A COLLOQUIO CON GIANCARLO BAGAROTTO, EX MAGISTRATO E SCRITTORE (Responsabilità individuale, presa di decisione, vincoli, valori di riferimento) Di Silvio Morganti

Nella vita privata e lavorativa di tutti i giorni, il confronto con Regole, Leggi e Norme è prassi comune e condivisa. Ecco allora che ascoltare le riflessioni che in riferimento al concetto di “responsabilità” avanza un alto Magistrato (seppur, “ex”) – e per di più, scrittore – risulta di grande interesse applicativo. Ognuno di noi, infatti, si confronta con la necessità di assumersi la responsabilità personale di attenersi o meno a protocolli operativi stabiliti per l’esecuzione di ogni tipo di attività, impegno volontariale compreso.
Senza contare il fatto che in quali condizioni sia la nostra Giustizia, è sotto gli occhi di tutti: il “che fare?” non è scelta e decisione semplice, ma le riflessioni via via svolte nel corso del colloquio, suggeriscono e propongono ipotesi interessanti proprio e anche in relazione alll’articolarsi della vita di ogni, “semplice”, cittadino-lavoratore-volontario.

L’intervista è stata pubblicata qualche anno fa da una rivista che ha cessato le pubblicazioni.
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SM.: Prima di tutto, e per presentarLa ai nostri lettori, sarebbe forse interessante affrontare due significative dimensioni esistenziali: da un lato, quella del lavoratore / artigiano della Giustizia e dall’altro, quella dello scrittore.
GB.: Ho portato per 15 anni la toga come giudice ordinario, per la maggior parte di quel tempo esercitando le funzioni di pubblico ministero; poi, per altri 25, l’ho portata come giudice amministrativo. Due esperienze professionali ben diverse anche sotto il profilo emozionale. Una cosa è trovarsi di fronte a un cittadino, che è alle prese con la pubblica amministrazione e cerca di districarsi nei suoi labirinti. Altra venire a contatto col delitto. Sono stato collocato a riposo dopo 47 anni di servizio. Dopo un breve periodo di attività libero professionale nello studio di un Avvocato, sono entrato nell’Amministrazione dell’Interno come funzionario dirigente di Prefettura e poi, per 40 anni, ho portato la toga di Magistrato: 5 anni a Bolzano e uno a Trento come Giudice, civile e penale e dieci a Venezia in Procura, fino a quando, del 1974, non sono passato alla giustizia amministrativa: fino al 1990 ho prestato servizio al TAR del Veneto, prima come Consigliere e poi come Presidente di Sezione e, successivamente, al Consiglio di Stato, a Palazzo Spada. Da ultimo, a conclusione della mia carriera, ho presieduto il TAR del Friuli Venezia Giulia. Nel 2000 mi hanno collocato in quiescenza attribuendomi il titolo onorifico di Presidente onorario del Consiglio di Stato. Dopo un anno mi è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana.
Ci terrei comunque a sottolineare che solo dopo il mio pensionamento mi sono dedicato alla scrittura. Sono andato in pensione il 4 agosto del 2000, a 72 anni; poco dopo, un amico editore mi ha proposto di scrivere un saggio sugli argomenti sui quali avevamo avuto occasione di intrattenerci. Così è nata “Tenera è la legge”. Si tratta di un saggio che contiene una sintesi dei rapporti fra magistratura e politica in Italia fino alle più recenti vicende che hanno opposto l’Ordine giudiziario al mondo politico; vicende caratterizzate da un continuo straripamento di funzioni da una parte e dall’incapacità, dall’altra, di saper modernizzare l’organizzazione della giustizia per renderla più rispondente alle esigenze dei cittadini. Sempre sollecitato dall’amico Editore, ho scritto anche alcuni lavori teatrali: “Camera di Consiglio”,”Toghe e topi”, “Il Processo è servito” e “Non solo gogna”. Si tratta di testi in una qualche misura collegati l’uno con l’altro e dedicato ciascuno a mettere in scena momenti specifici dell’avventura processuale.
SM.: Come viene vissuto il rapporto tra responsabilità individuale e presa di decisione , soprattutto quando gli elementi in base ai quali “giudicare” non hanno il crisma della “certezza” ( “Oltre ogni ragionevole dubbio”). Oppure quando tutti (o alcuni) gli attori del “processo” si coprono con il “Manto del silenzio”, così come viene chiamato da Linda Bisello in un saggio di qualche anno fa dedicato alle “forme del tacere” nel XV e XVI secolo, elaborate per sfuggire alle persecuzioni dell’Inquisizione.
Le considerazioni svolte in proposito potrebbero poi essere “declinate” nella vita di tutti i giorni e di ciascuna persona: decidere al di fuori di un quadro normativo di riferimento, è forse più impegnativo.

G.B.:Il giudice si pronuncia sulle domande che gli vengono proposte tenendo conto degli elementi di giudizio che le sorreggono. Ai fini della decisione, il silenzio non dovrebbe mai essere valutato in un senso o nell’altro. Questo principio di diritto, affermato con vigore già dai giuristi romani, viene quotidianamente ignorato dai “media” quando ci comunicano che l’imputato dimostrerà di essere “estraneo ai fatti” e, purtroppo, anche dai giudici, tutte le volte che condannano in base alla carenza di prove a discarico (per esempio: l’alibi dell’imputato non era credibile) piuttosto che sulla presenza di prove a carico.
Nelle attività del Magistrato, il rapporto tra Potere e Responsabilità assume rilevanza particolare in quanto il Giudice esprime forme particolari di potere. Si consideri che anche i sovrani assoluti rispondevano a qualcuno, agivano cioè nell’alveo di determinate coordinate istituzionali (non potevano segare il ramo sul quale erano seduti, al più, ne potevano piluccare qualche frutto…).
Oggidì, in democrazia, il potere esecutivo risponde al popolo che paga le tasse e esprime la propria volontà con il voto. E i cittadini rispondono alla Giustizia delle proprie azioni non conformi alle Leggi in vigore.

Per quanto riguarda i fatti privati, i Magistrati rispondono come qualsiasi altro cittadino: se un Giudice uccide la moglie, ne risponderà come un qualunque uxoricida. Il discorso è più delicato in riferimento ai reati commessi nell’ambito delle funzioni ricoperte. Quanto alla responsabilità civile, un tempo si poteva agire nei confronti del Giudice solo a titolo di dolo .Nel caso delle attività del giudice, ipotizzare e documentare reati colposi è, infatti, molto difficile. La violazione di regole e delle opportune cautele, è di identificazione incerta. Non come nel caso di altre Professioni, dove i protocolli operativi cui attenersi, sono certi e chiari. Si pensi a un Ingegnere che sbaglia i calcoli per la progettazione di un ponte, a un medico che sbaglia un intervento chirurgico, a un elettricista che manda un impianto in corto circuito e provoca un incendio.
In tutti questi casi, i paradigmi professionali cui attenersi sono chiari. Non altrettanto nell’attività del Magistrato: tali procedure di controllo e di valutazione sono quasi del tutto inapplicabili per quel che concerne la responsabilità del Giudice. Quando le parti si rivolgono al Giudice, significa che non sono d’accordo sull’interpretazione della Legge: lo stesso tipo di comportamento può configurare reati diversi. Il giudizio espresso presenta opzioni opinabili. È il Giudice stesso che si “costruisce” il protocollo cui attenersi, quindi non si potrà mai accusarlo di non averlo osservato.
Uno sforzo per migliorare la situazione, potrebbe essere quello di chiedere al Giudice che, ove si discosti dalla giurisprudenza prevalente, motivi la propria decisione, con validi e ineccepibili impianti logici. Ma in questo caso, correremmo il rischio di favorire l’appiattimento del Giudice su interpretazioni obsolete e magari sbagliate.
D’altra parte, i giudizi espressi sono necessariamente opinabili.
Viceversa i comportamenti omissivi del giudice potrebbero essere senz’altro sanzionabili. È un vero scandalo che non vengano sanzionati i Magistrati che ritardano di anni il deposito di una sentenza o depositano un numero di sentenze irrisorio. Ma, anche in questi casi, la linea difensiva sarebbe comunque facile: l’organo di autogoverno (CSM) ha imposto un tetto al numero di cause che un Giudice deve seguire. Si tratta di un limite risibile. Dovrebbe essere lasciata alla discrezionalità e alla responsabilità dei Capi degli Uffici giudiziari, la decisione di quali e quante cause affidare a questo o a quell’altro Magistrato. Anche in considerazione del fatto che ci sono sentenze che si scrivono in un’ora e altre che richiedono tempi maggiori.

SM.: La Legge (con la L maiuscola) potrebbe entrare in contrasto con i valori di riferimento che guidano l’anima del magistrato. Nel caso in cui – quindi – ciò dovesse accadere, come viene vissuto e “portato” il peso della responsabilità derivante da una decisione che si è dovuta prendere ma che non è condivisa sul piano etico ?

G.B.:Il problema del contrasto fra diritto e giustizia si può presentare nella vita di ogni giorno ad ognuno di noi e non solo nell’ambito dell’attività giurisdizionale dei magistrati. Antigone non era un giudice e Sofocle ha approfondito questo argomento più e meglio di qualsiasi altro. Creonte – il re – aveva a cuore la Ragion di Stato, ragione che tuttavia veniva a configgere con le Ragioni della Società, con la pietas e le Leggi del costume prevalente.
Comunque, l’ipotesi che l’obbligo di giudicare possa porre un Magistrato italiano di fronte ad un drammatico caso di coscienza, mi sembra abbastanza estrema. Prima di tutto, perché attualmente, le norme della nostra legislazione sono il più delle volte inopportune e spesso criminogene, ma non delittuose, come ad esempio lo furono le leggi razziali. E poi,non possono porre ai giudici dei problemi di coscienza, proprio perché i giudici sono chiamati a interpretarle secondo la propria coscienza.

SM.: Come (e perché) è giunto in questi anni a tradurre le esperienze fatte in Magistratura in scritti e testi teatrali dove si ascolta e si vive una sorta di passione diffusa, un complesso di emozioni a tratti e forse derivanti dal malessere sperimentato all’interno di un “organismo” che in gran salute non è…?

G.B. E’ senza dubbio per malessere che si scrive, se si comincia quando si è “giunti sul passo estremo della più estrema età”. Può darsi che, nel mio caso, scrivere di giustizia abbia significato conservare dei legami col mio vissuto, forse in una sorta di rielaborazione del lutto. Nelle mie opere di teatro la Curia viene mostrata per quello che può succedere “dietro le quinte”. Mi chiedo che cosa leggeremmo se gli intercettatori fossero intercettati e fossero le loro conversazioni ad essere pubblicate sui giornali.

SM.: A quest’ultima tematica si può collegare l’uso della parola, “spia del pensiero”, secondo l’accezione proposta da Pierluigi Amietta : da un lato, la parola poetica (in se stessa, esistenzialmente rivoluzionaria) e, dall’altra, la parola necessariamente codificata negli articoli di legge: come è riuscito a mediare tra queste due dimensioni descrittive ?

G.B.: Escludo che ai miei testi possa essere attribuita una valenza poetica o anche solo letteraria. Mi accontenterei di essere riuscito ad intrattenere i miei ventiquattro lettori sui temi che mi stanno a cuore con una scrittura leggibile (meglio ancora se anche recitabile), che è molto difficile apprendere se si è abituati a esprimersi nel gergo curiale delle sentenze.

SM.: Il Magistrato applica le leggi definite dal Parlamento in quanto espressione della volontà dei cittadini-elettori. Si è sempre trovato in sintonia con questa (malintesa…?) volontà popolare?

G.B.: La teoria, secondo cui il Magistrato è solo la” bocca della legge”, non trova rispondenza nella realtà effettuale. Che la volontà del legislatore, potesse essere applicata puntualmente dai giudici, è stata un’illusione degli illuministi (in realtà soltanto di quelli francesi, e nemmeno di tutti loro). Riproporla oggi è un errore, perché significa non voler fare i conti con la realtà. La dottrina, specialmente quella americana, ha già da tempo chiarito che il diritto vivente, inteso come l’insieme delle norme che vengono effettivamente “applicate”, è il prodotto dell’interazione di agenti diversi: il legislatore del diritto positivo, i soggetti che ne sono destinatari e i giuristi (avvocati, giudici, professori e anche giornalisti). che lo commentano, lo divulgano e lo interpretano a vario titolo.
Peraltro, ormai da mezzo secolo, le nostre leggi, e ancor più la loro interpretazione, operano in contrasto con precetti e istituti, che per millenni hanno costituito il fondamento e la garanzia dei presupposti necessari alla conservazione e al progresso del consorzio civile: la protezione legale della proprietà e del possesso, l’osservanza dei contratti, il riconoscimento della famiglia. Tanto per esemplificare, mi riferisco all’uso della leva fiscale come mezzo per trasferire la ricchezza da chi l’ha prodotta a chi non ne produce, alle discipline urbanistiche che spogliano la proprietà immobiliare del diritto di costruire, alla giusta causa intesa come causa di indissolubilità del rapporto di lavoro, alla sostituzione di clausole legislative a quelle contrattuali nei rapporti di locazione, per non dire degli innumerevoli vincoli imposti all’iniziativa privata. Oggi, per trovarsi in sintonia col diritto vivente, bisogna essere fautori del tramonto della nostra civiltà.

SM.: Come definirebbe il concetto di “giustizia” e di “responsabilità”, sempre facendo riferimento alle sue esperienze di magistrato ? Platone afferma che “ Ciascuno è la causa della propria scelta, la divinità non ne è imputabile “: se, per un momento, attribuiamo carattere di “divinità” al quadro legislativo cui il Magistrato deve attenersi, se ne dovrebbe desumere che ogni atto decisionale del giudice è di sua esclusiva responsabilità. Ma è così…?

G.B.: Un magistrato, in quanto tale, rientra nella categoria dei manovali (tutt’al più degli artigiani) e non in quella dei filosofi del diritto. Comunque, anche se si può dubitare del libero arbitrio inteso in senso filosofico, dal punto di vista giuridico ciascuno risponde del proprio comportamento (azioni e omissioni) in base alle previsioni del legislatore. Se nessuno fosse considerato responsabile dei propri comportamenti, la società non potrebbe sopravvivere.

SM.: Come potremmo riassumere , ad uso dei lettori che non hanno avuto modo di leggere il suo “Tenera è la legge”, e tratteggiare le caratteristiche salienti (negative e positive) del “sistema Giustizia” del nostro paese ?

G.B.: La crisi del “sistema Giustizia” si articola in due distinte patologie: quella della disfunzione operativa e quella della delegittimazione politica. La prima, risalente ai primi decenni del secolo scorso attiene al rapporto fra magistratura e società; la seconda quella fra la magistratura e la classe politica, alterati dalle riforme introdotte negli ultimi tre decenni dello scorso secolo. In estrema sintesi, in “Tenera è la legge” si sostiene che le strutture giudiziarie non soddisfano la domanda di giustizia della società, perché, nei loro tratti essenziali, corrispondono a un modello elaborato, nei primi anni del XIX secolo, in vista delle esigenze di organizzazioni sociali ed economiche statiche, diverse da quelle più evolute, come, in una certa misura è anche la nostra. Nei paesi socialmente ed economicamente più dinamici, la giustizia viene gestita da professionisti già affermati, scelti in considerazione della loro fama.
Nel nostro paese, come in gran parte d’Europa, l’amministrazione giudiziaria è affidata a un “Corpo” di dipendenti pubblici, che coopta i propri componenti fra i giovani agli esordi della loro vita professionale. Le interferenze e i contrasti fra giustizia e politica dipendono invece dal rapporto di egemonia, che subordina i vertici “corporativi” e parte dei magistrati alle forze politiche e culturali che hanno trasformato la Magistratura da ”Corpo” quasi militarizzato in “Corporazione”indipendente. Lo stato di fatto che ne è derivato comporta un’alterazione del sistema democratico molto più grave di quelle derivanti da ogni possibile conflitto di interessi.

SM.: Ragione e affetto: un atto decisionale è sempre saturo di emotività. Come si riesce (se si riesce) a conciliare e gestire il piano della ragione “normativa” con il piano emozionale ad esso necessariamente correlato ?

G.B.: Secondo un’antica formulazione, il magistrato deve giudicare “senza passione e senza odio” Per riuscire nell’intento non bisogna mai dimenticare le riflessioni di Bacone sugli idoli che condizionano i nostri giudizi e li trasformano in pregiudizi.

SM.: Un’ultima e conclusiva osservazione sullo stato della nostra Giustizia…?
G.B.: Al tempo in cui ho lasciato l’ ordine giudiziario per entrare in quello della giustizia amministrativa (accadde il 31.12.1973) le patologie che sempre più affliggono la giustizia ordinaria, sia civile che penale, erano già evidenti. Amnistie e indulti venivano promulgati in media una volta all’anno, le carceri erano inumane e intasate da detenuti in attesa di giudizio, le cause si trascinavano per anni e le medesime fattispecie, anche se con minor frequenza che oggidì, erano spesso oggetto di decisioni di segno opposto. Ma ancora non accadeva che inquisiti o condannati conservassero intatta la loro pubblica estimazione. Ricordo Paolo VI, che in piazza San Pietro abbraccia Andreotti imputato di concorso in omicidio e di associazione mafiosa, perché l’episodio mi sembra emblematico e indicativo della perdita di credibilità della giustizia.
Il problema del rapporto patologico fra Giustizia e Politica e quello, ancor più grave, della malagiustizia, possono essere risolti solo insieme, contestualmente. A questo scopo, è necessaria una vera e propria rifondazione della Magistratura, che recida gli intrecci corporativi da tempo consolidati, sottragga i magistrati al predominio delle loro minoranze organizzate e li motivi e li riqualifichi come professionisti capaci di far fronte alle esigenze di una società che, per crescere, ha più che mai bisogno di decisioni rapide e certezza del diritto.

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Sul vaporetto da Sant’Angelo a Piazza Roma e poi sul regionale Venezia – Milano, le parole del mio interlocutore non volevano starsene quiete nella borsa: hanno continuato ad agitarsi, animando una ridda di pensieri che tuttora non trovano pace. Al contrario. Del resto, i temi e le preoccupazioni sollevate sono di grande portata, se non altro in relazione a un vivere che dovrebbe essere civile, ma che tuttavia sempre meno civile – a volte – sembra essere.

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