INSEGNARE A VIVERE A CHI DALLA VITA PENSA DI ESSERE STATO TRADITO.

La docente racconta e si racconta

Questo mio anno di esperienza a scuola è stato denso e significativo da molti punti di vista. Sono stata insegnante di bambini e bambine che – a loro volta – mi hanno fatto capire quanto sia impegnativo vivere quando la storia personale abbia comportato la perdita degli usuali strumenti di riferimento, emotivi e razionali, con il conseguente indebolimento delle strategie cognitive in senso ampio.

Ecco – e solo a mo’ d’esempio e in sintesi – alcune delle situazioni maggiormente significative che mi hanno visto partecipe delle avventure esistenziali di alunni e alunne.

Una bambina di 9 anni con mutismo selettivo e una bambina di 7 anni certificata da pochi mesi per la quale si ipotizza una sindrome non ancora diagnosticata poiché presenta diverse problematiche che potrebbero essere tra di loro correlate: ritardo mentale, difficoltà motorie, disturbi dell’alimentazione, disturbi comportamentali. Le maggiori difficoltà nel lavoro con lei sono state dovute alla sua incapacità di mantenere la concentrazione che la portava spesso a distrazioni e a perdere la voglia di portare a termine i compiti assegnati.

In seconda c’era un bambino con sostegno, certificato come bipolare, con comportamenti schizofrenici, altra situazione che spesso ha richiesto l’intervento specifico di noi insegnanti, di fronte soprattutto alle sue crisi evidenti.

Anche in assenza di una patologia ben definita e conclamata, due sono state poi le situazioni particolarmente difficili da gestire:

1) quella di un bambino che nel corso dell’anno scolastico ha vissuto la malattia del papà, e quindi le terapie, e successivamente la sua morte, in pieno lockdown, e che  ad oggi attribuisce la morte del  papà al Covid;

2) quella di una bambina che non ha mai vissuto la figura paterna poiché si trova in carcere da quando lei era ancora molto piccola.

In quarta invece, dove seguivo la bambina con mutismo selettivo, vi era un’altra situazione molto particolare: un bambino iperattivo seguito dagli assistenti sociali poiché entrambi i genitori fanno uso di sostanze stupefacenti. Si è spesso presentato a scuola in condizioni che definirei allucinanti, perciò è stato molto difficile placare i suoi momenti di forte agitazione che si verificavano molto spesso.

Si tratta solo di alcuni esempi, relativi alle classi in cui ho lavorato, perché purtroppo nella scuola i casi “critici” erano e sono veramente tanti, considerato anche il quartiere di Milano particolarmente disagiato.

Cristina Fratto

Il riferimento al quartiere cittadino disagiato ricorda quanto rilevante sia la condizione socio-economico-culturale che il più delle volte costituisce lo scenario degli impegnativi casi che i docenti sono chiamati ad affrontare e gestire. Non è questione nuova, tanto che ormai molti decenni orsono, negli Stati Uniti, è stato pubblicato un libro di un certo interesse anche ai giorni nostri: Classi sociali e malattie mentali.

Vi è, al riguardo, ancora molta strada da fare: insegnanti e istituzione scolastica dovrebbero poter contare sul contributo di altre figure professionali – psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili in primis – che tuttavia, e il più delle volte, si limitano a definire diagnosi (a volte superficiali) che tendono a catalogare disturbi che altro non sono che la naturale risposta a situazioni di oggettivo disagio. Ma detto e fatto questo? L’insegnante è lasciato solo e per fortuna e in genere può fare appello alla propria sensibilità e competenza, come la testimonianza di Cristina Fratto documenta.

La tipologia dei casi descritti dalla nostra insegnante – per esempio – implicherebbe la necessità di occuparsene oltre, al di là e al di fuori dalla classe scolastica. Ma ciò richiederebbe tempo e denari. E l’uno e gli altri scarseggiano. Vi è infine il problema di una politica nel migliore dei casi distratta quando non addirittura impegnata nel tessere una tela di lacci e lacciuoli burocratici che impediscono alle dirigenze scolastiche e al corpus docente di occuparsi a tempo pieno di ciò di cui dovrebbero e vorrebbero occuparsi: elaborare strategie didattico-pedagogiche sempre più efficaci.

*

One Reply to “INSEGNARE A VIVERE A CHI DALLA VITA PENSA DI ESSERE STATO TRADITO.”

  1. Quando si leggono queste esperienze e si comprende quanto siamo difficili tantissime situazioni familiari, capiamo quanto ci sia da fare come sostegno scolastico, non soltanto pedagogico, ma soprattutto umano. Difficile immaginare quanti drammi possano essersi accentuati con il lockdown. Uvi avrà sempre più da fare

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...