IL CODICE DI PERELA’, SCRITTO DA UN UOMO DI FUMO

Le norme di convivenza civile vanno spesso in fumo. E allora nulla di meglio che chiamare un uomo di fumo cui affidare il compito di redigere un Codice di comportamento valido per tutta la comunità.
Quest’uomo esiste e ha un nome: Perelà. Aldo Palazzeschi (1875-1974) ce ne racconta la storia.
Tre vecchiette erano le sue madri. Pena, Rete e Lama il loro nome. Una narrava la pena del cuore, una ha dispiegato la rete che lo allacciò e una ha in mano la lama che lo trafisse. Di qui, Pe-Re-Là, in loro ricordo. Sì, perché il giovane ha vissuto per trentatre anni nella cappa del camino di casa, tenuto in vita dal fuoco che, a turno, le tre donne mantenevano sempre vivo. Un uomo di fumo, quindi, che tuttavia ha dovuto abbandonare il suo rifugio, il suo “utero nero”, quando le tre vecchiette se ne sono misteriosamente andate.
Giunto al paese, ebbe una grande accoglienza alla reggia, dove tutti i notabili gli fecero gran complimenti. Le cronache d’allora registrarono la presenza, tra gli altri, del grande scultore nazionale Cesare Formichini, del pittore della Regina Crescenzio Pacchetto, del banchiere di Stato Fortunato Rodella, del poeta Isidoro Scopino, di Costantino Del Pesce, critico della letteratura nazionale ufficiale, del medico di corte Agostino Pipper, del grande filosofo indipendente Angiolino Pila, detto Pilone, di Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale Arcivescovo. Fu allora data notizia che ” dopodomani, sabato, a ore cinque, Sua Maestà la Regina riceverà il signor Perelà in udienza privata e domenica sera a ore ventuno, il signor Perelà sarà presentato al popolo. Inoltre Sua Maestà il Re nomina il signor Perelà terzo membro della Commissione che si dovrà occupare della gravosa, ponderosa e annosa compilazione del nuovo Codice per il nostro paese “.
Anche le signore del paese lo accolsero amorevolmente, non disdegnando di accarezzarlo, definendolo di volta in volta “un cigno, un gatto, una nube mansueta o uno di quei bei pennacchi che escono dalle locomotive”. Interessate al compito che lo vedrà impegnato, gli ricordano come nel nuovo Codice le donne dovranno avere un ruolo di preminenza: “Bisogna perché le cose procedano come si deve; i signori uomini non capiscono quasi niente”. Tra le convenute, val la pena di ricordare la Duchessa Zoe Bolo Filzo, la Principessa Nadia Giunchi Del Bacchetto, Donna Maria Gioconda Di Cartella, la Contessa Carmen Ilario Denza, la Contessa Cloe Pizzardini Ba, la Marchesa Oliva di Bellonda, la Principessa Bianca Delfino Bicco Delle Catene e Donna Giacomina Barbero di Ca’ Mucchio.
Tutto sembrava andare per il meglio. D’altronde Perelà, nei suoi trentatre anni di vita alla sommità del camino, aveva ormai accumulato esperienza sufficiente a farne una persona autorevole e più che abilitata a partecipare alla stesura di quel Codice che tutto il paese attendeva da anni. Aveva imparato nomi come “guerra” (“Ora io vedo la guerra come un enorme minestra grigia, scodellata con sordo e lento frastuono, e rimasta lì…immangiabile”) e come “amore” (“Una parola che si eleva nell’aria, come il muoversi degli uccellini nel nido ai primi pruriti, quando ancora ignari intuiscono le loro ali e i loro voli”). E infatti tutto stava andando per il meglio, tanto che con un successivo decreto reale, l’opera del nuovo Codice venne affidata totalmente a Perelà, “superiore, eccezionale, cavalleresca, sovrumana creatura”. Proprio perché di fumo, dava la massima garanzia in ordine alla lungimiranza con cui avrebbe redatto il nuovo Codice. Re Torlindao aveva apposto la propria firma sulla tessera personale di Perelà: “Ispettore generale dello Stato, riformatore: degli uomini, delle cose, delle istituzioni e del costume. Con pieni poteri esecutivi, materiali, spirituali et ultra”.
Ma un vecchio domestico, Alloro, mandò tutto all’aria, seppur involontariamente. Volendo diventare di fumo, si dette fuoco. La figlia, senza mezzi termini, incolpa Perelà: “Mio padre era diventato pazzo di ammirazione per quel mostro che è venuto a introdurre la sventura. Assassino! Mio padre si è ucciso per lui”.
Il Consiglio di Stato viene convocato d’urgenza e qualche nota pesantemente critica comincia a serpeggiare: “Non avete pensato che quell’uomo, riformando il Codice, poteva fare un primo articolo nel quale si dicesse che d’ora in avanti soltanto gli uomini di fumo possono regnare e governare nel nostro paese?” Si decise di fargli un processo, quasi fosse un malfattore qualsiasi. Perelà era vivamente sospettato della morte di Alloro. Ormai lo odiavano tutti e bisognava farlo odiare anche dal popolo. L’opinione pubblica era stata messa all’erta e ora la si poteva gonfiare e sgonfiare come una vela. Molti furono i gentiluomini chiamati a testimoniare contro Perelà. Il medico di corte, Pipper Agostino affermò che l’imputato era affetto da psicopoloneuropatoschlerosofilia, una forma molto contagiosa. Alloro ne fu contagiato per primo. Al filosofo Pilone, Perelà parve un “imbecille”; a Maria Gioconda Di Cartella sembrò “impotente nel bene e potentissimo nel male”. E ancora: “Buono a nulla, morto dissepolto, sfruttatore di femmine volgare, uomo senza pudore, corrotto”. Infine la sentenza: “Risultata ad unanime giudizio la reità dell’accusato e stabilita la dubbia riuscita di pene più decisive, il Ministro della Giustizia lo condanna alla segregazione cellulare a vita”.
Le sue difese furono prese solo dalla Marchesa Oliva di Bellonda, che tutti consideravano pazza: “È il figliolo della fiamma. Io supplico la pietà della giustizia, a volergli concedere che abbia solo un camino la sua cella angusta, il suo camino, dove nacque e dove sempre visse felice alimentato dal fuoco e dalla voce delle sue nutrici”. La richiesta è accolta.
Lascia un appunto con le sue ultime volontà: “Vi lascio queste scarpe, ancora belle e lucide. È quanto io posseggo e che vi posso lasciare. Valevo questo paio di scarpe che vi lascio. Eccole. Mi chiamaste coi nomi più lusinghieri, mi strisciaste i vostri inchini più riverenti, mi adoraste come una reliquia o come un santo sopra all’altare. Poi vi siete accorti che non valevo un gran che e mi avete disprezzato, calpestato come un rettile immondo, coperto di ingiurie e mi voleste lontano per sempre. Voleste che io vi dettassi un Codice: eccolo, questo solo può essere il Codice di colui che vi piacque di chiamare Perelà, e ve lo lascio. Esso manteneva sulla terra la mia unica virtù”.
Nel bel tramonto, una piccola nube grigia in forma di uomo volò in alto, attraversando lo spazio. Nessuno la scorse e non si seppe mai che cosa in realtà fosse.

Aldo Palazzeschi, Il Codice di Perelà. In: Palazzeschi, A., Romanzi straordinari.
1907 – 1914, Vallecchi, Firenze, 1943, pgg. 175-459
[Previo appuntamento, il testo è consultabile presso la sede dell’UVI]

Lo Spirito Folletto

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