MALATTIA E DOLORE A VOLTE PASSEGGIANO NEL GIARDINO DELLE NOSTRE EMOZIONI

Sfogliamo le pagine della vita – nostra e altrui – senza il più delle volte esserne consapevoli. È difficile ascoltare le vibrazioni affettive del mondo. E tuttavia e comunque dovrebbe essere il primo e principale compito di tutti coloro che si occupano “dell’altro”, bambino, ragazzo o adulto che sia. E, naturalmente, anche di se stessi. Con l’obiettivo di migliorarne (per quanto possibile) la qualità del vivere l’esperienza di essere ciò che si è.

Enzo Funari ci aiuta, e quasi ci insegna, a decodificare e interpretare i sintomi (minuti e all’inizio silenziosi) che caratterizzano il vivere in un mondo dove malattia e dolore a volte bussano improvvisamente alla nostra porta e non possiamo non accoglierli, ospitandoli nel giardino delle nostre emozioni. Seguiamone il ragionamento.

«Una mattina, alle otto, un giovane si fermò davanti alla porta di una casa isolata dall’aspetto elegante. “Quasi mi meraviglio – pensò – di avere con me un ombrello”. Negli anni passati non aveva mai posseduto un ombrello. Col braccio teso in giù reggeva una valigia marrone da poco prezzo. Davanti agli occhi dell’uomo che doveva essere arrivato da un viaggio, c’era una targa di smalto sulla quale si leggeva: “C. Tobler Ufficio Tecnico”».

Così inizia un romanzo di Robert Walser (L’assistente, Torino, Einaudi, 1961). La situazione in cui viene a trovarsi il giovane rinvia al disagio sociale ed economico dell’adolescente, alla malsicura identità personale nonché a una situazione storico-culturale più vasta, di crisi, dove ogni certezza appare annullata, compromessa o almeno scossa. Vi si può, se lo si vuole, anche leggere i tratti della condizione umana in quanto esperienza che non sembra ancora essersi assestata, dopo secoli di pratica, su posizioni di equilibrio accettabile.

La chiave di lettura proposta da Enzo Funari è di indubbia validità pratica: tutte le mattine, e magari proprio alle otto, iniziamo il nostro viaggio quotidiano, partendo dal villaggio delle nostre speranze. Con una valigia che sarebbe bene fosse “delle sorprese”. Ecco allora il punto: imparare a guardare le cose del mondo con lo sguardo del bambino. Per non perdere l’abitudine di stupirsi delle più piccole cose. La nostra valigia dovrebbe contenere gli strumenti per cogliere appieno il senso della vita che, in ogni caso, ci si presenta sempre con tratti sorprendenti. Il sorriso e il brillio degli occhi potrebbero allora essere i nostri compagni di viaggio anche e soprattutto quando la vita dovesse presentarsi non con i propri abiti migliori.

Testo di riferimento: Enzo Funari (a cura di), Freud. Antologia di scritti, Bologna, Il Mulino, 1979

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