LETTERE DA YALGO, BURKINA FASO. Renato e Cristina, volontari-viaggiatori della solidarietà (6)

Lettera n. 6
Prima di parlare di donne, due parole su Samarò, il bambino più piccolo che abbia mai visto. E’ ricoverato al Dispensario, è nato 7 mesi fa ma ha le dimensioni di un neonato settimino. E’ assistito dal Centro Reidratazione e Educazione Nutrizionale perché rifiuta il latte materno e la madre si è rivolta al CREN solo 1 mese fa! Ora hanno trovato il latte giusto ( ma è caro per la giovanissima madre: Aprile e Maggio glielo offriamo noi ), i medici dicono che ce la farà : coraggio Samarò, tifiamo per te !
Le donne burkinabè sono uno spettacolo della natura. Sono belle, sono allegre, sono fiere, sono forti. Sulla bellezza è stata Cristina a rompere il ghiaccio : io facevo finta di nulla, protetto dagli occhiali da sole; ma, dopo, è stato tutto un piacevole ammirar di belle ragazze, alte, slanciate, con caviglie lunghe e sottili: molti visi potrebbero reggere il confronto con Naomi Campbel. Le popolane camminano erette come fusi, bilanciando sul capo carichi incredibili per peso e per oggetto : bidoni d’ acqua da 30 chili ( verificati), ceste con tutto il prodotto del loro orto da portare al mercato, tronchi da bruciare lunghi anche 2 metri . E sulla schiena i piccoli : appiccicati alle madri ( spesso alle sorelline maggiori ) si devono fare mostruose sudate, ma non sembrano soffrirne, non piangono. Così sfrecciano su motorini e biciclette, passeggiano per mercati e per campi assolati, partecipano pazienti agli incontri della madre che spesso, con pochi collaudati movimenti, li estrae e se li porta al seno per una poppata ; quindi, con altrettanta abilità, li rimette sulla schiena e li assicura sul dorso, avviluppandoli come un bozzolo in un ampio e colorato foulard. Mentre percorriamo in velò le stradine del villaggio incrociamo spesso delle burkinabè col loro carico sul capo: se capita di non salutarle per non interrompere il loro sforzo, sono loro a gridarci un “Lafì ghi barè “ che ci obbliga a tornare indietro e a rispondere. Dopo quasi 2 mesi, siamo conosciuti e riconosciuti da molti: a me gridano “ Hallò, Le Blanc “, ma questo “il Bianco” non ha toni discriminatori, bensì solo cromatici. Cristina è invece conosciuta come ( ve lo traduco dal francese) “ La donna con la pelle bianca che sorride sempre” : è un bellissimo titolo datole da alcune pazienti che l’hanno conosciuta al lavoro al Dispensario, un titolo meritatissimo e che le invidio molto . Curiosando per il villaggio, spesso ficchiamo il naso nelle case di Yalgo . Se sono chiuse da cancelli bussiamo ed entriamo, sicuri di non importunare: infatti tutte ci hanno accolto con simpatia, facendoci entrare e ridendo senza malizia del mio incerto saluto in Morè ( la lingua locale ): ma la risata vi assicuro che è subito accompagnata da un largo, gratificante sorriso di apprezzamento per il mio sforzo di comunicare con la loro lingua. Questa “scena” si ripete ad ogni mio più o meno riuscito tentativo di parlare in Morè, ed è per me talmente importante e piacevole da farmi sognare, da farmi immaginare e sperare un mondo con un’unica lingua universale : e chissene..della retorica ( e dei produttori di dizionari )! I giovani burkinabè sono snelli, alti e carini; ma, a differenza delle donne con i loro splendidi abiti, vestono monotoni pantaloni scuri con camicia “descamisada”. Sabato 21 abbaiamo invitato a cena gli amici e le amiche della missione, insegnanti, infermieri ”quasi medici”, la Prefetto e Jean, della gendarmeria di Yalgo, le infermiere- aspiranti suora, le 2 Soeurs della Louisiana e la canadese, con Enzo e i 2 Don, Clement e Brunò. Serata simpaticissima ed emozionante: quando ho spiegato di aver anticipato il “saluto ufficiale” perché, se ci fossimo salutati un giorno prima della ns partenza non avremmo retto alla commozione e, lacrimando sulla spalla della vicina suor Pauline, le avrei procurato i reumatismi, hanno riso molto; ma hanno capito. Abbiamo salutato i cattolici del villaggio sia alla Messa del Sabato pomeriggio ( in francese ) sia a quella della domenica, in Morè ( la ns preferita , con musica africana). In vita mia avrò tenuto qualche centinaio di assemblee; ma forse in nessuna mi tremavano tanto le gambe: comunque applausi, tamburi e strette di mano hanno accolto il mio breve ma intenso saluto, iniziato in Morè, proseguito in francese e concluso ancora nella loro lingua con la promessa ( seria, non formale) di tornare da loro: ma in Dicembre. Lunedi al mercato ultimo sforzo, l’acquisto di altre 15 caprette che abbiamo donato a 15 signore tutte insieme: le donne ci hanno abbracciato felici, e vederle allontanarsi in un corteo allegro mentre si voltavano per salutarci ancora una volta ci ha ripagato ( con interessi da usuraio ) della pena dei 15 giorni iniziali di caldo infernale . Chiudete gli occhi, immaginatevi le donne con le caprette, l’ora e la pista di polvere rossa : ecco, ora avrete provato un po’ di quella emozione che avete meritato di condividere . A presto
Renato e Cris

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