POLEMICHETTA FANTASMATICA (Sotto lo sguardo di Kurt Lewin)

Un fantasma si aggira tra coloro che – a vario titolo – si occupano di educazione, didattica, psicologia e pedagogia applicata. Un fantasma che assume le sembianze dell’arroganza interpretativa che immagina di possedere una sorta di “verità descrittiva” tale da poter comprendere in che cosa consiste lo “spazio di vita” di coloro (bambini, ragazzi, adulti o anziani che siano) del cui benessere gli “specialisti” affermano di volersi occupare e far carico. Tuttavia e il più delle volte mancano, come si suol dire, i “fondamentali”. A partire dall’avvertimento che Sigmund Freud ebbe modo di mettere in evidenza nel 1921: “Un fenomeno, prima di essere spiegato, deve necessariamente essere descritto”. Ma come? Kurt Lewin ci viene in soccorso e aiuto: «Che cosa si intende per spazio di vita psicologico e che cosa si deve prendere in considerazione per poterlo rappresentare? E’ chiaro che si dovrà rappresentare, con una certa ampiezza, l’ambiente fisico che circonda l’individuo. Ad esempio la stanza in cui si trova, la disposizione dei mobili e di tutti quegli oggetti che, per lui, sono importanti in un determinato e specifico momento; inoltre, in certi casi, la casa dove si trova la stanza, la città e persino il paese. Si dovranno anche rappresentare l’ambiente sociale in cui vive, i rapporti che lo legano ad altre persone, il grado sociale e le caratteristiche di queste medesime persone, il posto che ciascuno occupa nella società e la sua professione. Nello stesso tempo, avranno una grande importanza le sue aspirazioni, i timori, i propositi, gli ideali e i sogni ad occhi aperti; in breve, tutto ciò che, dal punto di vista psicologico, esiste per ciascuna persona».
Tutto ciò che pone in evidenza Kurt Lewin non trova in genere riscontro nelle relazioni, nei protocolli, nelle schede di volta in volta compilate da coloro che dovrebbero essere in primo luogo “specialisti della relazione e dell’ascolto”. Che vengono così a trovarsi nella condizione di discutere e discorrere a partire da pregiudizi ideologici e culturali. E, il che è più grave, ad assumere decisioni che, in larga misura, nulla hanno a che fare con il concetto di “miglioramento della qualità della vita” di coloro di cui istituzionalmente si occupano. Eludendo il piano descrittivo inerente i punti indicati da Lewin, sfugge la possibilità di comprendere quali siano state le circostanze della vita (presente e passata) che hanno portato lo sventurato interlocutore ad essere ciò che è.
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