SOTTO LE ALI DELLA COLOMBA: IL DESTINO DI MOLTI BAMBINI NELLA MILANO DELL’OTTOCENTO.

DA: Simone Lunghi, Quartiere Solari, Social Network. Il 21 dicembre 2020       

Il Quartiere Solari Social Network, gruppo privato con 4.400 membri, è animato dalla voce di cittadine e cittadini impegnati nella diffusione di quella cultura del rispetto e della solidarietà attualmente non diffusa come dovrebbe essere. Simone Lunghi descrive ciò che accadeva a molti dei bambini che hanno avuto l’avventura (o la sventura…?) di nascere nell’Ottocento. Una lettura storica utile a comprendere come, alle volte, il passato – sotto mentite spoglie – tenda a “presentificarsi”: andando oltre i confini del paese in cui viviamo, dovrebbe risultare evidente come il disagio infantile sia ampiamente globalizzato.

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«Che cosa voleva dire essere un bambino nella Milano dell’Ottocento?

Nell’antica Roma quando un uomo riconosceva il proprio figlio lo sollevava da terra; la parola “allevare” deriva proprio da questo. I non riconosciuti venivano invece lasciati a terra presso la columna lactaria dove, si sperava, qualcuno si sarebbe preso cura di loro, nutrendoli e facendoli schiavi, oppure sarebbero morti. Nel medioevo si diffuse la ruota degli esposti: in alcuni edifici c’erano ruote girevoli dove era possibile mettere il neonato dall’esterno, mantenendo l’anonimato. Un campanello avvisava quando il cilindro ruotava all’interno dell’ospizio per consentire le prime cure.

I bambini venivano lasciati nella ruota degli esposti con un “segnale”: ad esempio una carta da gioco o un’immagine sacra tagliata a metà. Erano quelli l’unico legame con la famiglia d’origine e, a Milano,  si diceva che finivano ‘sotto le ali della Colomba’. Questo perché la colomba che era il simbolo dell’Ospedale Maggiore fin dal 1456 quando Bianca Maria Visconti aveva chiesto al marito Francesco Sforza di istituire un grande Ospedale per i poveri.

A Milano venivano chiamati i ‘figli dell’Ospitale’ e poi ‘Colombitt’. Erano i neonati esposti, “putti privi di sussidio”. Talmente numerosi che oggi Colombo, il cognome con cui vennero registrati da fine ‘700 al 1825, è uno dei più diffusi in Lombardia. Un fenomeno talmente diffuso che rischiò di portare l’ospedale, nella fase più intensa, alla rovina.

Nonostante l’ospedale Maggiore fosse il primo latifondista della Lombardia, grazie ai lasciti dei benefattori, l’amministrazione arrivò ad ipotecare alcune terre per mantenere i colombini e le colombine, sempre più numerosi. Da fine ‘700 l’orfanotrofio venne trasferito e ricollocato in un ex monastero, espropriato per volere dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, diventando la “Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla ruota”, proprio accanto alla cerchia dei Navigli. I nuovi ingressi passarono da circa un migliaio a più di 5 mila l’anno. In alcuni momenti l’ospedale, che manteneva questi bimbi per lunghi periodi (nonostante il tasso di mortalità infantile fosse, in anni di crisi, anche del 50%), arrivava a dover prevedere, nei propri bilanci, il sostentamento di oltre 10.000 “Colombitt”.

Per contenere i costi il servizio venne “esternalizzato”: i bambini venivano affidati alle balie nelle campagne. L’ospedale pagava loro un salario, oltre all’abbigliamento e il corredo fino a 15 anni. Le quote diminuivano quando i bambini diventavano forza lavoro per le famiglie, mentre erano più alte quando le balie allattavano. Il latte materno era un bene da vendere e le balie erano molto richieste perché anche le donne lavoravano e non esistevano asili. Avendo la possibilità di avere il servizio a carico dell’ospedale era frequente che le famiglie in difficoltà scegliessero di mettere i figli nella ruota per mandarli “a balia”.

L’intenzione era poi di riprenderli con sè appena possibile grazie al controsegnale: l’altra metà dell’oggetto che avevano lasciato nella ruota insieme al neonato e che veniva conservato in archivio. Si presentavano a distanza di anni facendo richiamare i bambini dalle campagne, perché il “diritto imprescrittibile del sangue non poteva essere infranto”. Era spesso un trauma, specie per i più grandi che nel frattempo si erano integrati nelle famiglie affidatarie e che a volte, dopo essere cresciuti in terre lontane, parlavano dialetti molto diversi da quelli dei genitori.

Milano fu un caso particolare in Italia, per alcuni decenni si calcola che il 30% dei bambini nati in città finisse nelle ruote degli esposti. Non solo figli illegittimi, ma anche quelli legittimi di donne rimaste vedove o di famiglie impossibilitate a prendersene cura. Esisteva anche un “ufficio accettazione” al quale si potevano lasciare i figli di coppie sposate in gravi difficoltà economiche o le cui madri erano morte di parto o non avevano latte. Ma il fatto che il periodo di balia offerto fosse limitato a uno o due anni e i genitori non potessero decidere quando riprendersi i bambini limitò molto gli ingressi di questo tipo.

Non erano famiglie ai margini della società ma facevano parte della schiera dei lavoratori poveri di città. Molte donne lavoravano a domicilio come domestiche, cucitrici e così via. Il fenomeno generò numerose polemiche a causa delle spese onerose che gravavano sui conti dell’ospedale utilizzato come un “pubblico stabilimento di baliatico gratuito”, si pensi che le operaie milanesi, a metà Ottocento, arrivavano a partorire quasi 14 figli contro gli 8 della media nazionale.

Gran parte dei bimbi entrava in forma anonima, come dimostra il numero di oggetti ‘segnale’: monili, rosari e coroncine, tessere del lotto e, soprattutto, immagini sacre e biglietti su cui si scrivevano anche informazioni sul bimbo, nome, data di nascita o condizioni di salute.

Il bilancio della Pia Casa degli Esposti era separato: l’ospedale pagava il debito che veniva ripianato dal governo di Vienna. Dopo l’Unità d’Italia le cose cambiarono e l’ente competente divenne la Provincia di Milano che si fece carico non solo delle passività ma ne prese la gestione. Nasce quindi l’’idea di riservare l’orfanotrofio solo agli illegittimi per poi chiudere nel 1868.

Abbiamo visto per quale motivo a Milano erano registrati con il cognome Colombo all’anagrafe. Nel resto d’Italia a Napoli i bambini della ruota degli esposti erano registrati come Esposito (esposto) , a Firenze come Innocenti (la ruota si trovava nell’Ospedale degli Innocenti). A Roma, durante il papato, era comune chiamare i trovatelli con il termine projetti (in città era nota come “rota proiecti”) da cui deriva uno dei più comuni cognomi romani: Proietti. Spesso venivano usati anche cognomi beneauguranti come Diotisalvi, Diotaiuti, Diotallevi oppure altri che indicavano una sorta di “appartenenza” come Del Signore, Del Papa, Del Re, Di Dio o Della Casa. A volte si utilizzava il periodo in cui venivano portati alle “ruote” ecco quindi cognomi relativi ai giorni della settimana come Domenichini o Sabatini; o i cognomi relativi ai mesi dell’anno Agosti, Marziano».

#CanottieriSanCristoforo

#LaMiaPalestraÈdifferente

#Talanoa

#PilloleCuriose

L’immagine è un acquerello della “Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla ruota” il cui autore è purtroppo ignoto

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