- siamo scesi in strada. Dapprima io solo, mi sono recato al Bancomat più vicino: solo 300 metri, ma i primi cento li ho sentiti molto pesanti. Poi qualcuno mi ha salutato, ho risposto in italiano, morè e francese, e ho rotto il ghiaccio. Rientrato, con Cris abbiamo concordato che non potevamo deludere quegli artigiani del Centre des Artisans et Art, ai quali ieri – dopo una preselezione delle loro opere – avevamo promesso di tornare. Ovviamente la nostra assenza sarebbe stata giustificatissima ma, nel nostro piccolo, abbiamo voluto dire NO al terrorismo che ci vuol chiudere in casa: così, armati d’orgoglio e d’un’incontenibile attacco consumistico, ci siamo recati al Centro . E’ stato bello, ne sarebbe valsa la pena anche senza l’acquisto degli oggetti. Mentre le vie cominciavano a svuotarsi (tutto è chiuso: banche, negozi, farmacie, il Mercato Centrale ! ) abbiamo pranzato in un ombreggiato ristorante scoperto l’anno scorso: eravamo soli. Clement è passato a rinfrancarci, ma era veramente scosso: alle 19 di ieri era al “Cappuccino” ad attendere alcuni canadesi di un’associazione di solidarietà . Ma, poco dopo, in preda ad una strana angoscia, aveva deciso di tornare al suo albergo, da dove per ore aveva cercato di contattare il capodelegazione: finchè, alle 23, al numero chiamato da ore ha risposto un gendarme: il telefono suonava nelle tasche di una delle vittime. Credo che Clement fosse sul punto di piangere. Io quel punto l’ho già superato, molte volte. Domani Clement ci riporterà a Yalgò, dove prepareremo i bagagli: poi staremo a vedere, per ora riteniamo inutile correre a spintonarci all’aeroporto. Con Cris ho fatto ancora due passi per la città ( precauzione: in caso di pericolo, correre via in 2 direzioni opposte, non insieme, urlando: ho dubbi sull’eventuale messa in pratica; ma almeno una procedura l’abbiamo preparata). Ma la sortita è stata angosciante: non paura, ma sgomento nel vedere strade deserte, animate solo da taxisti disoccupati e qualche motocicletta. Chiuso, tutto chiuso. Pochi passanti con cui condividere l’ira ( devo aver anche smoccolato) e lo sgomento di dover vedere per la prima volta, perché sgombre dal traffico, quante larghe strade abbia Ouagadougou . Col sole all’orizzonte si è insinuata una sottile paura, e siamo rientrati a passo accelerato.
Ceniamo in albergo, il silenzio e il vuoto esterno ci intimoriscono. Stanotte forse dormiremo: cosa ci aspetta domani lo sa solo il saggio dell’Epiro. State tranquilli, non siamo in cerca di gloria o notorietà : siamo razionali , facciamo ciò che in questo momento è più logico. E poi – scusate la confidenza- siamo insieme, io e Cris.: e questo conta molto. Scusate anche la lunghezza di questa lettera, ma avrete già capito la sua funzione terapeutica. Ora cerco un punto ove la connessione sia buona e vi spedisco la presente.
Ancora Good Night e Good Luck.
Renato e Cr

2 Replies to “BURKINA FASO. Dal Diario dell’ascolto e dell’azione solidale. 6 (Ancora dalla capitale)”

    1. Mia cara amica, pensa che ho capito solo ora che, per leggere e pubblicare i commenti, li devo approvare…! Così leggo la tua domanda a distanza di circa due anni! Roba da matti! D’ora in poi darò naturalmente tempestivo nel darti e dare risposta. Si tratta di “lettere” che due volontari (non UVI), pensionati, scrivomo dal Burjina Faso, dove svolfgono attività di sostegno e di aiuto, anche economico, raccogliendo i fondi necessari tra i loro amici. La cosa più importante riguarda la costruzione di pozzi per l’acqua. In silenzio, senza clamore, rischiano spesso la vita. Ancghe recentemente sono stati coinvolti da un attacco dell’ISIS.

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