LE PAROLE CREANO IL MONDO Il contributo di Giovanni Semerano, Autore che dovrebbe tener presente chiunque sia impegnato nella costruzione di relazioni di aiuto

Lettura senz’altro eterodossa, impegnativa e inattesa rispetto alla dimensione tradizionalmente intesa del Mondo del lavoro e dell’associanismo.
L’ipotesi di fondo è tuttavia che sia possibile rintracciare anche in settori molto distanti dalla vita organizzativa, spunti e evocazioni interessanti dal punto di vista – appunto – organizzativo.
Vogliamo allora discorrere di un libro di Giovanni Semerano raccordando di tanto in tanto il piano di riflessione proposto con gli ambiti che tipicamente caratterizzano il lavoro quotidiano di volontari, impiegati, operai, quadri e dirigenti.
La categoria dell’ “Infinito” – infatti – colora e caratterizza il proiettarsi nel futuro di ciascuno di noi e delle organizzazioni delle quali, magari temporaneamente, facciamo parte. Al di là dell’esserne o meno consapevoli.
Prendiamo la questione di petto e mettiamo innanzitutto a fuoco il concetto di Infinito. In un secondo momento cercheremo di valutarne la congruità con la dimensione organizzativa e associativa, seguendo almeno in parte le riflessioni che al riguardo propone Giovanni Semerano.

Quando uomini e donne si recano al lavoro, non per questo cessano di portarsi addosso i sedimenti culturali depositatisi nel corso di una storia millenaria: ognuno di noi in un qualche modo testimonia direttamente quanto complesso sia vivere su questa terra. Da sempre, ogni generazione raccoglie il testimone dalla generazione precedente e si appresta a passarlo a quella successiva. Ecco allora che – tanto per fare un esempio – l’alzare lo sguardo al cielo potrebbe riproporci l’antichissimo tema dell’immensa grandezza del cosmo, tema che, proprio perché inquietante, ha suggerito all’umanità la grande fiaba che ha proiettato nel cielo le numerose figure mitologiche che caratterizzano lo zodiaco. Un tentativo molto umano di rendere un po’ più gestibile quell’assoluta profondità dell’universo che altrimenti avrebbe corso il rischio di “schiacciarci”.
Spunto applicativo: in fabbrica, in ufficio, a scuola o nelle attività svolte in ordine al volontariato, qualsiasi sia il ruolo ricoperto, il tempo trascorre obbligando a volte le persone a confrontarsi con episodi che creano tensione, disagio, malessere. Non male, in casi simili, considerare la possibilità che personalmente abbiamo, di “relativizzare” proprio quei fenomeni che altrimenti potrebbero dar luogo a malesseri di varia entità e grado. Sarebbe probabilmente meno facile prendersela con il proprio “capo” nel momento in cui lo ritenessimo responsabile di una scorrettezza nei nostri confronti, se guardassimo di tanto in tanto il cielo e considerassimo l’immensità dello spazio cosmico dove il nostro pianeta – pur per noi così vasto e ancora in larga parte sconosciuto e inesplorato – rientra nella famiglia dei corpi celesti meno rilevanti in quanto a dimensioni. L’obiettivo di ciascuno, nel mondo del lavoro e nella sfera privata e personale, dovrebbe essere quello di garantirsi una vita di livello qualitativo accettabile. E ogni strategia che ci permetta di vedere le cose come stanno, cioè all’interno di un sistema molto più vasto di quanto magari non sembri, può aiutarci a vivere meglio. L’infinito, da dimensione inquietante, può dunque trasformarsi in immaginario accogliente e rassicurante dove la quotidianità delle esperienze negative viene ricondotta nell’alveo della tollerabilità individuale. Ecco fatto: un tema “filosofico” quale appunto è l’infinito, viene a configurarsi anche come riflessione densa di significato aziendal-organizativo…

Giovanni Semerano è un grande filologo che, “scavando nell’etimologia del greco, del latino e del sanscrito, ha rintracciato, in quarant’anni di studi che trovano la sintesi in questo libro, la madre di molte lingue: l’accadico-sumerico. Questo volume mette in discussione le teorie legate all’indo-europeo come origine delle lingue mediterranee ed europee. In modo suggestivo ci viene data la possibilità di comprendere il senso nascosto delle nostre parole, mandando in frantumi molti pregiudizi e incomprensioni.”
Il senso nascosto delle nostre parole: questo è il punto. Le parole. E poi vi è anche una questione di metodo.
Le parole, per prima cosa. “E’ indegno di un filosofo pronunziare una parola e con essa non significare nulla.” La questione riguarda solo i filosofi? Par proprio di no. Aziende, Associazioni e Organizzazioni di varia e diversa natura, e le persone che vi abitano, “usano” parole che spesso non significano nulla. O meglio: dicono nella sostanza “altro” rispetto al dichiarato apparente. E non è una bella cosa. E poi il metodo: amiamo definire “scientifiche” le discipline che si occupano delle organizzazioni umane. Ma di quale scienza stiamo parlando? E quale è il metodo che la contraddistingue?

“La scienza si compone di un mosaico di punti di vista parziali e contrastanti i quali hanno però un elemento comune, un germe di ribellione contro le limitazioni imposte dalla cultura locale predominante, sia essa occidentale oppure orientale. (…). L’inizio dell’antica scienza si deve tanto ai Babilonesi quanto agli Egizi e ai Greci (…). La scienza è un’alleanza di spiriti liberi di tutte le culture in rivolta contro la locale tirannia che ogni singola cultura impone ai suoi figli.”

A noi interessa un fatto: ogni organizzazione produce cultura ed è portatrice di un insieme di valori, di volta in volta condivisibili o meno. Ed ecco l’interesse applicativo delle considerazioni avanzate da Dyson: spesso il luogo organizzativo è terreno di scontro tra tirannie locali che nella sostanza nuocciono al benessere dell’individuo e del gruppo. Un approccio “scientifico” (nel senso della citazione riportata) potrebbe allora salvaguardare lo stato di salute dell’organizzazione. Ma è altresì noto che gli spiriti liberi sono mal tollerati dall’organizzazione. E così la questione rimane al riguardo aperta, come si suol dire. In ogni caso è fuor di dubbio che questo ordine di riflessione risulta di interesse operativo, soprattutto per quel che concerne la gestione dei collaboratori, tanto per fare un esempio: come Responsabile di un gruppo, favorirò o meno la canalizzazione delle potenzialità individuali verso obiettivi di senso organizzativo? E come? La risposta non potrebbe essere che affermativa, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare…Spesso infatti sul terreno organizzativo (associabile all’ “aiuola che ci fa tanto feroci” di Anassimandro ) cerchiamo di difendere un potere che immaginiamo nostro e soltanto nostro. Riconducibile in sostanza a piani e programmi che hanno a che vedere con il nostro esclusivo vantaggio personale. Al riguardo sarebbe inutile e impietoso citare fatti di cronaca recenti e meno recenti.
Vi è poi associata la questione del rigore e della serietà personale (ben diversa dalla diffusa seriosità che tutti conosciamo come caratteristica di numerosi ambienti organizzativi).

Giovanni Semerano ha intrapreso nei suoi lunghi anni di studio approfondito, una battaglia ben specifica. Nel presentare il suo lavoro, dice infatti: “Nelle pagine che seguono, il frequente ricorso all’accadico, come lingua antichissima di più larga documentazione, dispensa talora dal ricorso a lingue affini e sostituisce il rituale richiamo all’indoeuropeo congetturale dei manuali, storicamente inesistente.”

 

Ancora un contributo e un’indicazione rilevante: nelle Organizzazioni e nel mondo della Consulenza si sente molto forte il riecheggiare di mode e costumi interpretativi rituali. Così allora come Semerano si batte contro l’ipotesi che alla base delle lingue mediterranee vi sia l’indoeuropeo (e non sta certo a noi discuterne la veridicità o la falsità), altrettanto forte dovrebbe essere la nostra azione di uomini d’organizzazione nel rintuzzare le molte sciocchezze che spesso si sentono nelle sale riunioni dedicate agli incontri di una certa importanza. Assumersi la responsabilità di dire e affermare quello che si pensa , naturalmente se il nostro punto di vista è sostenuto da dati e elementi raccolti con metodo e rigore. Con quel metodo e con quel rigore che ha contraddistinto lo studio di Semerano.

Vediamolo allora questo metodo rigoroso in azione e prendiamo a mo’ d’esempio la “scoperta” dell’origine etimologica di due semplici parole (“Le parole crearono il mondo” annota Semerano e in fondo stanno continuando a crearlo, potremmo aggiungere noi). La prima è la parola “mano”, la cui storia sfugge perfino a Giacomo Devoto. E’ una parola che è giunta a noi intatta sfidando i millenni: “Manus ha il suo antecedente nell’antico accadico manu (calcolare, computare). Ne risulta la mano come strumento naturale del computo per digitazione, quale emerge dai libri di matematica sino al Settecento.”
In sostanza e per questi aspetti, Semerano ci consegna una serie numerosa di esempi dove vien rintracciata l’origine vera del segno (che affonda le proprie radici nell’antico accadico) in opposizione alla moda un po’ schematica, superficiale e sostanzialmente falsa che tende viceversa a vedere nell’indoeuropeo (che per Semerano è pura invenzione fantasiosa) l’origine di molte delle parole che quotidianamente usiamo.

E che dire della notazione che Philip K. Dick avanza e Semerano ci ripropone? “Non svegliate il dio che dorme: siamo abiti che egli crea, indossa, logora e di cui alla fine si disfa.” Non vi viene in mente nulla? E se il “dio che dorme” fosse – oltre alla vita stessa – l’organizzazione umana che per antica consuetudine “sputa fuori” i propri membri una volta che avessero raggiunto l’età pensionabile o che magari non si fossero dimostrati all’altezza dei compiti loro affidati? Mah, pensiamoci, ma solo un po’…
E arriviamo all’ “equivoco millenario”, che è ancora una volta storia di parole e storia di potere. Una delle riflessioni più famose di Anassimandro (610 circa – 546 a.C.) è sempre stata tradotta “L’uomo nasce dall’infinito e torna all’infinito.”. Semerano corregge il tutto, collegando il termine greco “àpeiron” (tradizionalmente tradotto “infinito”) al semitico “apar” e all’accadico “eperu”: parole, queste ultime, che – con l’ebraico “aphar” – stavano a significare “polvere, fango”. Ovvero: “L’uomo è polvere e polvere tornerà”. Non è una differenza da poco. La confusione terminologica e il connesso equivoco hanno una loro giustificazione; l’affrontarla in questa sede rischierebbe però di portarci forse un po’ troppo fuori dal seminato. Per concludere, può essere utile procedere con una sorta di ulteriore sintesi antologica dei passaggi che più chiaramente vengono a costituirsi come nuclei di interesse operativo. Vediamo.

“La semplicissima parola infinito (…) non esprime un’idea ma lo sforzo per arrivarci.”
Si tratta di uno spunto che evoca molte riflessioni inerenti lo sviluppo delle potenzialità, individuali e di gruppo. E’ il concetto di sforzo per che ci interessa. Il collegamento con gli impianti motivazionali e con la valutazione (e lo sviluppo) della Attitudini, è chiaro.
“Il linguaggio è la casa dell’essere”
Di nuovo linguaggio e parole, dove l’attenzione potrebbe rivolgersi ad una diversa declinazione dell’espressione: “Il linguaggio è la casa dell’organizzazione “, con tutto quello che logicamente ne consegue, come per esempio:
“I problemi filosofici sorgono quando il linguaggio va in vacanza” , così come è vero che i problemi sorgono in quando parole, pensieri (e, appunto,linguaggio) “vanno in vacanza”. E al riguardo sembra proprio che le ferie non abbiano mai fine.
Obiettivi operativi? Far sì che il pensiero sia un vero e efficace pensiero organizzativo e non un vago immaginario, non “lo spettro del pensiero.” Come ? Per esempio, convincendosi che i pensieri prendono tempo: la gestione ottimale del proprio tempo, individuale e organizzativo, è al riguardo un passaggio cruciale.
Come è evidente, il testo di Semerano si presenta come una miniera dove trovare una serie “infinita” (e in questo senso non ci sono equivoci di sorta…) di spunti utili a irrobustire e migliorare i modi di pensare azienda e organizzazione. E’ una proposta: ampliare sguardo e attenzione in modo da poter cogliere anche in un “altrove” culturale apparentemente distante dalle logiche organizzative, elementi di stimolo proprio al pensiero organizzativo. Solo apparentemente, come speriamo di aver potuto dimostrare. Perché, quando parliamo di cose e faccende umane, che uomini e donne siano al lavoro o meno, incontrano comunque e in ogni caso i grandi temi con cui per i millenni passati – e forse per i millenni a venire – si è sempre confrontata l’umanità. E’ una sorta di amorevole maledizione che accompagna la nostra quotidianità.
Giovanni Semerano, L’Infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero Greco, Milano, Paravia Bruno Mondadori, 2001
Lo Spirito Folletto

 

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