Gianni Marocci, OSPITALITA’, Roma, Edizioni Psicologia, 1996 Un strumento di lavoro utile per volontari e per tutti coloro che desiderano essere ospitali, valorizzando le diversità valoriali e di cultura

In questo tempo in cui l’essere ospitali sembra confliggere con le leggi di uno Stato tutt’altro che ospitale, il contributo dell’Autore – sebbene di molti anni fa – si propone, al riguardo, come spunto di riflessione a tutto campo e molti sono i suggerimenti dal risvolto pienamente operativo e concreto.
Le 144 pagine si suddividono in cinque capitoli: Ricerche sull’identità, Abitare il mondo, Metafore del vivere, Ozio e lavoro, Ospitalità.
“Nel mondo attuale – scrive Marocci – sembrano evidenziarsi due tendenze contrastanti: da un lato la massificazione, l’omologazione che crea anonimato rassicurante ma spersonalizzante; dall’altro la ricerca di individuazione sotto la spinta di un’emergente e insopprimile richiesta di soggettività. La dimensione consumistica, turbolenta, dell’effimero, del virtuale, del cambiamento continuo, crea uno stato di incertezza stabile accompagnata da un processo profondo di sradicamento culturale”.
Ecco il punto: qualsiasi azione tesa a sviluppare processi di ascolto reciproco (il termine inclusione pare inadeguato, sottintendendo che una parte debba includere l’altra, eliminando i valori di riferimento dell’una e dell’altra) deve di necessità tener realisticamente conto di questo stato di cose. E operare di conseguenza. Occorre dare concreta risposta all’aspirazione manifesta e diffusa alla ricerca della propria identità culturale. Basti pensare al linguaggio: giusto apprendere la lingua del paese ospitante ma è altrettanto essenziale non perdere le proprie radici linguistiche. D’altronde, come ha sostenuto Tullio De Mauro, la democrazia non può prescindere dal conoscere un numero di parole sufficiente a garantire un vivere comune e democratico.
L’identità è un processo dinamico; non è un sostantivo, bensì un verbo. E’ sempre stata una ricerca, non un dato. Il nostro mondo è del resto sempre più caratterizzato dal concetto di frontiera, di trasferimento, di transito, di viaggio. E il volontario e chiunque sia impegnato nello sviluppare relazioni di aiuto, viene a caratterizzarsi in termini di guida rispettosa del modo di vivere e di viversi dell’altro da sé.
L’accoglienza di un forestiero allo scopo di concedergli cibo e protezione per la notte è una situazione relazionale fra le più antiche nella storia della nostra civiltà. Ospitalità era quindi anche desiderio di proteggere lo straniero dai diversi pericoli incombenti. La protezione era così implicitamente legata al concetto di reciprocità, cioè all’aspettativa da parte dell’ospitante di ricevere il medesimo servigio nell’eventualità che le parti si fossero invertite.
La relazione (qualsiasi relazione) è percezione di alterità, cioè percezione di una differenza. Come tale essa è inattesa, ma non per questo negativa: sono proprio le differenze la ricchezza dell’esistere. Senza differenze non esisterebbero identità. Non esisterebbe la vita.
Il punto di vista di Marocci non può non essere creativamente condiviso, soprattutto dai volontari impegnati – come quotidianamente sono – nel fornire aiuto e sostegno all’altro in difficoltà.

Lo Spirito Folletto

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