BIGLIE E LANTERNE ROSSE La forza espressiva delle parole vive e vissute.

Il Comandante del servizio di Polizia locale di un piccolo comune dell’Alta Italia, ha firmato la comunicazione dell’accertamento di violazione dell’articolo 146/3 del c.d.s. (sta per: Codice della strada), che – nel passaggio sostanziale – testualmente recita: “Quale conducente di veicolo proseguiva la marcia sebbene la lanterna proiettasse luce rossa nel suo senso di marcia.” Ecco che una sola parola – lanterna – canonizza un semplice e banale comportamento di guida incauto. Il linguaggio burocratico, una volta tanto, si fa amico: rende possibile l’immaginare – nel nostro vivere frenetico – spazi di quiete. La lanterna è senz’altro più affettuosa di un semaforo, più tranquilla, più serena. Meno nevrotica. Con la lanterna, il rosso non scatta. Si accende. E per accendersi ha bisogno di tempo, quasi fosse il frammento di un discorso amoroso.
Il verbale di un comando della vigilanza urbana ci suggerisce allora due piani di riflessione, utili a chi si occupa di se stesso e degli altri (leggi: per tutti coloro che – a qualsiasi livello – si occupano dello sviluppo di relazioni di aiuto).
Primo: attingere al vocabolario delle parole vive in quanto personalmente vissute. Ricordando che il potere evocativo della parola stessa favorisce il passaggio di contenuti anche ostici o addirittura malgraditi. Le nostre ideali e metaforiche lanterne accendono il rosso degli aspetti emotivi, unica condizione per attivare impianti motivazionali ben direzionati. In sostanza: cucire linguaggi e codici aziendali (indispensabili) con l’ago e con il filo colorato delle vibrazioni affettive.
Secondo: opporsi alla tendenza, un po’ troppo alla moda, che porta in generale a stabilire una linea di connessione diretta tra il non aver mai tempo e il proprio grado di importanza sociale: meno tempo si ha, più si è importanti. E’ semmai vero proprio il contrario: le persone che contano, hanno sempre tempo, per se stesse e per gli altri.
La moda, dicevamo. Nelle Operette Morali (Dialogo della moda e della morte), Giacomo Leopardi mette ben in chiaro tutta la questione. Morte e moda sono sorelle, e sorelle ben affiatate: la moda – appunto – impone agli uomini usanze e abitudini “che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita.” Tra queste cattive e mortifere abitudini, il non saper usare del proprio tempo. Il correre frenetico, il culto dell’urgenza e della fretta… Le azioni preventive della moda, spianano la strada alla morte, evitandole sforzi e fatiche eccessive. E tutto ciò non gioca certo a favore del nostro e dell’altrui benessere.
Il linguaggio burocratico – inaspettatamente – con una semplice lanterna ha illuminato la grotta dei nostri punti di (s)vista e dei nostri pensieri.
Vi sono poi le parole vive. Immediate e quotidiane, di una forza espressiva di cui siamo spesso inconsapevoli.
Una ragazza, assunta a tempo determinato in una grande Società di servizi, per dare (e darsi) l’idea di come sta vivendo la relazione tra se stessa e il proprio lavoro, ha proposto un’immagine di grande efficacia: “Mi sento come una biglia in un sacchetto.” Da pescarsi a caso da una mano ignota e fredda. Brutta e significativa sensazione. Insana, per l’organizzazione e per il singolo.
Guidare uomini e donne a conseguire gli obiettivi di volta in volta assegnati (gestire le persone, linguisticamente meglio del gestire il personale…) significa allora e soprattutto coordinarne voci, parole e emozioni.
Anni orsono, al Presidente del consiglio di amministrazione di una grande Società statunitense chiesero: “Qual’è il suo compito principale in quanto Presidente?” “Il mio compito è di tentar di aprire una volta per tutte le menti chiuse.”
Si badi bene, però: gestire menti chiuse è alle volte più agevole del gestire menti vive e aperte…

Lo Spirito Folletto

 

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