I FUTURI IMMAGINATI Equilibrio dinamico tra attese, valori e saperi complementari. Ne discorrono Caterina Croce e Giancarlo Trentini (Allieva e Maestro a confronto)

L’osservare le regole può, alle volte, creare problemi:
Agente di polizia Stradale: L’ho fermata perché guidava in modo sospetto
Automobilista: Ma come? Andavo sotto il limite di velocità, con la cintura allacciata e senza parlare al cellulare
Agente: Appunto
(Da: La Settimana Enigmistica, n. 4267)

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Prologo
Essere o non essere stati in grado di trasferire valori, saperi e culture adatte all’invenzione di futuri (umani e organizzativi) di ben essere e bell’ essere? Questo è il problema. E si tratta di una questione di cui è bene discutano Maestri e Allievi, di necessità rappresentanti di generazioni diverse. Parte del viaggio fatto insieme, quindi, è stato, per caso, un viaggio immobile? Saperi, valori e culture, apparenti ? Valigie inutilmente piene di attese, speranze e futuri immaginati?
Valori, saperi e culture che hanno comunque pervaso il “corpus sociale” nel suo insieme determinandone la crescita anche per ciò che concerne etica e conoscenza. Molta strada deve al riguardo essere ancora percorsa ma la direzione è quella giusta. Il che sta a significare che parte del viaggio che Maestri e Allievi hanno potuto fare insieme non è stato un viaggio immobile. O no…?

Dialogo di parole, pensieri, speranze

Caterina
Ho ventinove anni un dottorato in filosofia e la netta sensazione che il mio futuro qualcuno se lo sia intascato. Buoni voti a scuola, un brillante curriculum universitario e infine un esordio nel mondo della ricerca – il dottorato – concluso con successo. E poi? E poi la fatica di trovare un posto, un varco e un’occasione per mettere a valore quel piccolo bagaglio di saperi e competenze. Ricordo ciò che ai tempi della scuola e dell’Università presidi, insegnanti e genitori continuavano a ripetere a me e ai miei compagni: studiate, impegnatevi, scommettete sui vostri talenti e vedrete che troverete la vostra strada (laddove spesso per “strada” s’intendeva “sbocco professionale”: un’espressione agghiacciante che fa pensare che il raggiungimento di una professione sia lo sgradevole epilogo di una brutta congestione). Ci avevano detto che avevamo le carte in regola per costruirci un futuro all’altezza dei nostri sogni e noi ci abbiamo creduto.

Giancarlo
A proposito di quel “e noi ci abbiamo creduto” mi sembra bello e curioso ricordare un punto importante del Manifesto dell’Associazione Goliardica Milanese, redatto addirittura intorno al 1947 :
“Crediamo a tutti e a nessuno; per moto del cuore, per paura di frastornare un gesto o un’intenzione pulita con una ragione inadeguata se non laida” . E io, del movimento goliardico di Milano, sono stato Duca…
Nella dialettica Affetto / Ragione pare viceversa che ai giovani di oggi sia imposta una scelta obbligata: qualificare i sentimenti con codici a barre in modo che siano più facilmente gestibili con paradigmi sterilmente numerici.
Ma entriamo nel vivo della questione (il nostro viaggio è stato un viaggio immobile ?). Il pensare al tempo passato e all’epoca presente, mi suscita sentimenti ambivalenti, altalenanti tra nostalgica malinconia e inalterato vigore propositivo. Un po’ come accade al cavaliere Antonius Block, il principale interprete de “Il Settimo Sigillo”, film di Ingmar Bergman: “ La mia vita è stata vuota, l’ho passata ad andare a caccia, a viaggiare, a parlare a vanvera di cose insignificanti. Lo dico senza amarezza e senza rimpianti perché so che la vita della maggior parte della gente è così ”. Per tuttavia poco dopo affermare: “ Questa è la mia mano. Posso muoverla, sentire il mio sangue che pulsa. Il sole è ancora alto nel cielo e io, io Antonius Block gioco a scacchi con la morte “.
Oggi, sollecitato a riflettere sul senso di tutto ciò che ho fatto (e che non ho avuto occasione di fare…), mi trovo alle volte a chiedermi se per caso non abbia anch’io “parlato a vanvera di cose insignificanti “. Magari, a tratti, potrebbe anche essermi capitato ma ecco che, subito, mi pare di essere di soprassalto colto da un vigore che mi era sconosciuto nell’età giovanile: nelle mente mi si affollano ricordi, emozioni e pensieri da cui si origina una inaspettata e sorprendente vitalità. Di certo non gioco a scacchi con la Morte. Pur tuttavia sempre di un gioco si tratta, e di un gioco che però non prevede vinti e vincitori. Se vogliamo riprendere la suggestione di Bergman, mi muovo, proprio io, Giancarlo, sulla scacchiera della vita. Spazio, luogo e tempo dove incontro segmenti ancora vivi e animati di un passato che è tutt’altro che spento nei ricordi ma che si fa memoria accesa e in un certa qual misura rende il mio e l’altrui “presente” già abitato da schegge di futuro.
“Il ricordare è di vecchiaia il segno”, ha annotato Giuseppe Ungaretti, ma della mia vecchiaia io vado vivacemente orgoglioso, riconoscente al tempo che mi è stato finora concesso.

Caterina
Che io possa andare “orgogliosa” della mia giovinezza come tu della tua vecchiaia, è un augurio che faccio subito mio con entusiasmo. E poi, rispetto al tempo della Goliardia, mi verrebbe da osservare che allora lo scardinamento (goliardico, appunto) delle regole, era possibile perché queste, nel bene e nel male, erano ben definite. Sapevate come e perché combattere per modificarle, dopo naturalmente averle osservate.
Oggi, della goliardia sopravvivono dei resti sciapi, dei rituali formali, come i cori nel giorno della laurea. È che, venendo meno le regole, viene anche meno la voglia di sospenderle e disattenderle. Se, come dice Slavoi Zizek, “ ciò che tiene unita una comunità non è tanto l’identificazione con la Legge, quanto l’identificazione con una specifica trasgressione della Legge”, allora la comunità costituita da me e dai miei coetanei deve apparire piuttosto fiacca.
A questo proposito ( e a proposito di “viaggi immobili”), mi viene in mente un’immagine, quella di Jep Gambardella, il protagonista della Grande Bellezza, che dei trenini che si fanno alle feste dice: “ Sono i più belli del mondo… perché non vanno da nessuna parte”. Ecco, mi sembra che oggi viviamo un edonismo immobile e inappagante: presi dalla foga di divertirci a tutti i costi, finiamo per non andare da nessuna parte
Ma ritorniamo a quel nostro “aver creduto”.
Non so se fosse poco plausibile il racconto o troppo ingenuo il nostro modo di stare ad ascoltarlo. Sta di fatto che abbiamo abbandonato le aule universitarie armati della narcisistica ma in fondo coerente convinzione che il mondo sarebbe stato nostro e invece abbiamo l’impressione di doverne rubacchiare brandelli a chi prima di noi non ce lo vuole cedere. Questo però non può diventare un alibi, una giustificazione per la resa. Forse un buono spunto per uscire dalle pastoie dell’autocommiserazione consiste proprio nell’ascoltare, non solo i successi, ma anche le difficoltà affrontate da chi è venuto prima di noi. Da quei Maestri che un tempo sono stati Allievi e hanno stretto i denti per conquistarsi un posto nel mondo.

Giancarlo
È vero. Ho avuto Maestri e Scuole di riferimento. Però, a questo riguardo, e a mo’ di premessa, mi piace ricordare un aforisma di Oscar Wilde: “Non ho mai permesso alla scuola di interferire con la mia educazione “. Ciò per dire che anche nel mio caso ho curato la mia “educazione” non delegando totalmente e in termini assoluti ad altri (Maestri o Scuole che fossero) la mia crescita umana e culturale. In un certo senso, ho cercato di essere almeno in parte regista di me stesso e del mio essere nel mondo. Facendo inconsapevolmente mio il suggerimento dato a Lidia da Fernando Pessoa: “…Agisci oggi, non aspettare. / Sei tu la tua vita. / Non ti destinare, che non sei futura…”
Certo, sono stato e sono io la mia vita ma in questo mio vivere cose e pensieri del mondo, ho di necessità incontrato persone e altri modi di viversi che, oggi, considero fondanti. E tra queste persone (oltre, naturalmente, alla mia famiglia e al grande stuolo dei miei amici), un ruolo di primo piano è ricoperto da Agostino Gemelli.
Alla mente, allora, ecco intrecciarsi un’infinità di momenti, di episodi e di parole che sono venute via via a costituire il mio bagaglio di emozioni e di pensieri. E il bello è che questa sorta di “dialettica esistenziale” si è sviluppata all’interno di uno spazio ridotto e circoscritto ma affettivamente caldo e animato dove gli oggetti stessi, libri e documenti, fotografie e quadri mantengono il loro impressionante potere evocativo. Giornate intere e ore e ore dedicate all’ascolto reciproco, con amici, colleghi e più giovani compagni e compagne di un viaggio che mi ha sempre offerto piacevoli e interessanti sorprese.
Agostino Gemelli, dicevo. Approdai nel suo “Laboratorio di biologia e psicologia sperimentale” nel 1955, laboratorio di cui già facevano parte Enzo Spaltro, Franco Alberoni, Assunto Quadrio, Pierfrancesco Galli, Lucia Cappellini, Marcello Cesa-Bianchi. Delle discussioni di allora, ancor oggi se ne sente l’eco produttivo nelle riflessioni che, quasi giornalmente, nascono nello spazio minuto ma così amichevolmente accogliente che caratterizza il mio studio:
L’insegnamento di padre Gemelli è stato ed è per me un costante punto di riferimento, soprattutto per quel che riguarda lo stile con cui approcciarsi alle realtà umane e agli spicchi di vita che costituiscono una sorta di puzzle dove vengono a miscelarsi affetto e ragione: rigore, impegno, cultura del rispetto, disponibilità all’ascolto che sempre tuttavia si coniuga alla determinazione nel conseguire gli obiettivi. Facendo delle discussioni, anche animate e accese, il fulcro del mio e dell’altrui ragionare.
Caterina
Anch’io ho avuto e ho i miei Maestri. Ciò che mi è mancato, e mi manca, è quell’idea di gruppo dialetticamente coeso.
Ciò che mi rattrista della trasmissione di saperi contemporanea è il venir parzialmente meno dell’idea di Scuola. Certo, ho avuto i miei Maestri, dai banchi del liceo fino a chi mi ha seguito e sostenuto nelle ricerche di dottorato. Ma è stata la costruzione di un rapporto personale, che in qualche modo eccepiva alla regola impersonale dei voti sui registri o delle firme sui libretti. Nei tre anni di dottorato ho patito l’assenza di un gruppo di lavoro: la mancanza di interlocutori capaci di arricchirmi e di correggermi, di segnalarmi errori e linee di fuga. Per come ho imparato a intenderla, la filosofia è una pratica relazionale, un pensiero dialogico che sbiadisce se ridotto all’accumulazione solipsistica di dati e nozioni.
L’idea di Scuola, inoltre, mi fa pensare a una continuità temporale: alla possibilità che saperi, strumenti e pratiche si tramandino senza disperdersi nei rivoli dei percorsi individuali. Ho l’impressione che le lezioni dei Maestri e gli studi avviati dagli Allievi corrano oggi il rischio di evaporare nella frammentarietà di percorsi di ricerca che hanno perso il senso e il valore di un’impresa comunitaria. Percorsi di ricerca destinati a un rapido processo di obsolescenza e fecondi solo nell’attimo della loro spendibilità: sia l’intervento ad un convegno, una pubblicazione o un esame. Subito dopo sono già materiale d’archivio, come le migliaia di tesi di laurea che ogni anno ingombrano gli studi dei professori senza che nessuno si prenda davvero la briga di leggerle.
Ecco, mi sbaglierò, ma ho l’impressione che, all’interno di una Scuola, fili e brandelli di diversi percorsi di ricerca troverebbero la possibilità di intrecciarsi in una trama comune. L’idea stessa di un sapere tramandato e di un sapere appreso – ma anche di un sapere creato e ricreato nell’intervallo di quello scambio – mi fa pensare a un’esperienza del tempo diversa da quell’ingordigia dell’hic et nunc che tende a consumare ogni sapere.

Giancarlo
Mi piace la problematicità costruttiva che colora il tuo ragionamento che, nella sostanza, condivido. E che, non so bene perché, mi suggerisce l’opportunità di riprendere le parti destruens e construens della riflessione di Antonius Block perché, da un certo puto di vista, ben riassumono il mio attuale stato d’animo. Da un lato, infatti, tendo a provare un senso di malinconica amarezza in quanto, a fronte dello sforzo orientato proprio alla trasmissione di tutto quel complesso di valori e di saperi che ritenevo e ritengo fondanti per lo sviluppo di una qualità della vita accettabile, non posso, a consuntivo, che registrare il parziale fallimento di tutto il mio operare: le Università, il mondo della scuola in generale e la società nel suo complesso pare proprio si siano caratterizzate come terreno di coltura e di espansione di tutto ciò che ho indicato e indico come “negativo”. Basti pensare al cattivo esempio che il mondo adulto, nella sostanza, sta dando alle nuove generazioni.
Ma poi, a ben pensarci (ed ecco la parte construens), ecco che devo di necessità annotare e prendere atto di quanto le migliaia di pagine che ho scritto non sono cadute nel vuoto. Penso di non peccare di immodestia se affermo che il mio contributo alla Psicologia Sociale ha assunto connotati di una certa rilevanza. E in fondo, il fatto che una giovane e promettente ricercatrice (rappresentante di un mondo giovanile in cui ripongo fiducia e speranza) abbia piacere e interesse a dialogare con me, è la testimonianza che, in fondo, il mio parlare non è stato vano.

Caterina
Si tratta senza dubbio di un piacere e di un vivo interesse reciproco che si è concretizzato in questo nostro tempo di dialogo, tutt’altro che vano, almeno per quel che mi riguarda.
E a proposito di tempo, mi è tornato in mente un passaggio tratto dai Minima moralia di Adorno. Un’immagine semplice e più che mai suggestiva: quella delle porte che con i progressi della tecnologia hanno imparato ad aprirsi e a chiudersi da sé.“Tecnicizzazione, violenza e deperimento dell’esperienza. Non bussare. La tecnicizzazione rende le mosse brutali e precise, e cosi gli uomini. Elimina dai gesti ogni esitazione, ogni prudenza, ogni garbo. Li sottopone alle esigenze spietate, vorrei dire astoriche delle cose. Così si disimpara a chiudere piano, con cautela e pur saldamente una porta. Quelle delle auto e dei frigidaire vanno sbattute con forza, altre hanno la tendenza a scattare da sole e inducono chi entra alla villania di non guardare dietro di se, di non custodire l’interno che l’accoglie”.
Un’immagine semplice, dicevo, ma capace di abitare il mio corpo. E’ ormai familiare, per me, l’esperienza di attraversare indisturbata porte automatiche che si aprono da sé: negli aeroporti, nei supermercati, sempre più spesso anche nei negozi. Quasi un disappunto, anzi, quando il sistema non è solerte abbastanza da non costringermi a rallentare il passo. Eppure, lo percepisco il senso sedimentato in quel movimento – sospendere il cammino per voltarsi a richiudere una porta. In quel gesto di guardarsi alle spalle per rimettere ordine alla perturbazione provocata del proprio passaggio ci sta tutta un’attenzione a ciò che viene prima e ciò che viene dopo che tutti noi, forse, abbiamo perso. Il discorrere con te mi ha permesso di accedere a un’esperienza della temporalità diversa da quella di tutti i giorni: un senso del tempo e dello spazio che mi ha costretto a voltare lo sguardo senza affidarmi alla meccanica di un dispositivo automatico. Ho esitato e poi bussato prima di entrare. Ho accompagnato delicatamente la porta per uscire…

Giancarlo
…ma con la promessa di ritornare, così da poter proseguire le nostre conversazioni. Per il momento non mi resta che augurarti di continuare ad essere te stessa, facendo dell’ascoltare e del dire il paradigma di una vita realmente vissuta, dove lo stupore costruttivo assuma i connotati della lente con la quale osservare la vita che scorre e così modificare il letto di un fiume che alterna periodi di piena a periodi di secca.

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