CHE FARE? VIAGGIO NEL MONDO DEL LAVORO ATTRAVERSO IL TEATRO E LA LETTERATURA RUSSA Intervista al prof. Fausto Malcovati a cura di Monica Onore

L’incontro si è svolto qualche anno fa (NdR)
Incontriamo il prof. Fausto Malcovati, Ordinario di Letteratura Russa, nella sede distaccata dell’Università Statale di Milano, in Piazza Santo Alessandro.

D. La letteratura russa ha prodotto numerose opere importanti, molte delle quali hanno avuto come protagonisti personaggi che mettono in discussione il mondo del lavoro o che testimoniano la loro inadeguatezza nei confronti dei grandi cambiamenti che stavano modificando il paese. Come possiamo affrontare questo vasto argomento?

R. Possiamo dividere le opere della letteratura russa in due grandi filoni.
Il primo, durante l’800, orientato verso una visione utopica del mondo del lavoro.
In Che Fare ?, pubblicato nel 1863, Nikolaj Černičevskij (1828 – 1889) , ad esempio, dà un’immagine estremamente positiva sul futuro del lavoro, un lavoro che si orienta verso le comuni. Vi si legge un modo di guardare alla divisione e alla condivisione del lavoro estremamente positiva, nel senso che l’Autore prende posizione e fa proprio questo modo di vedere.
Questo orientamento ha poi delle ramificazioni e degli sviluppi attraverso numerose opere utopistiche che terminano con Anton Čechov (1860 – 1904).
L’autore delle Tre Sorelle, di Zio Vania e de Il giardino dei ciliegi, insiste su questa grande utopia del lavoro.
Piotr Trofìmov, lo studente de Il giardino dei ciliegi, va ad un certo punto sostenendo che “ L’umanità va avanti, sviluppando le proprie risorse interiori…ma bisogna lavorare, aiutare con tutte le nostre forze coloro che cercano la verità. Qui da noi, in Russia, per ora sono pochi quelli che lavorano. Nella loro stragrande maggioranza gli intellettuali che conosco non cercano niente, non fanno niente, non sono ancora maturi per il lavoro…Sono tutti molto seri, hanno tutti un’espressione severa, tutti parlano di cose importanti, fanno solo dell’alta filosofia e intanto, sotto gli occhi di tutti, gli operai soffrono la fame, dormono senza coperte, in trenta, in quaranta in una stanza, in mezzo alle cimici, alla puzza, all’umidità, all’impurità morale…Ditemelo voi: dove sono quegli asili per i bambini di cui tanto e volentieri si parla? Dove sono le biblioteche ? Nei romanzi: nella realtà, mai. Vi è solo sporcizia, volgarità, fatalismo…Detesto le facce troppo serie. E mi fanno paura anche i discorsi troppo seri. Ma stiamo zitti, che è meglio!”

Lavoreremo, dovremo lavorare, il mondo sarà fatto di persone che lavoreranno. Questo risulta essere un pensiero ed un ideale in contrasto con quello che succede in Russia alla fine dell’800, ovvero dove è scarso l’impiego di una reale forza lavoro.
Fino ai primi del 900, infatti, c’era una grande maggioranza di proprietari terrieri che vivevano di rendita o di impiegati che avevano una visione estremamente “utopica” del proprio lavoro, nel senso che lavoravano poche ore al giorno e non avevano grandi responsabilità.
L’altro filone della letteratura russa è indubbiamente quello di inspirazione politica.
Un nome tra i tanti, è quello di Maxim Gorkij, al secolo Aleksei Maksimovic Peškov (1868 – 1936) che discute della necessità che la gente inizi a lavorare seriamente e coerentemente.
Nelle sue opere, gli intellettuali vengono visti come dei fannulloni e parolai, ed è nella pratica concreta, invece, che bisogna cimentarsi. Emerge inoltre la classe del sottoproletariato che per la prima volta esprime ed esige che i propri diritti vengano riconosciuti.
Drammaturgicamente incisivo e politicamente connotato è al riguardo l’inizio del romanzo La Madre:

“ Ogni giorno, nell’aere fumoso e denso del sobborgo operaio, fremevano e sibilavano le note acute delle sirene delle fabbriche, e al loro appello, dalle grigie casette, uscivano degli uomini accigliati che si mettevano a correre per la via, come tanti conigli sbandati…Alla sera, la fabbrica vomitava gli uomini come se fossero rifiuti del suo stomaco di pietra e questi ripassavano per le vie, diffondendo per l’aria il vischioso tanfo dell’olio di macchina…Un’altra giornata era stata cancellata dalla vita e l’uomo aveva fatto – senza saperlo – un passo in più verso la tomba; ma vedeva innanzi a sé la soddisfazione del riposo, le gioie dell’osteria affumicata, ed era contento.”

D. Non è forse compito degli scrittori descrivere la società ed anticipare, proprio perchè abili nell’osservazione, il futuro? Nel caso di Gorkij (che non a caso significa in russo “amaro”), sembra impossibile che gli uomini – così mal ridotti da forme di lavoro schiavizzanti – alla fine non si ribellino…

R. Da sempre, gli scrittori guardano a quello che sta succedendo.
Per esempio in Anna Karenina di Lev Nikolaevic Tolstoj (1828 – 1910) abbiamo la descrizione di un tipico impiegato fannullone di quel periodo: Steve Oblonskij, marito della sorella di Kitty. Va a lavorare, ma poi esce per una pausa pranzo lunghissima, e in quel senso il proprio lavoro è una sinecura pagata abbastanza bene, ma certo non sufficiente per far fronte ai debiti di cui è oberato. Il lavoro in questo caso viene vissuto semplicemente come un modo per riempire la giornata.
Su questa linea naturalmente c’è molto materiale in Oblomov, romanzo di Ivàn Gončarov (1812 – 1891), dove abbiamo la figura di Stolz, un giovane huppy che lavora, corre, viaggia e fa carriera in contrapposizione ad Oblomov, che rinuncia e rifiuta totalmente qualsiasi tipo di lavoro e sul cui volto “si accendeva l’uniforme colore dell’indolenza. Dal volto, l’indolenza passava alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera…Tutto ciò che lo spingeva all’azione, disturbava la sua pace.”

Un filone, questo, che potrebbe finire con Il Giardino dei Ciliegi, dove i proprietari sono degli sconclusionati, con la testa per aria e che non sanno assolutamente far rendere il proprio podere. Mentre in contrapposizione c’è il commerciante Lopachin che lavora, guadagna, compra e taglia il giardino dei ciliegi, dove costruirà le redditizie villette a schiera.
In questo caso abbiamo la descrizione di quello che accade nella realtà. Da un lato è presente l’utopia “lavoreremo, lavoreremo”, dall’altro viene descritta in maniera molto precisa la fine che faranno tutti i ricchi proprietari terrieri.

Sempre in Anna Karenina troviamo l’interessante personaggio di Levin.
Grande proprietario terriero, molto ricco, che vorrebbe far rendere le proprie terre e che per questo dovrà scontrarsi con la mentalità dei contadini della Russia della seconda metà dell’800, che sono per lo più pigri, ignoranti e incapaci di aprirsi al progresso utilizzando i nuovi macchinari.
I ruoli di proprietari e contadini erano separati, e i contadini descritti nel romanzo, che non riescono a concepire come un latifondista possa occuparsi della propria terra, non si discostano da quelli della realtà.
Per lo stesso motivo si dividono in maniera drastica Pierre e Andreij in Guerra e Pace, di Tolstoj.
Pierre è pronto a modificare, a rinnovare, Andreij invece lo esorta a modificare innanzitutto la condizione dei contadini, perché ritiene inutile introdurre la nuova falciatrice o costruire un nuovo ospedale, se gli stessi contadini accettano di farsi curare esclusivamente dal guaritore del paese.

In questi racconti, le figure che vogliono lavorare e modificare il sistema, incontrano molti ostacoli da parte dei contadini che sono abituati a vivere e avere una certa distanza dai padroni. E’ famosa la scena di Levin che cerca d’imparare a falciare con i contadini, esaltando poi il lavoro fisico…e che ovviamente non diventerà però mai il suo mestiere.
La scelta di Levin dovrebbe essere quella di diventare un intelligente imprenditore, non un falciatore!
Molti di questi personaggi finiscono male, come Liuba nel Il giardino dei ciliegi e gli Oblomov che finiscono in una stanza in affitto.
Personaggi che cercano di sopravvivere provando a fare qualcosa, ma che in realtà sono totalmente impreparati e non competenti. E’ comunque gente che non ha mai lavorato seriamente e che si ritrova, suo malgrado, a dover fare qualcosa perché oramai priva delle ricchezze.
Contro questa classe di dorati incompetenti naturalmente, alla fine del secolo e soprattutto all’inizio del 900, si comincia a scatenare parte della letteratura di dissenso.
La Russia ha avuto un’industrializzazione estremamente tardiva. Il capitalismo nasce per lo più composto da investimenti stranieri, il paese deve importare tecnologie e uomini ed esportare materie prime, essendo la Russia in ritardo di quasi cent’anni rispetto all’Europa.
Con la rivoluzione del 1917 finisce l’epoca degli Oblomov e delle Liube. Il lavoro diventa qualcosa che forma e dà un senso alla vita e sfocia nella letteratura socialista.
Ricordiamo ad esempio il libro Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrowskij (1904 – 1936) ).
Ma nonostante la rivoluzione, nel periodo staliniano, una parte della letteratura incomincia ad ironizzare e a scrivere sul funzionamento, o meglio dire, il non funzionamento dell’apparato burocratico. Per fare un esempio, per i non specialisti citiamo Vladimir Majakovskij ( 1893 – 1930 ) con La cimice e Il bagno, dove la satira descrive una burocrazia ottusa e violenta, che spingerà l’Autore, a pochi mesi dall’uscita dell’opera, al suicidio.
Un altro libro importante per questo argomento è sicuramente Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov (1891 – 1940). Vi viene descritto un mostruoso apparato burocratico contro il quale il Maestro cerca di lottare per la pubblicazione del suo libro.
Si tocca, inoltre, un altro importante argomento, quello della corruzione, che coinvolge il mondo degli impiegati e dell’intero sistema.
Viene citato anche il mondo dei “letterati”, con tutto quello che la realtà sovietica d’allora aveva… come ad esempio le vacanze premio, i viaggi.
Da un lato c’è l’ideologia, e nonostante questa costruzione – appunto, ideologica – si lavora male, c’è corruzione e prospera un apparato burocratico inefficiente.
D. Possiamo trovare delle similitudini con la nostra cultura, nella descrizione dei ruoli che si creano nel mondo del lavoro, nei romanzi della letteratura russa?

R. No, credo sia difficile fare dei veri paragoni. La storia dell’Europa è troppo diversa da quella Russa.
A differenza della letteratura occidentale dove il capitalismo ha preso piede un secolo prima, rispetto alla Russia, esistono realmente degli imprenditori e capitalisti che vorrebbero mischiare i ruoli, andare alla catena di montaggio…
In Russia questo viene eliminato,cancellato. Possiamo trovare una satira dei grandi burocrati incompetenti che dirigono senza saperlo fare.
Con il ’17 scompare la figura del padrone, che diventa il burocrate e comanda. Direi per assurdo che la rivoluzione e il comunismo ha portato ad un assoluto chiarimento dei ruoli, non c’è più il burocrate che si mette a zappare…
Da un lato si crea un nuovo mito, quella dell’esaltazione del contadino che lavora per la collettività…dall’altra si crea il “mito” per un mondo nuovo l’Unione Sovietica che permetterà ad ognuno di avere il giusto ruolo e di vivere nel miglior modo possibile.
Sappiamo da un lato che molti scrivevano su questo, mentre quelli che hanno cercato di esprimere il dissenso alla nuova ideologia non hanno poi, purtroppo, trovato più il modo di farlo.

Citerei a questo proposito uno spettacolo teatrale, che forse qualcuno ha visto, di Lev Dodin, Fratelli e sorelle. Spettacolo che racconta proprio quello che accadeva in uno dei kolchoz del nord della Russia nel periodo post bellico.
Si narra della divisione tra colui che lavora e colui che guida , dirige e deve far fronte a vari problemi come il partitismo, le purghe, la corruzione, l’ideologia.
Divisione di ruoli che si accentua proprio perchè il comunismo al potere porta ad una ulteriore e profonda divisione dei ruoli.

D. Ideologia che modificherà anche il filone letterario?

R. Esatto. Anche in questo caso ci troviamo di fronte alla formazione di due correnti.
Quella che esalta i dettami del realismo socialista, l’ideologia del lavoro, della collettività, della necessità di essere tutti uniti e insieme e quella che invece cerca di denunciare l’estrema precarietà di questo mito della collettività, di un’efficienza solo apparente della burocrazia.
Ma sarà sempre più difficile leggere denunce sul sistema sovietico, scrivere apertamente che questa nuova ideologia non funziona.
Bisogna esaltare una situazione astratta invece di guardare e raccontare quello che accade nella realtà.

D. Perché il tema della burocrazia è cosi importante?

R. Direi che, a differenza dell’Occidente, il tema della burocrazia corrotta è sviluppato fin dalle origini. L’esempio più calzante è descritto in maniera sublime da Nikolaij Gogol già nel 1836 ne Il Revisore dove tutti corrompono in una realtà meschina e ipocrita.
Il tema della corruzione è legato in Russia alla mancata evoluzione sociale. Ad un paese arretrato in maniera incredibile, che ha un apparato burocratico colossale.
Da Pietro il Grande in poi si era compreso che era importante creare un apparato imponente capace di creare distanza e controllo sul popolo.
Pietro lo aveva imposto, e tutti, compreso Stalin, avevano capito che bisognava conservare l’apparato nella sua macchinosità e fare in modo che ci fosse pochissimo dialogo tra le forze sociali e questo apparato. Perché solo un apparato “protetto” detta legge.
E questa è una differenza enorme rispetto all’Occidente, dove il dialogo si è volutamente creato. Non a caso tutto l’800 è costellato da rivoluzioni, mentre in Russia non c’è ne stata una. Bisogna aspettare fino al 1905 e al 1917.
In Occidente, c’erano delle pressioni di forze che volevano ottenere ascolto e cambiamenti a costo di utilizzare la forza e le barricate. In Russia ciò non avvenne, e tutte le volte che si fece una riforma la si fece dall’alto, rendendo spesso scontente le varie parti coinvolte.
Mi riferisco, ad esempio, all’abolizione della servitù della gleba, forma di schiavitù vera e propria che venne abolita solo nel 1861, quando tutta l’Europa era ormai pienamente industrializzata.
D. Un ultima domanda: quali sono i suoi personaggi preferiti e quali le letture che su questi temi consiglierebbe ?

R. Mi piacciono e amo i personaggi cechoviani. Ne Il giardino dei ciliegi il fallimento della nobiltà, ovvero quella degli incapaci e l’avvento di una nuova, quella dei danarosi e imprenditori solleva una domanda estremamente importante. Ci pone di fronte ad un dubbio: siamo sicuri che tutto quello che esiste deve anche rendere? Cioè nello specifico, tutti i ciliegi sono da tagliare per fare spazio alle villette a schiera? Si può trovare spazio anche per la “vecchia” casa con giardini anche se non creano profitti?
Le nostre società hanno avuto una storia totalmente diversa, ma questa domanda può servire anche a noi.

Per la lettura consiglio vivamente Oblomov di Gončarov per leggere della contrapposizione tra attivismo e rassegnazione; La Madre di Gorki dove si racconta della lotta del proletariato e per finire in allegria… non si può non leggere Il maestro e margherita di Bulgakov, magistrale accusa contro una burocrazia mostruosa.

Grazie, professore, per averci fatto visitare luoghi lontani ma contemporaneamente densi di suggestioni e stimoli al pensiero, del tutto utili e importanti per leggere la nostra realtà lavorativa di oggi.

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