AL BAR DELL’UVI SI ASCOLTANO E SI RACCONTANO STORIE DI VITA ASSOCIATIVA. La testimonianza di Angelica Mihoc, educatrice in uno degli spazi dove i bambini giocano e crescono sotto un albero dai mille colori.

Riceviamo la testimonianza di una persona che ha avuto il coraggio di raccontare i propri sentimenti. Di lingua rumena, il testo è stato rivisto, intervenendo soltanto sul lessico espositivo ma salvaguardandone con precisione il succedersi argomentativo. Abbiamo chiesto e ottenuto l’autorizzazione di raccontare una storia densa di vibrazioni emotive personali, storia significativa in ordine alla scelta di svolgere l’attività educativa in cui è tuttora impegnata.
Il protocollo di lettura e ascolto della sua voce tradotta in parole scritte ha in Danilo Dolci il punto di riferimento teorico-applicativo. Corre poi l’obbligo di segnalare come, tra le molte righe, facciano capolino elementi di una cultura che si è via via accumulata a partire dall’esperienza diretta e pratica e non tanto dalla lettura di libri e manuali. Vi si trova il riscontro di alcune canzoni di Luca Bassanese (tra le altre, “Adelante” e “Canzone per Marta”), canzoni a suo tempo proposte come stimolo alla riflessione; di alcuni passaggi della “Lettera al padre” di Franz Kafka e, dalle pagine del Diario dello stesso Autore, la descrizione di una fabbrica; l’assimilazione di parte della proposta freudiana e il concetto di “Spazio di sviluppo prossimo”, di L.S. Vygotskij.
Una testimonianza che può senz’altro essere intesa come documento di indubbio valore euristico.

*****
I valori di una vita vissuta
«Per una persona, il fondamento principale del proprio “essere nel mondo” consiste nella dinamica tra Io, Es e Super Io, che costituiscono, in un certo qual modo, la forza interiore di ciascun individuo. Le circostanze della vita (che mi hanno portato ad essere ciò che sono) possono essere riassunte nella mia infanzia, individuate nel luogo dove sono cresciuta, nei valori che mi hanno trasmesso, nel mio ambiente familiare e culturale. La vita che ho vissuto e vivo ha comportato e comporta la lotta interiore per essere presente nella vita di tutti i giorni, nella vita famigliare, per avere un’identità. Ma c’è anche il rischio, il pericolo, di NON essere: fisicamente sì, ci sono ma è come se non ci fossi; senza il coraggio di dire la mia, di educare i figli, di trovare un posto nel mondo, il mio posto. Può capitare di dire ciò che si pensa davanti agli amici ma si tratta di un dire che lascia subito spazio al fallimento: anche in famiglia possiamo sembrare malati di mente perché non si è uguali agli altri. Quando e se le cose stessero così, anche la scuola sarebbe il fallimento nel campo delle relazioni interpersonali.
Gli anni trascorsi come educatrice (anche di me stessa, oltre che dei bambini che hanno accompagnato molte delle mie giornate) mi hanno – sulla base delle esperienze svolte – suggerito questa considerazione: il bambino pensa di non essere capace se i genitori lo sgridano, lo castigano. Nessuno lo ascolta, non ha nessuno con cui confrontarsi, nessuno a cui chiedere che cosa è bene e che cosa è male. Nessuno che gli insegni cosa sia la coerenza: spesso i grandi gli dicono una cosa e ne fanno un’altra; questo non si fa, ma loro lo fanno. Il bambino le prende ma il grande può non pagare per la sola ragione che è grande. E se è grande, anche se ha sbagliato, può non chiedere scusa, può non essere castigato. Perché? Verrebbe da chiedersi. Ma dove va a finire la funzione di giudice e di critico censore ricoperta dal Super Io? E un bambino così educato (o meglio: male educato), da grande, come sarà?
Non gli è stata data la possibilità di sperimentare che le frustrazioni sono occasione di crescita. Potrà, certo, avere delle soddisfazioni, ma non riuscirà a gestirle, a farne tesoro e così fallirà ancora una volta, rischiando di cadere in depressione. In se stesso si formano molte ferite, in seguito difficili da rimarginare. Come il tulipano, tanto bello quanto delicato, ha bisogno di radici forti. Ha bisogno di essere circondato da persone coerenti e sincere; ha bisogno di avere un modello che deciderà poi se seguire o meno. Le esperienze infantili potrebbero determinare l’incapacità di dare confidenza, potrebbe continuare a sentirsi inferiore e così gli sarà impossibile volare verso un futuro migliore che valga la pena di essere vissuto. Perché ciò non accada, occorre far sì che possano essere sperimentate soddisfazioni personali e di successo all’interno di quello spazio “potenziale” dove possa crescere una volta che sia aiutato da genitori e insegnanti.
Si tratta di considerazioni che mi sono suggerite dagli anni passati in una società arretrata, la Romania, dove ho vissuto queste lacerazioni. E quando penso e vedo molti dei genitori dei bambini che arrivano al mio “spazio”, ebbene, un po’ di quell’antica Romania mi par di rivederla…
La domanda che mi pongo, in quanto educatrice, è: questi bambini che persone saranno domani? E io, quale contributo posso dare perché diventino cittadini positivamente, criticamente e costruttivi attivi?»
La testimonianza prosegue raccontando a lungo e dettagliatamente i passi maggiormente significativi della propria vita vissuta, dall’infanzia fino ai giorni d’oggi. Per mancanza di spazio non possiamo che riassumerne il contenuto.
• La ricerca di un lavoro onesto non è stata per nulla facile e quando è riuscita a trovarlo, grazie a una famiglia gentile, le era permesso di giocare un po’, ma solo con un giochino che aveva inventato (di giocattoli veri e propri non ne aveva mai avuti). Aveva l’abitudine, quando le era possibile, di guardare il cielo pensando se al di là del cielo ci fossero delle persone.
• A 16 anni la sua famiglia ha combinato il matrimonio con un uomo di 30 anni. Ha accettato per far piacere alla madre e per fare vedere al paese che si era sposata. Ma dopo circa tre mesi si è separata: troppi i litigi in casa. E quando madre e nonna hanno cercato di convincerla a tornare con l’ex marito, è scappata in Francia, dove abitavano lo zio e il nonno. Anche qui trovare lavoro non è stato facile fino a che lo ha trovato come Colf in una famiglia con una bambina disabile. Ha lavorato per tre mesi, ma quando le hanno fatto conoscere un taxista perché diventasse “il suo uomo”, ha deciso di tornare in Romania dove, in campagna, ha lavorato i campi.
• Nell’autunno del 1997 il fratello della nonna le fa sapere che potrebbe andare in Italia, da suo figlio: c’è la possibilità di lavorare. Riesce a venire in Italia con un visto turistico di due settimane. Il suo sogno era vivere e lasciar vivere.
• Ha lavorato come Colf in una famiglia di cinque persone (genitori e tre figlie femmine), per cinquecento mila lire per il primo mese. Le hanno insegnato cose apparentemente banali: lavarsi i capelli con shampoo e balsamo, avere il proprio asciugamano, avere un vero bagno, tutte cose che fino a quel momento non aveva potuto nemmeno sognare.
Aiutata a fare tutti i documenti necessari, le è stato possibile buttar le basi per iniziare un nuovo percorso di vita. Ha imparato a vivere anche se aveva solo due ore di libertà al giorno. Appena aveva qualche soldo, lo mandava alla nonna in Romania. E’ stata due volte in montagna, al mare e, con il traghetto, a Gardaland per la prima volta.
• Nel 2000 andò a Roma per festeggiare il primo dell’anno. Incontrò un ragazzo che conosceva da ragazzina e decisero di metter su famiglia, la famiglia che aveva sempre sognato. Ma solo dopo due mesi si accorse nella sua vita si era fatto vivo un uomo che non aveva rispetto per la donna. Sperava che, con il tempo, tutto si sarebbe aggiustato e lui sarebbe cambiato. In fondo – pensava – veniamo da un mondo diverso da quello in cui viviamo oggi. Imparerà a rispettarmi per quello che sono.
• Quando sono andati a convivere, altro problema: il fidanzato le impediva di lavorare come cameriera. Litigate su litigate. Alla fine (con la minaccia di chiamare i carabinieri) ha ceduto. Al mattino faceva le pulizie per poi, tre o quattro volte alla settimana, servire ai tavoli.
• Aveva però bisogno di lavorare di più, almeno otto ore al giorno. Riesce ad essere assunta in una fabbrica metalmeccanica dove lavora per sette anni e la sua “avventura” inizia nel 2001, i primi due anni come dipendente di una Cooperativa per poi essere assunta nell’Azienda. Ha conosciuto molte perone, per lo più donne (italiane, rumene, moldave, albanesi. Ed in particolare di una ragazza albanese che si ricorda: guardava le sue mani pensando alle proprie e alla propria vita. Il lavorare in fabbrica era per lei (Angelica) un successo, mentre per la ragazza albanese era solo un modo per sopravvivere: in Albania, prima del crollo del comunismo, faceva una vita da principessa, perdendo poi però tutto. L’esperienza in fabbrica le ha consentito di decidere e scegliere quale donna avrebbe voluto essere.
• Nella vita privata i sogni iniziano ad avverarsi, anche se la vita con il fidanzato prosegue tra i litigi. Di tanto in tanto, come è naturale, pensa alla sua vita di bambina infelice, all’aver perso la mamma a 17 anni. Dopo due anni di convivenza è riuscita comunque a comprare casa e dopo un paio di anni ecco il diventare genitori. Diventare mamma è stato il regalo più bello che avesse potuto ricevere. Una vera emozione.
• Ma aveva un altro sogno nel cassetto: aiutare altri bambini, se possibile più sfortunati di lei. E propose al fidanzato un’adozione a distanza. In Romania provò un’emozione orribile nel vedere tre bambini, il più grande con un sacco vuoto sulle spalle, sporchi, addirittura puzzolenti, di una famiglia concretamente e emotivamente povera. Quando la loro mamma morì, furono internati in un Istituto. Decise allora, con il fidanzato, di dar loro una nuova vita. Depositati tutti i documenti necessari per l’affido, ai tra bambini fu permesso di avventurarsi lungo i sentieri di una nuova vita.

Così, si conclude la testimonianza, anche l’ultimo desiderio si è avverato. Immagina di essere, nonostante tutto, una persona fortunata. Pensa di aver capito che, quando si crede veramente in una cosa e la si desidera veramente, lottando, combattendo e facendo molti sacrifici, alla fine si vince la battaglia.
*

 

4 Replies to “AL BAR DELL’UVI SI ASCOLTANO E SI RACCONTANO STORIE DI VITA ASSOCIATIVA. La testimonianza di Angelica Mihoc, educatrice in uno degli spazi dove i bambini giocano e crescono sotto un albero dai mille colori.”

  1. Angelica ci hai commosso !! Dalle tue parole abbiamo compreso quanto hai lottato per la tua libertà, i tuoi desideri e la felicità degli altri, che per te è fondamentale. Grazie per averci insegnato tanto, veramente!

    Piace a 1 persona

  2. Proprio oggi, che ricorre il compleanno del buon Sigmund Freud, è bello ripercorrere i capisaldi della Psicanalisi attraverso il racconto di Angelica.
    Del resto il suo nome è intriso di un profondo significato. Angelica deriva dal latino Angelide che significa “messaggero”, e cosa fa nel suo racconto, se non farci dono di un messaggio. Un messaggio di solidarietà, di speranza, ma che è anche un impegno inciso sulla roccia . Un impegno nei confronti di tutte quelle famiglie, quei bambini che si affacciano timidamente alla nostra associazione con la sola speranza che qualcuno gli tenda la mano. Quella stessa mano che Angelica ha atteso e cercato per lungo tempo.
    Angelica è anche la forte e bella principessa dei poemi del Boiardo che faceva innamorare i soldati per distoglierli dalla guerra, e sono certo, che avrà la stessa veemenza e dote combattiva per scacciare i brutti pensieri dai piccoli angeli a cui dovrà donare la sua storia, il suo vissuto, il suo amore.
    Sento di dirti grazie per avermi arricchito l’anima con il tuo racconto.
    Dott. Antonio Viscardi

    Piace a 1 persona

  3. La resilienza è una virtù per alcuni, per Angelika sicuramente la capacità di gestire le esperienze più dolorose e stressanti della sua vita, sapendosi adattare, tollerare il dolore, rialzarsi e continuare il cammino che le ha permesso di diventare la donna che è!
    Grazie Angelika di questa tua bella testimonianza. Anna G.

    Piace a 1 persona

  4. La testimonianza di Angelica penso si possa riassumere perfettamente nella frase che la protagonista del cortometraggio “Stella” (di Gabriele Salvatores) dice verso la fine, ovvero che una vita difficile non deve essere una colpa e non dovrebbe essere nemmeno un alibi. Angelica, infatti, nella vita ha dovuto affrontare molte prove difficili ma da esse è riuscita a trarne il meglio, decidendo di dedicarsi ai bambini che si rivolgono alla nostra associazione che molto spesso soffrono o hanno sofferto come lei durante l’infanzia e riuscendo così a reagire positivamente alle difficoltà avute in passato.
    Grazie di cuore per aver condiviso con tutti noi queste parole!

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...