SFOGLIARE LE PAGINE DEL LIBRO DELLA VITA: LA LETTURA COME ANTIDOTO ALLA VIOLENZA ASSISTITA

La domanda è: assistere alla violenza “raccontata” da film, TV, cartoni animati e video giochi, determina e favorisce processi catartici o, al contrario, processi suggestivo-imitativi? E ciò riguarda bambini, adolescenti e adulti. In altre parole: la violenza “assistita” nei più svariati “social” determina e favorisce comportamenti aggressivi e violenti?

Chiariamo prima di tutto i concetti di “catarsi” e di “suggestione”. Cesare Musatti (facendo proprio e sviluppando il punto di vista di Sigmund Freud) è dell’opinione che nei processi catartici si verificherebbe un deflusso delle pulsioni attraverso la loro realizzazione al livello della realtà dello schermo mentre in quelli suggestivi, lo spettatore, facendo propri atteggiamenti, sentimenti e tendenze dei personaggi nei quali si è identificato, tenderebbe a riprodurle nella vita reale. Lo spettatore, cioè, sarebbe indotto a cercare nella vita reale appagamenti analoghi. Sempre Musatti (lo sottolinea Dario Varin) ricorda come, nel mondo della tragedia greca, il termine “catarsi” si riferiva ad un processo nel corso del quale si verificava l’espiazione delle colpe da parte del protagonista delle vicende, protagonista nel quale gli spettatori si identificavano. Freud rileva come l’effetto liberatorio sia possibile solo se si verifica un particolare tipo di identificazione per la quale lo spettatore mantiene la consapevolezza della distinzione fra sé e il personaggio e se permane il senso di finzione per cui la sua identità personale non è messa in gioco.

Scrive Dario Varin: «La violenza ha sempre fatto parte della natura umana e pensare di risolvere il problema riducendo drasticamente la violenza negli schermi significherebbe favorire un altro tipo di visione deformata, in senso edulcorato, della realtà sociale in cui viviamo. Inoltre, la violenza ha avuto sempre un ruolo importante, anche se molto diverso in rapporto ai processi psicologici coinvolti, nella fiaba, nella letteratura per l’infanzia, in particolare quella avventurosa, non certo priva di pagine truci e sanguinose […] Per ridurre i rischi i punti di attacco sono molteplici. Primo fra tutti, ovviamente, una responsabilizzazione e un’autodisciplina nell’emittenza (anche stimolata da un’utenza più consapevole). Vi è poi l’educazione delle famiglie per una fruizione televisiva famigliare più attenta e consapevole: quando i genitori riescono a discutere con i bambini un programma carico emotivamente (anche, ma non solo, per la violenza) o ambiguo sul piano etico, l’elaborazione interna del messaggio e gli effetti che comporta, può modificarsi significativamente. Infine la scuola può contribuire in modo rilevante a educare i bambini ad una fruizione più staccata, critica e consapevole della televisione».

Ecco delineato il problema che dovrebbe interessare genitori, insegnanti, volontari impegnati nel partecipare all’ “avventura educativa” che li vede interagire con bambini, ragazzi e adulti. Con la finalità di migliorarne la qualità della vita.

Ancora Dario Varin: «I bambini, anche dopo la scuola dell’infanzia, possono confondere nella memoria le tracce di eventi reali ai quali hanno assistito con quelli di programmi televisivi». I livelli realtà-irrealtà si dimostrano instabili, dal che discende che, per i bambini che vedono troppa televisione, distinguere realtà e fantasia risulta più difficile così possono tendere, per esempio, a pensare che i poliziotti si comportino come quelli le cui “gesta” vedono alla televisione o al cinema.  Varin precisa ulteriormente: «Un effetto potenziale di notevole rilievo riguarda la maggior assuefazione alla violenza reale: i bambini che vedono molti programmi a contenuto violento, soprattutto se destinati agli adulti, possono diventare meno sensibili nei confronti di fatti violenti ai quali hanno avuto l’occasione di assistere, quasi si trattasse di fatti “normali”. Un altro effetto possibile è la deformazione in senso persecutorio della realtà sociale, che può così assumere un carattere pauroso o addirittura persecutorio: paura di essere aggrediti, pessimismo verso le intenzioni degli altri, tendenza a vedere nemici dappertutto. In queste condizioni, l’aggressione intesa come difesa preventiva può essere maggiormente accettata».

Le cronache quotidiane trasudano violenza e aggressività. E considerando che l’esempio è la forma didattico-pedagogica di maggior rilievo, viene da sé che il mondo degli adulti si presenta al mondo infantile e adolescenziale dando una svariata antologia di cattivi esempi (guerre, omicidi, stupri, attentati, violenze di ogni genere, comprese le violenze verbali). Vi è poi da considerare – con Giacomo Leopardi – che la natura è matrigna e che, a guardar bene e con attenzione, anche negli angoli dove tutto appare sereno e “in pace” si nascondono tracce di violenza e di cattiveria.

Che fare? Verrebbe da chiedersi. Stando così le cose, pare che non vi sia altro da fare che educare (se stessi e i nostri più giovani compagni di viaggio) con l’obiettivo diffondere la cultura del rispetto per le cose umane e del mondo. E favorire lo sviluppo delle capacità di ascolto, decodifica e interpretazione critica  dei segnali diffusi da quella singolare stazione radio dalla quale  ciascuno di noi “trasmette” di giorno e di notte, con le proprie, esclusive e originali caratteristiche. Nei cui tratti a volte la violenza fa capolino, almeno nell’immaginario: “i buoni lo sognano, i cattivi lo fanno”.

E sostituire, almeno in parte, gli schermi con la lettura così da creare l’abitudine a sfogliare le pagine di quello straordinario libro che è la vita.

Riferimenti bibliografici:

  1. Imbasciati – R. De Polo – R. Sigurtà (a cura di), Schermi violenti. Catarsi o contagio? Roma, Borla, 1998. In particolare: Dario Varin, Gli effetti della violenza sullo schermo in età di sviluppo.

Robert I. Simon, I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno, Milano, Cortina, 1997

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