SANT’IGNAZIO, DCPM, COVID19 E DISTANZA (A)SOCIALE

Nella conferenza stampa di ieri, 26 aprile, il Presidente del Consiglio ha tra l’altro sostenuto: «[…] Dobbiamo evitare il rischio che il contagio torni a diffondersi. Dobbiamo rispettare le precauzioni, anche nelle relazioni con i propri parenti: l’unico modo per convivere con il virus è mantenere la distanza sociale di almeno un metro […]». Il nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DCPM) stabilisce quindi e conferma la necessità di mantenere una distanza sociale tale da limitare il rischio che COVID19 continui a propagarsi. Poche righe che costituiscono un “testo” che, come tale, si presta ad essere analizzato. Al riguardo, nulla di meglio che attenersi alle indicazioni che a suo tempo ebbe a suggerire il fondatore della Compagnia di Gesù, Sant’Ignazio di Loyola. Il metodo che propone si articola in tre passi logicamente successivi l’uno all’altro:
1. CHE COSA DICE IL TESTO
Nulla, al momento, fa ipotizzare che il virus scompaia spontaneamente. Al contrario, pare in ottima salute e continuerà a fare il proprio mestiere ancora per lungo tempo. Dobbiamo predisporci quindi a convivere con questa fastidiosa (e pericolosa) entità invisibile. Come? Mantenendo la distanza l’uno dall’altro di almeno un metro. Viene data per scontata la necessità di lavarsi spesso le mani, la qual cosa ci ricorda il consiglio delle nostre nonne. Una tale distanza deve essere tenuta anche tra i membri della famiglia, qui genericamente indicati come “parenti”.
2. CHE COSA IL TESTO DICE A ME
L’interpretazione è soggettiva ma non è difficile immaginare che il suggerimento avanzato evochi sentimenti di sospetto e diffidenza: anche le persone più vicine, care e prossime potrebbero essere portatori sani (e perciò ancor più pericolosi) del virus. Ecco che l’inquietante invisibilità del virus si viene a declinare in una sorta di invisibilità “corposa”, evidente, percepibile. Il parente e, per estensione, chiunque avessimo l’avventura di incrociare per strada o su di un mezzo pubblico, assumerebbe i connotati di una presenza minacciosa e minacciante. La situazione imporrebbe agli scienziati e in particolar modo ai virologi, di dare alla cittadinanza la risposta che in questo momento e stando così le cose, sarebbe la risposta più scientifica, ragionevole e seria: di questo virus non si sa ancora quasi nulla. Naturale e conseguente sarà in ogni caso la spinta all’isolamento: i paradigmi che la prossemica suggerisce per descrivere l’organizzazione degli spazi sociali subiranno un mutamento radicale. Ci si dovrà, per esempio, corteggiare con modalità del tutto diverse da come fino ad oggi si è convenuto. Per non parlare della così famigliare e calda stretta di mano. E ancora: quali nuove modalità interattive dovrà inventarsi chi ha responsabilità educative che coinvolgano i bambini? Bene. Ci si impegnerà per formulare nuove modalità comunicative nelle quali, comunque (e con buona pace del Corona Virus) l’affettività continuerà a giocare un ruolo di rilevanza. Un’ultima riflessione: essenziale sarà senz’altro fare di tutto per evitare il contagio, rischio di morte (e le persone morte in solitudine sono ormai molte migliaia in tutte le parti del mondo). Ma non bisogna dimenticare che si può morire anche – e appunto – di solitudine e di abbandono. Nei sacrosanti consigli forniti dalla comunità scientifica sembra mancare la sensibilità alla dimensione psicologica che, piaccia o meno, sfugge al tentativo di “medicalizzazione” assoluta e ossessiva.
3. CHE COSA DIREI IO A CHI HA SCRITTO IL TESTO
A chi ha redatto il DCPM oggetto della nostra analisi, parrebbe non esserci molto da dire. Se non avanzare un timido consiglio: dire le cose come stanno. Ed evitare il totale asservimento alla pur utile Statistica, i cui limiti sono sati messi bene in luce da Trilussa. E ricordarsi che, a volte, con i numeri si cerca di dimostrare ciò che non corrisponde alla realtà. Realtà che, in questo caso, riguarda l’umanità intera, miscela a volte esplosiva, di affetto e di ragione.

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