COMUNICARE, CONVINCERE O MANIPOLARE? Gli incerti confini tra persuasione e manipolazione

L’articolo è di una certa complessità. Il suggerimento è, quindi, quello di predisporsi alla lettura in uno stato di personale quiete ricettiva. Il tema affrontato è in ogni caso interessante per tutti coloro che – volontari, educatori o educatrici che siano – vedono nella comunicazione il proprio maggiormente importante strumento di lavoro.

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Che si possa parlare senza dire e dire senza parlare (quanto “dicono” mimica, gestualità e movimenti corporei!) è cosa nota. Approfondirò il tema in una prossima occasione ma in questa vorrei affrontare un aspetto che riguarda qualcosa del parlare che dice e che, se inavvertito o volutamente ignorato, costituisce un grave vulnus all’autenticità dei rapporti comunicativi. In questo senso, il discorso politico si presenta spesso come paradigmatico e anche le recenti e meno recenti campagne elettorali ce ne hanno dato testimonianza esemplare.
Apertis verbis, mi riferisco alla manipolazione: problema tanto più grave quanto più avviene in modo surrettizio, assumendo le forme – innocue solo in apparenza – della comunicazione persuasiva.
Il problema potrebbe essere anche articolato in queste tre semplici domande: quando una comunicazione è efficace? Quando, se è efficace, è persuasiva? Quando, se è persuasiva, diventa manipolativa?
Premessa indispensabile di chiarimento dei termini: se per “comunicare” non intendiamo soltanto un informare, né un catechizzare l’interlocutore, ma un “mettere in comune” con altri il proprio pensiero in forma diretta, concreta, semplice, chiara, senza possibili sottintesi o ambiguità; se, intendo, alla comunicazione si possono riconoscere queste connotazioni e se ciò che comunichiamo include i nostri valori, quali che siano, allora siamo autorizzati a parlare di comunicazione persuasiva. In essa vi sono forme espressive legittime e ammissibili, tipiche dell’eloquenza (che, sentenziava il vecchio Papini, “quando non è vuota retorica, è trabocco di fede”): l’enfasi, l’iperbole, e la metafora. Quest’ultima, in particolare, caratterizza quasi immancabilmente la comunicazione persuasiva e su di essa vorrei soffermarmi in quanto cruciale – più di altre modalità comunicative di cui farò cenno – per una diagnosi differenziale tra comunicazione convincente e manipolazione. Ciò in quanto esistono due tipi di metafore: quelle riducibili e quelle irriducibili. Le prime sono sempre riconducibili a significati propri e positivi e non tradiscono l’impegno semantico tacito nel codice comunicativo degli interlocutori; le seconde sono altresì persuasive, ma servono a mistificare i significati, ossia sono strumento privilegiato della manipolazione. Prima di indicare ciò che caratterizza e distingue tra loro i due tipi di metafore, vorrei precisare che per “manipolazione” intendo una modalità locutiva che occultando, alterando o, al limite, capovolgendo surrettiziamente il valore semantico di un termine attraverso un’espressione metaforica irriducibile (di solito ad alta valenza emozionale), è atta a indurre nell’interlocutore convincimenti o comportamenti che, se di tale modalità lo stesso fosse stato consapevole, mai avrebbe acquisito i primi né tenuto i secondi.
Questa argomentazione preliminare era ineludibile, in quanto volta a rendere esplicito che gli esempi qui riportati non poggiano sul vuoto ma su una premessa teoretica reale, per quanto aperta e opinabile. Exempla docent, come sempre.
 Se descrivo un oggetto o una persona, posso dire che “attirava gli sguardi” o che “calamitava gli sguardi”: la prima espressione è chiara, ma la seconda, per quanto letterariamente un po’ frusta, tuttavia potrebbe risultare a qualcuno, oltre che chiara, anche più efficace e quindi più convincente (rispondo con ciò implicitamente alla seconda delle tre domande: credo accettabile dire che se un’espressione è davvero efficace, è anche convincente). La questione è se sono rispettate le “regole del gioco”, ossia se si tratta di persuasione legittima. Nell’esempio citato, la metafora fa uso di un’analogia implicita (sguardo = calamita), ossia è riducibile al senso proprio e positivo del verbo “attirare”, sia pure enfatizzato da un sottinteso (“con forza”) tipico della calamita; non disattende, cioè, l’impegno semantico originario dell’espressione.
 Ben diverso il caso, in un dibattito televisivo del seguente scambio di battute (ho evidenziato le metafore in sottolineandole):
Locutore: «Si è ipotizzato che *** [nome di un esponente di partito] costituisca una cerniera rispetto a**** [nome di un esponente di altro partito]… ».
Locutario: «Dipende se è una cerniera che si apre o una cerniera che si chiude…».
L’uso del termine “cerniera” da parte del locutore costituisce una metafora legittima, in quanto perfettamente riducibile: il termine è usato con riferimento alla struttura della cerniera che, non meno degli ingranaggi dentati con la doppia fila di dentini che si incastrano, uniscono i due lembi di un indumento. Con questo significato la cerniera suggerisce l’idea di “rapporto”, “unione”, “collegamento”, “connessione”.
La replica del locutario, invece, sposta completamente l’asse semantico della proposizione, facendo riferimento non alla struttura ma alle funzioni che la cerniera in alternativa può svolgere: aprire (ossia scollegare, non più “connettere”) o chiudere. Così facendo, rinvia a un corteo di significati tutt’affatto diversi, in primis a qualcosa di precludente: un “ostacolo”, un fattore di “sbarramento”, un “limite”, una “chiusura”, per l’appunto. Ne fa, insomma, una metafora irriducibile, in quanto induce a categorizzazioni mentali eterodosse e addirittura opposte rispetto all’impegno semantico proposto originariamente dal locutore e sul quale, se mantenuto dal locutario, il discorso sarebbe dovuto continuare. Questo, non solo in filosofia ma anche rispetto alle regole della retorica, si potrebbe definire un’aporia; se poi si volesse ricondurlo, usando una metafora (riducibile!…) alle regole del gioco, si chiamerebbe barare.
 Altro esempio reale, interno ad altro dibattito nella stessa trasmissione. Sintetizzo soltanto ciò che qui interessa dell’argomentazione polemica di uno dei “tablers”, evidenziando le metafore ed esplicitandone il senso in parentesi quadrata:
il locutore sostiene polemicamente che un uomo politico che aspira a governare il Paese, quando mantiene un atteggiamento asettico [metafora riducibile = si tiene distante da fattori ideologici, dell’uno o dell’altro segno, possibili inquinanti della propria posizione], lo si accusa di non volere metterci la faccia [metafora riducibile = esporsi in prima persona]; se invece scende in campo [metafora riducibile = prende parte attiva al dibattito politico], allora lo si accusa di essere entrato nel frullatore [metafora irriducibile, v. qui di seguito] della vecchia politica.
Anche a prescindere dall’aggettivo “vecchia” che nel nostro tempo (ben lungi dal concetto di aulica “senectus” ciceroniana) assume sempre un significato emozionale negativo, nell’argomentazione di cui sopra, la metafora del frullatore è irriducibile a un significato proprio e positivo, come sarebbe se si usassero altre metafore, opposte al “metterci la faccia”, quali per esempio il “defilarsi”, “sfuggire” ecc. Per contro il “frullatore”, anziché al ritrarsi-sottrarsi, rinvia a una sorta di opposto distruttivo: esso, infatti, è ciò che fa diventare indistinguibili tra loro gli ingredienti originari immessivi; è ciò che rende possibile mostrare ogni frammento, ogni molecola del frullato come uguale a ogni altra; è ciò – fuori metafora ma suggerito in modo preciso dalla metafora – che consentirebbe di dire tutto e il suo contrario, di apparire come il celebre pirandelliano “uno nessuno e centomila”.
La tesi del tabler era, secondo evidenza, a favore della prima alternativa: il “metterci la faccia” è metafora riducibile, quindi legittima, che richiama trasparenza d’intenti, linearità di comportamento, assunzione diretta di responsabilità ecc.
Ma le metafore sono sempre armi a doppio taglio: questa, per esempio, si espone ad una possibile replica, per l’appunto tagliente per quanto incruenta [metafora riducibile = che, col “tagliare” può spezzare e nuocere (a un ragionamento, nel caso specifico)]; ignora, per esempio, la possibilità che si scenda bensì “in campo” ma con una faccia diversa da quella mostrata prima della discesa. Il che offrirebbe il destro alla parte avversa per accuse non di semplice “incoerenza” (termine incolore ed inefficace) ma di persuasione manipolativa, attraverso l’uso di altre metafore irriducibili o almeno discutibili, come “gettare la maschera”, “doppiogiochista”, “cerchiobottista”, ”voltagabbana”, “girandola”, “banderuola” ecc.
Il soggetto potrebbe semplicemente aver cambiato idea; “che mi importa delle mie sciocche idee di ieri?”, diceva Montaigne. Ma nel caso del “gettare la maschera”, per esempio, la metafora esclude a priori la buona fede, ossia che vi possa essere una consapevole e responsabile resipiscenza. La cosa si complica, perché anche quest’ultima ipotesi sarebbe verificabile solo nel caso in cui il soggetto dichiarasse apertis verbis questo mutamento d’opinione: e se ciò non avvenisse, avvalorerebbe le tesi avverse ma a loro volta discutibili, se formulate attraverso metafore irriducibili, come nel dibattito politico è quasi la regola.
Il risultato sarebbe quindi, effettivamente, quello del “frullatore”: ossia di un’oscurità concettuale, una notte nella quale – per restare nelle metafore – tutti i gatti sono bigi.
La metafora “persuasiva” in cui le similitudini, le immagini, spesso di grande afflato poetico e di grande respiro lirico tendono ad affascinare è forse lo strumento linguistico più usato – e, a mio modo di vedere, il più pericoloso – dai grandi manipolatori: il Vate D’Annunzio non si era guadagnato per caso l’epiteto di “Immaginifico”; ma non è il solo.
Chi vuol manovrare le persone, scrivendo o parlando, può avvalersi anche di altre armi:
 le proposizioni e le definizioni negative, in cui di qualcosa o qualcuno si dice soltanto ciò che non è non ha e non fa (anziché ciò che è, ha e fa);
 i giudizi di valore senza che sia possibile verificarli o falsificarli e soprattutto senza esplicitarne i criteri sottostanti (ciò attraverso veri e propri termini-killer, come “giusto”, “cambiamento”, “libertà”, “responsabilità”, “partecipazione” ecc.);
 le pause “di dilatazione”, dove il locutario, nell’intervallo temporale della pausa, “clona” mentalmente il pensiero del locutore e lo completa, convincendosi che si tratti del proprio.
Da Quintiliano a Schopenhauer – non mi avvicino oltre ai tempi nostri, lasciando a ciascuno l’agio di evocare molti altri nomi – come gli strumenti della retorica, anche le tecniche di manipolazione si sono moltiplicate, evolute e raffinate: esse possono essere sia mantenute ben presenti come apparato difensivo contro la manipolazione, sia anche usate in sede offensiva, naturalmente.
Con ciò non intendo certo offrire armi per la manipolazione. Credo che manovrare le persone – anche volendo ignorarne il carattere eticamente riprovevole – alla lunga non paghi, tanto più se la manovra è svolta usando sistematicamente l’arma della metafora irriducibile, che mantengo essere infida e rischiosa.
Ma se si decide di essere il manovratore, sapere che cosa si sta facendo mi sembra davvero il minimo indispensabile.

Pier Luigi Amietta

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