UNO, NESSUNO, CENTOMILA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS Ulteriori riflessioni in merito all’ultima lettera dalla RSA

Dopo la “lettera” di Antonio Viscardi, Ivan Pugina ci fa partecipi delle personali riflessioni suggerite dall’incontro con colui che ha testimoniato la necessità di ripensare radicalmente le modalità socio-culturali che tendono a considerare i “vecchi” come un prodotto economico ormai scaduto, non più produttivo e quasi nocivo, con tutto ciò che consegue. Oggi – 25 Aprile – è la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Molte sono al riguardo le voci a sostegno del farne anche una Festa di condivisione complessiva di quei fondamentali valori cui si ispira la Costituzione Italiana. Tra i quali spicca la dimensione del rispetto. “Rottamare” la memoria e non riconoscere il valore di tutto ciò che gli anziani possono testimoniare con il loro raccontare, assumono le caratteristiche di un che di “diabolico”. Non è un caso che primo e più importante obiettivo del “Diavolo” sia quello di “separare”, interrompere, dividere (dal greco “dia-ballo”, appunto…). L’abbiamo sostenuto e detto in più occasioni: la partita potrà essere vinta solo se nella scuola e negli spazi educativi in generale (famiglia compresa) i bambini saranno educati ad una cittadinanza rispettosa, curiosa, libera e creativamente attiva. Ci auguriamo che le prossime pagine del Blog possano raccogliere gli interventi che al riguardo vorranno fare educatrici, coordinatrici, formatori, formatrici, psicologi, pedagogisti e chiunque, in un modo o nell’altro, per avventura o per scelta responsabile, ha scelto la via dell’educazione, di se stessi e dell’altro, giovane o meno giovane che sia. La domanda alla quale ci si augura possa essere data risposta è la seguente: “Che cosa personalmente faccio al fine di creare le premesse culturali perché i bambini di oggi diventino cittadini responsabili, individualmente disponibili a partecipare alla costruzione di una società più umana e vivibile? Quali le strategie didattico-pedagogiche alle quali faccio riferimento”.
I contributi di Antonio Viscardi e Ivan Pugina indicano quale piano di riflessione tener presente.

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«Innanzitutto, mi ha colpito la forza di quest’ uomo che, all’ interno della Rsa, ha vissuto gli ultimi suoi giorni con grande coraggio; un com-battente che fino all’ ultimo ha espresso con chiarezza e forza, da uomo libero quale era, l’ assenza di calore umano e di spirito di quasi tutti gli operatori, ad eccezione di Elisa .
Forse, con un po’ di presupponenza, mi verrebbe da esclamare a voce alta che la cura, il rispetto, ma anche un’ inclinazione alla gentilez-za, dovrebbero essere i principi costitutivi che dovrebbero guidare gli operatori nello svolgimento della loro professione.
Chi lavora con gli anziani, con coloro che vivono questa fase del loro ciclo di vita, spesso si dimentica – ma forse, a volte, un po’ tutti noi, no? – che “loro” non sono solamente dei corpi deboli, da accudire ma anche delle menti pulsanti, ricche di ricordi, esperienze e capaci anche di grandi ” slanci” verso l’ altro.
Forse, questo discorso, come già molti intellettuali nella nostra era contemporanea ( sociologi, antropologi, psicanalisti ) hanno espresso, andrebbe più generalmente ricondotto a una rappresentazione limitata della persona “anziana” nelle società occidentali, che viene com-plessivamente associata all’ immagine di un corpo “vecchio” , non più vitale e produttivo “come un tempo”.

Concordo: “La Psicologia non esce bene” dalla sua lettera; un uomo sradicato dai propri affetti, in una fase drammatica della sua vita, non ha potuto esperire proprio quegli aspetti di empatia, di reciprocità, di accoglienza – e potremmo dilungarci nell’ elenco – che tanto sono stati oggetto di studio dagli psicologi e sono stati integrati come costrutti scientifici in molti modelli teorici della relazione.

Ma quello che mi colpisce, più di tutto, è il grido soffocato di un uomo, ferito nella sua dignità, che fa i conti con la sua solitudine – mi ver-rebbe da dire: un Uno, un Nessuno, uno dei Centomila ai tempi del coronavirus – ; un uomo che, riflettendo su stesso e sulla sua condizio-ne, si pente nel non aver vissuto i suoi ultimi momenti di vita con i propri familiari.
Come, certamente, lui stesso avrebbe desiderato -, mi piace immaginarlo a casa sua, nella sua camera da letto, a condividere serena-mente con i familiari i suoi ultimi pensieri, gli ultimi distillati di una vita ricca e piena, come generosamente ci ha raccontato nella sua ultima lettera».

Ivan Pugina

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