INCONTRANDO NUOVAMENTE GIANCARLO TRENTINI (2). CON UN GRUPPO ALLA GOLA… (Vivere e sopravvivere nei popolosi deserti organizzativi) di Monica Onore

Incontriamo di nuovo Giancarlo Trentini per parlare, questa volta, di gruppo. Consapevoli di come sia importante, in una società che enfatizza sempre più l’individuo e l’individualismo, definire il concetto di “gruppo” e valutarne la genesi. Tenendo del resto conto che è proprio nel gruppo che l’individualità può esprimersi, manifestarsi e crescere.

Che cosa s’intende per “gruppo” ?
La gente, troppo spesso, pensa che il gruppo sia un fatto numerico. Se ci sono più di tre persone, si è formato un gruppo; ma non è solo una questione numerica. Avviene un cambiamento rilevante quando la comunicazione passa da due a più individui (si veda l’articolo già pubblicato su colloquio e intervista).
Con il gruppo aumenta il livello e la ricchezza della comunicazione, come quando compare il padre, nella relazione tra madre e figlio/a: ecco che avvengono grandi cambiamenti.
I passeggeri di un tram, le persone in coda ad uno sportello, una classe, un plotone in marcia, sono un gruppo, e potremmo continuare …
Ma non è una complicazione numerica, qui la matematica non c’entra niente.
Darei la definizione tratta dal mio libro “Oltre il potere. Discorso sulla leadership”.
“ Il gruppo può essere concepito e definito come un insieme delimitato di persone in equivalenti, pari o non-pari che siano, che costituiscono tra loro un sistema interfunzionale interno, generatore delle identità (o di parte delle identità) dei singoli partecipanti, i quali assumono e ricevono in tal senso ruoli specifici e differenti e che in ciò si alimentano reciprocamente sia nelle relazioni tra loro sia in quelle col gruppo inteso nella sua globalità: un insieme che è in grado di avere rapporti di scambio metabolico e riproduttivo con altre entità o insiemi esterni, analogamente costituiti. Si può aggiungere che, per le caratteristiche ora dette, il gruppo può essere considerato un’entità biologicamente vivente, soggetta ad un arco evolutivo complesso che va puntualmente da una nascita ad una morte ed implica rapporti di incontro-scontro-confronto e metabolismo con altri gruppi con cui venga eventualmente in contatto (anzi, non solo con gli altri gruppi ma con qualsivoglia entità dimensionalmente minore o maggiore con cui abbia eventualmente a che fare). … L’immagine del gruppo è certo più antica della sua concettualizzazione. E non solo con riferimento alla storia della elaborazione culturale, intellettuale e scientifica del nostro attuale tipo di sapere. Essa sembra precedere la stessa emersione dell’immagine del singolo individuo, le sue radici affondano agli albori della vita, nelle figurazioni e nei vissuti del sistema delle nostre relazioni significative.”

Perché è così importante il gruppo?
Il gruppo è uno strumento meraviglioso sia sul piano della conoscenza sia su quello dell’intervento. Ognuno di noi deve risolvere, attimo per attimo, il fatto di essere in comunicazione, temporaneamente, con più poli del processo comunicazionale. I gruppi spesso si formano inconsapevolmente.
Quando andavo a scuola, tanto per fare un esempio, in classe si formavano “i quartieri”. C’erano quelli che stavano vicino alla finestra, quelli in mezzo e quelli vicino alla porta. Io appartenevo al quartiere della finestra e guardavo quelli vicino alla porta con invidia perché erano vicino alla via di fuga! Quelli della porta invece invidiavano noi perché avevamo più luce!
Quelli che stanno in mezzo, come sempre, non sono né carne né pesce.
Si formava così l’idea di appartenenza, l’idea dell’esistenza degli altri, la percezione che ci fossero persone diverse da noi.
Raccontato così sembra tutto razionale ed invece non c’è niente di razionale. Neanche un po’. Era tutta emozione: l’emozione di sentire l’altro partecipe di un altro mondo, di un altro gruppo.
E’ il gruppo che detiene un potere che “ deve essere inteso come la capacità di provocare o di impedire cambiamenti. La capacità di provocare cambiamenti può essere definita come potere positivo. La capacità di impedire cambiamenti può essere intesa come potere negativo… Un potere positivo individuale (leadership) o negativo di gruppo (conformismo) possono cementare o distruggere un clima in un gruppo e i risultati conoscitivi e innovativi .
Il potere può essere inteso come il passaggio da una situazione di influenzamento casuale a una situazione di influenzamento intenzionale. Il potere quindi è un cambiamento intenzionale provocato da individui, gruppi o collettività. Il piccolo gruppo quindi è la sede dell’intenzionalità, il luogo dove si crea, si contratta e si concreta l’intenzionalità, cioè il potere. Centrale quindi nella situazione di gruppo è la contrattazione, e quindi la decisione.”
Un altro esempio può essere quello che sussiste nella differenza di quando si sostiene un esame di fronte ad un solo professore piuttosto che di fronte ad una commissione.
La legge interpreta una sapienza antica; la commissione d’esame per concorsi deve essere composta almeno da tre persone, quella di laurea almeno da sette. Infatti, nell’interrogazione a due l’allievo sente maggiormente l’autorità e il ruolo del professore.
“In altri termini, un gruppo è direttivo se è centrato su di un singolo, è non direttivo se centrato sul gruppo. Ma il singolo non è di necessità una persona. Può essere anche un concetto, un principio, uno scopo. Ecco per esempio uno scopo: se un gruppo è totalmente diretto verso uno scopo, esso è direttivo. Paradossalmente possiamo dire che un gruppo totalmente di comando e di insegnamento e di aiuto tende ad essere direttivo, mentre non è direttivo un gruppo misto pluralistico, con molti scopi, molti princìpi e norme, molte figure leader.”
Tendiamo a fare gruppo sin da piccoli?
Sì, è un’esigenza che uno sente più o meno forte. E comunque c’è solo l’imbarazzo della scelta su come poi stiamo in gruppo senza rendercene conto.
Quando uno lavora, volendola o subendola, vive questa situazione e la gestisce automaticamente. La figura del “buon capo” si distingue per la sua capacità di saper gestire il gruppo.
C’è chi lo fa in maniera più adeguata e intelligente, che significa fare in modo che le persone tra loro possano convivere e condividere “piacevolmente” il lavorare insieme; che il gruppo fluisca con dinamiche positive e solide, piuttosto che dare importanza solo alla produttività.
Anche nelle situazioni più estreme o radicali, o contro la stessa volontà dell’istituzione e dei capi, si formano i gruppi.
Nella vita militare, nella vita di collegio, o in quella delle carceri dove parlare di volontà è assai improbabile, si formano comunque e sempre dei gruppi.
“La cultura di gruppo ha come base il pluralismo e quindi la convinzione che tutto è convenzionale, creato dall’uomo, e quindi può essere cambiato e cambiare. Rinuncia alla sicurezza del rapporto originario per sperimentarsi e sperimentare altri rapporti che non sono così obiettivi, ma che presentano taluni vantaggi rilevanti rispetto alla cultura di coppia. Le caratteristiche di una cultura di gruppo possono essere così sinteticamente elencate:

a. differenziazione della leadership, cioè ripartizione delle diverse funzioni del capo tra diversi individui (gerarchia, tecnica, supporto socioemotivo e sicurezza ecc.): ognuno ha più capi e ogni capo si rivolge ai suoi uomini secondo la propria competenza gerarchica, funzionale o rassicuratoria: il dissenso è un valore e l’obbedienza non è mai totale: la leadership è circolante, è un fenomeno di gruppo e non è fissa;

b. trattamento dei conflitti tramite condivisione: se noi , che siamo tanti, siamo in conflitto, su alcune cose ci metteremo d’accordo per suddividerle e stabilire campi delimitati di competenza, ma su altre cose troveremo un modus vivendi, una condivisione dei conflitti che non si possono stabilire e definire una volta per tutte, ma che debbono essere gestiti sempre quotidianamente, momento per momento; non si può fare la guerra alla guerra perché è sempre guerra: non si può definire l’indefinibile perché così si risolvono i conflitti; i conflitti non sono patologia, ma fisiologia, sono risorse e non sciupìo di risorse;

c. il problema del potere non ha solo la monetizzazione come modo di esprimersi; un pluralismo retributivo e di riconoscimento viene usato come conseguenza della differenziazione della leadership; nella cultura di gruppo una persona viene retribuita col denaro; un’altra col prestigio, un’altra colle risorse a disposizione e così via;

d. il potere psichico viene concepito come fatto umano, controllabile e oggetto di ricerca e di conoscenza scientifica; il potere psichico ha una rilevanza soggettiva, quindi convenzionale e contrattabile, non obiettivamente esistente come connesso alle radici del nostro esistere; il potere di coppia è naturale, mentre quello di gruppo è acquisito e acquisibile;

e. la concezione prevalente del potere è pluralistica e a somma variabile, per cui quanto più potere io acquisto, tanto più potere gli altri acquistano; quanto più potere gli altri acquistano, tanto più potere io acquisto; vita tua vita mea;

f. centralità del futuro e cioè polidimensionalità temporale (passato, presente, futuro); il pluralismo interumano viene trasferito come pluralismo temporale soprattutto nel futuro, per cui sono possibili programmazioni e piani non soltanto nel futuro teorico, ma differenziando il futuro in stadi successivi (alla differenziazione della leadership corrisponde la differenziazione del futuro); il presente non è coercitivo e il tempo sotto l’influenza del pluralismo interpersonale, passa in fretta e viene velocemente utilizzato;

g. pluralismo conoscitivo: anch’esso derivante dal trasferimento del pluralismo interpersonale sulla metodologia conoscitiva; non esiste una sola verità e un unico modo per giungervi; lo scopo del conoscere non è la verità, ma la qualità della vita e tale qualità della vita è plurale perché vi sono molti modi di concepire questa qualità della vita e tutti questi modi possono essere esatti e validi; i metodi per conoscere e per realizzare tale qualità della vita sono molti anch’essi e tutti possono essere validi;

h. un valore centrale della cultura di gruppo è il cambiamento, la provvisorietà, cioè il rispetto del futuro; così i cambiamenti di lavoro nelle aziende, la rapidità nel fare una cosa, la dislocazione ripartita delle risorse articolate e polidimensionale; è utile servire più di due padroni; in questo senso un sentimento molto frequente nelle relazioni di piccolo gruppo è un sentimento di insicurezza e ansietà, cioè di pluralismo sempre da sintetizzare e coordinare, di disordine e i rottura col passato; questo provoca la paura di disintegrazione e di perdita della propria identità;

i. un altro valore centrale della cultura di gruppo è il consumo; cioè il sentimento di distribuzione delle risorse alla pluralità degli altri della dipendenza da loro, del proprio consumarsi con loro; se gli altri verbalmente crescono in qualità della vita, il gruppo è buono e io consumo lo stesso per loro, se gli altri si consumano poco con me, il gruppo è cattivo, non esistono tabù o violazioni uniche poiché il pluralismo normativo consente un miscuglio di poteri e contropoteri tali da permettere il consumo delle proprie ricchezze e risorse per realizzare una migliore qualità del vivere insieme;

l. poiché la relazione di gruppo è plurale, le norme sono convenzionali e domina il soggettivo, il contratto e il contrattabile; misurare e conoscere non vuol dire scoprire la verità, ma trattare meglio una realtà per poter vivere meglio insieme; mediare è lo scopo di ogni conoscenza e di intervento; essere sconfitti individualmente per essere vincitori insieme è molto più complesso”.

Come si concilia il gruppo in questa società sempre più centrata sull’individuo e i suoi bisogni?
Questa è la domanda più difficile. Oggi c’è una valorizzazione del singolo e una forte tendenza all’individualismo. Basta vedere in che situazione si trova la famiglia.
Ora si va, sempre più, alla ricerca di qualcuno che ti confermi e che ti riconosca. Lo strumento gruppo, nonostante tutto, regge ancora ma è utilizzato in maniera più individualistica per soddisfare conferme personali.

Le citazioni sono tratte da:
Trentini, G., Oltre il potere. Discorso sulla leadership, Milano, F. Angeli,

 

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