PERCHÉ LE GUERRE NON FINISCONO MAI? CE LO SPIEGA ARISTOFANE

Della vita di Aristofane (445 – 380 a. C.?) non sappiamo molto. Aveva anticipato e fatto proprio il precetto di Epicuro (341 – 270 a.C.): «Vivi nascosto». Lo possiamo però conoscere attraverso le sue opere, tra le quali Pace risulta quanto mai attuale. Perché, infatti, le guerre non cessano mai? In questa commedia Aristofane ne spiega le ragioni, vere (in una certa misura) al suo come al nostro tempo. Perché, a ben vedere, la commedia racconta di come vanno le cose anche ai giorni nostri. In fondo, ancora una volta, non vi è gran che di nuovo sotto il sole. Leggete con attenzione la trama: riconoscerete senz’altro attori e personaggi che si agitano sulla scena dove muoiono migliaia di uomini, donne e bambini, ma nella realtà e non per finzione. Il Teatro è la forma educativa e didattico-pedagogica di maggior valore e forza. Ed è per questo che il potere ne ha paura.

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Intreccio e trama. Questi i personaggi: Servi, il vinaiolo Trigeo, Figlie, Ermes, Guerra, Finimondo, Coro, Ierocle, Venditore di falce , Mercanti di armi, Ragazzi.

Due servi preparano torte e focaccine con gli escrementi tratti da un secchio, da gettare nelle fauci di uno scarabeo dell’Etna. Sulle ali dell’enorme insetto, Trigeo, il loro padrone, vuole arrivare fino a Zeus per chiedergli perché infligge agli uomini così tanti mali e così tante sciagure. Riesce a alzarsi in volo sulla maleodorante bestia e, giunto davanti alla dimora di Zeus, viene accolto da Ermes. Il dio viene ammansito con l’offerta di una gran quantità di carni così che gli rivela che la dimora degli dei celesti non è più quella. Sdegnati con i rissosi Elleni si sono ritirati in acque più tranquille, lasciando Ermes come custode di poche carabattole. La loro antica sede l’avevano ceduta al gigante Polemos (Guerra), che aveva rinchiuso la Pace in una caverna, ostruendone l’ingresso cin grandi pietre, preparandosi a far polpette delle città greche: pensa di triturarle in un grosso mortaio. Il Gigante entra fragorosamente in scena accompagnato dal servo Finimondo, getta nel mortaio varie città, simboleggiate dai loro prodotti (porri, aglio, cacio, miele). Ma deve rinunciare all’impresa: si sono rotti i suoi pestelli più validi (l’allusione riguarda il capopopolo ateniese Cleone e il generale spartano Brasida, caduti combattendo) e ci vuole tempo per costruire un nuovo aggeggio che gli consentisse di fare polpette delle città greche.

Trigeo lancia un appello: convoca contadini, mercanti, artigiani, operai, stranieri, isolani; li esorta a portare pale e gomene per riportare alla luce Pace, la più grande delle dee. Irrompe il Coro che, chiedendo ordini, si abbandona a una danza stravagante e sfrenata: sono le gambe, da sole, a dettar legge. Mentre si accingono a scavare, compare Ermes per impedire la trasgressione delle decisioni assunte dagli abitanti dell’Olimpo. Promesse di grandi celebrazioni in onore degli dei, l’offerta di una coppa d’oro e la segnalazione di un complotto contro gli dei, inducono Ermes a schierarsi con i “congiurati”. Vari tentativi di liberare la Pace vanno però a vuoto. Trigeo si sbarazza allora degli stranieri, collaboratori di scarsa volontà e con il solo aiuto dei contadini ateniesi, disseppellisce la Pace. Con la Pace emergono dall’antro anche Opora, la dea dei frutti e Theoria, la dea delle feste. Ermes spiega come mai i Greci si fossero persi la Pace. La dea, infatti, si è chiusa, rispetto agli uomini, in un assoluto mutismo. Concede Opora in moglie al vinaiolo Tigeo e Theoria al consiglio di Atene, del quale un tempo faceva parte. Il Coro sfila in passerella e il Corifeo esprime il pensiero dell’Aurore: Aristofane rivendica i propri meriti di commediografo; ha rinunciato ai mezzucci, ai facili e scostumati effetti della farsa, ha dato prova di molto coraggio colpendo pericolosi bersagli, scendendo in campo anche contro il capopopolo Cleone, “la belva dalle zanne aguzze”.

Trigeo torna a casa stanchissimo, affidando Opora ai servi perché la preparino per le nozze. Consegna personalmente Theoria al Consiglio, ostentandone le bellezze con uno spogliarello. Per i festeggiamenti in onore della Pace, si sistema sulla scena un altare. Il profumo dell’arrosto richiama inevitabilmente un antipatico intruso, un sussiegoso indovino, ostile verso la Pace ma ansioso di prender parte al banchetto. Verrà preso a legnate. Arriva con dei doni un mercante di falci per le messi, rinato a nuova vita. Subito dopo si presentano mercati di armi, rassegnati a svendere i loro prodotti: cimieri, lance, corazze. Sbertucciati e messi alla gogna, si allontanano offesi. Alcuni giovinetti intonano alcune irritanti canzoni di guerra: subiscono spiritosi dileggi. La commedia termina con il corteo nuziale degli sposi.

Riferimento bibliografico: Aristofane, Pace, con testo greco a fronte, Milano, Garzanti, 2002. Introduzione e traduzione di Umberto Albini.

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