CHIEDO, PER UNA VOLTA… (Quando la distanza sociale diventa distanza emotivamente siderale)

Il periodico on line “Catanzaroinforma.it” ha pubblicato la lettera ricevuta da Cristina Fratto, studentessa calabrese che svolge il proprio tirocinio a Milano, presso la nostra Associazione (UVI). Con la sua autorizzazione, la pubblichiamo volentieri. Si tratta della responsabile descrizione di uno stato d’animo il cui senso, significato e valore tendono finora a non essere considerati dalle pur approfondite (ma limitate e a tratti contradditorie) analisi delle molteplici commissioni tecnico-scientifiche le cui “raccomandazioni” determinano le decisioni governative. Oltre a questa “voce dal campo” ne seguiranno altre. Se, per non morire di coronavirus, l’alternativa dovesse essere quella di morire di tristezza, di solitudine o di fame, sarà gioco forza identificare altre vie da seguire, lasciando ai “tecnici” (nel momento in cui si dimostrassero insensibili all’impatto che le scelte fatte fino ad oggi hanno sull’esistenza delle persone, bambini compresi) di dire ciò che riterranno dire, ma cominciando a seguirne le proposte con la medesima prudenza con la quale dobbiamo resistere all’invito al ballo che il diabolico  COVID19 quotidianamente discretamente avanza a ciascuno di noi.
Al Bardelluvi si conversa del più e del meno: la discussione è aperta.
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«Parlo da ragazza di 27 anni (compiuti in questa pandemia e festeggiati dietro una webcam) che volontariamente ha scelto di rimanere a Milano per non rischiare di mettere in pericolo la propria famiglia e che invece avrebbe potuto fare come tanti, scappare, egoisticamente. Non è stata una scelta semplice, sono due mesi di sacrifici enormi per chi ha i propri cari a più di 1000 km di distanza, sacrifici che chi non ha vissuto non può comprendere.
Al contrario di tanti che spesso danno fiato alla bocca solo come risultato della loro ignoranza (termine che prende le sue origini dalla negazione della parola greca gnosis, “conoscenza”, dunque letteralmente “mancanza di conoscenza”), ho sentito l’esigenza, adesso, di mettere nero su bianco le sensazioni che solo chi si trova in questa condizione può comprendere.
Tanti sono tornati quella notte, noncuranti delle conseguenze, ora però sarebbe giusto anche per me (e per tanti altri fuori sede come me) poter tornare a casa, dalla mia famiglia. In un momento come questo non ha importanza chi prende la decisione di disporre i tamponi o la misura più adatta per la sicurezza di tutti, l’unica cosa importante è che queste misure vengano prese nel più breve tempo possibile.
Un fuori sede che ha vissuto questa terribile situazione veramente lontano dai propri cari non ha paura del tampone, non ha paura della quarantena, ha solo voglia di stare accanto a chi ama con la certezza della sicurezza di tutti.
Comprendo la paura, il panico, l’ansia che possono assalire ognuno di noi in una situazione così assurda e paradossale e che offuscano di gran lunga la razionalità, e in momenti di grande lucidità sono riuscita a comprendere anche i commenti troppo spesso egoistici di chi chiedeva solo di non far rientrare nessuno, probabilmente perché un figlio o una persona troppo cara lontana non la ha. Ora però chiedo, per una volta, a queste stesse persone di comprendere noi, noi che siamo rimasti e che ora avremmo il diritto di tornare senza mettere in pericolo nessuno. Un po’ di empatia, che noi vi abbiamo mostrato di possedere abbondantemente».
Cristina Fratto

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