LA RIVOLUZIONE DELLA SPERANZA (Confini, frontiere, territori sociali e organizzativi)

La speranza ha due figli:
la rabbia e il coraggio
(S. Agostino)

Una sub-cultura, quella giovanile, è un soggetto plurale che tende ad affermarsi nel suo bisogno di esistere, attraverso un ‘contro’ che diventa automaticamente una richiesta di identità e di soggettività che chiede di esistere con tutto il suo potenziale di novità e di creatività. Spesso è proprio il ‘contro’ che rinforza la sua legittima esigenza di esistere. La gioventù, poi, si trova a dover accettare ciò che non ha scelto, ma ciò che chi l’ha preceduta ha deciso per lei: l’essere giovani, comporta quindi un bisogno, un desiderio, il sogno di qualcosa d’altro che forse non può essere ancora chiaramente delineato, ma che ritrova in questo ‘contro’ la propria istanza di richiesta di qualcosa di diverso e di nuovo, anche per sé.
La cultura dominante spesso cerca di irretire tale diversità, inglobandola in una logica di ortodossia economico-sociale. Si costruisce una moda, più preferibilmente un ‘look’, in questa società dell’apparenza, del come se… tutto fosse previsto e controllabile, quindi ne annulla la proposizione innovativa che la stessa porta con sé.

La gioventù chiede il tempo di ribellismo
Qui sta il problema. L’insopportabile sufficienza con cui il potere vigente tende a rendere paziente quel tempo di ribellismo che la gioventù chiede, per poi rassegnarsi alla cultura dominante, perdendone così tutti i fattori di cambiamento, di spunto innovativo e di freschezza che la sub-cultura porta con sé. Questo è il peccato. Il contro diventa inevitabile sordità reciproca che disperde risorse, generando una sorta di paura di perdita che rigetta tutto nella piattezza, nella standardizzazione rassicurante e obbediente ai must del Dominio.
Il problema è che non si sfrutta a sufficienza quel periodo ‘di frontiera’ che le nuove istanze tentano di indurre e si cerca di riportarle entro i confini più tranquillizzanti del potere costituito, preoccupato di mantenere ad ogni costo il privilegio esistente.
Se il soggetto, individuale o plurale che sia, da un lato tende all’autoconservazione, dall’altro si estende, si espande, ma dobbiamo renderci conto che entrambi i processi sono fortemente intricati e non facilmente scindibili.
A livello di territorio, si crea il confine, quella delimitazione fisica come autodifesa che definisce quindi la linea di separazione fra sé e il resto. Il territorio della frontiera è poi il luogo teorico e immaginabile di interfaccia con l’altro da noi, la possibile, temuta soglia. La cellula primordiale trova nella propria membrana la zona di confine. Essa è rivolta a proteggere l’interno, a percepire le minacce dall’esterno e a rendere possibile l’espansione, permettendo così la conservazione dell’identità. Il concetto di confine sottolinea soprattutto l’atto difensivo/offensivo di affermazione e riaffermazione della sovranità anche espansionistica, imperialista, colonizzatrice, ma non modificabile. E’ l’identità come postulato.

Il concetto di confine e di frontiera
Il concetto di frontiera, invece, rimanda alla dilatazione come possibilità di oltrepassare la soglia, come speranza di diffondersi, di contaminare, di influenzare. Essa quindi propone l’identità come processo, come percorso, come viaggio, come progetto, non come sostantivo, come status, immodificabile quindi. Se il confine porta a concentrarci sul bisogno di conservazione all’interno, la frontiera ci spinge verso un sogno lontano, verso un desiderio di miglioramento. Verso la speranza progettuale, verso la bellezza come punto di arrivo del progetto, come sogno di un futuro migliore che forse non sarà, ma che diventa fondamentale come utopia trainante.
La bellezza, per Borges, è “attesa di una rivelazione che non sarà “, ma che lavora in noi diffondendosi agli altri. A livello relazionale, il confine riafferma l’identità, la cultura vigente, l’integrità e l’unità del soggetto. Il confine si espande per poter diffondere i propri sogni che sono anche valori, miti, usanze e altro. E’ l’atto del conquistatore che impone altrove le proprie leggi, la propria verità e il diritto conseguente di sovranità. Si rifà a un’azione ‘aggressiva’, come direbbe Fromm, di imposizione della propria istanza. Quando dall’individuo si diffonde al sociale, potremmo chiamare tutto ciò “ingordigia sociale”.

Essere per divenire
La frontiera, al contrario, non è concetto legato all’” avere per essere” quanto all’” essere per divenire”. E’ sempre azione di potere che potremmo riconoscere non solo come bisogno di “ap-parte-nenza”, cioè di sicurezza, quanto come desiderio di “parte-cipazione”, come lotta per appartenere quindi, come rischio, insicurezza, e tuttavia, un plus. Qualcosa quindi che non si rivolge indietro, verso la paura di perdere il passato, ma si espande verso il futuro nella speranza di ottenere qualcosa di meglio e di più bello di quello che abbiamo.
E’ influenzamento che mette in gioco la propria unità in nome dell’essere “parte” di qualcosa di diverso e plurale (progetto). E’ quindi il desiderio di anteporre il nuovo, il diverso, alla riconferma del noto, dell’uguale. Le relazioni fra esseri umani hanno certo bisogno di confini per difendersi, ma ai giorni nostri, hanno sempre più bisogno e necessità di frontiere, come soglie verso un possibile cambiamento, per un interscambio generativo che si nutre delle diversità come ricchezza… E’, per esempio, l’affacciarsi a livello di gruppo quando partiamo dalla coppia, è rifiutare l’opacità, che cela, per affrontare il rischio della trasparenza. E’ quando l’estetica attraversa l’etica e la supera inglobandola. E’ il Pioniere (o l’Esploratore) che è preso continuamente dall’incertezza tra la conquista di un nuovo mondo e il possibile rischio di farsi “catturare” o distruggere da esso. Ma, a ben guardare, il Pioniere è sempre accompagnato più dalla speranza di cogliere il vantaggioso disvelamento di un mistero emozionante, più che dal desiderio di imporre la propria istanza di dominio e di controllo, ovvero dalla paura di perdere la sicurezza di casa. Il Pioniere vive l’insicurezza che nasce dal vivere nel territorio della frontiera. Raggiungere risultati definisce i confini, ma allo stesso tempo prospetta nuove possibili frontiere da affrontare.

Pionieri del sociale
Tornando all’esempio del nostro proporci a livello di gruppo, come pionieri del sociale, ci accorgeremo a volte di poter imporre la nostra istanza agli altri, dilatando la nostra sovranità su di essi, senza però fare quel salto qualitativo nell’esercizio del potere che potrebbe ad esempio permetterci il disvelamento di una nuova cultura arricchente perché diversa. I fantasmi da dispersione e le ansie persecutorie spesso predominano. Esso è legato all’avere, è la voglia di plasmare il mondo per farlo simile a noi: è la nostra soggettività che si impone come obiettività, come certezza, al mondo conquistato; è colonialismo e imperialismo. Altre volte la nostra istanza ‘individuale’ o monistica, si metterà da parte perché limitata dalla diversità altrui. Permetterà una evoluzione dell’identità stessa e la possibile creazione di un’ulteriore identità plurale: è la contaminazione. Diventerà parte di un processo di cambiamento individuale e plurale che imporrà un salto del livello qualitativo del potere. Da un potere semaforico, a un potere generativo, da un potere a ‘somma zero’ a un potere a ‘somma variabile’.
Altre volte ancora saremo poi dominati e alienati dalla cultura altrui con costosi sentimenti di perdità di identità e di potere. In questo terzo caso saremo dipendenti, nel bene o nel male, dagli altri. E’ la cosa che temiamo più della morte…
Gestire le relazioni, il tempo e il luogo di incontro nel territorio di frontiera che si nutre di tale spirito pionieristico, significa elaborare il tempo di attesa per progettare quelle strategie che ci porteranno poi verso uno di quei tre stadi di socializzazione, di cui abbiamo detto. Essa può essere definita anche come la presa di coscienza del confine come limite e della frontiera come risorsa o possibilità.
Se il confine è dimensione più obiettiva e definita, la frontiera è più soggettiva e sperimentabile. Il confine riporta all’appartenenza come sicurezza, la frontiera è tendenza al rischio: è desiderio di appartenere. Le frontiere si costituiscono sulla base di altri fondamenti come quello di movimento, cioè di avanti e indietro, di passaggio, cioè di dentro e di fuori, di linea e quindi di diritto e di circolare, di fronte, e quindi di davanti (ob, gegen) o dietro, amicizia od ostilità, di apertura o chiusura, di passaggio veloce o rallentato, di unilaterale o circolare, quindi come sbarramento o come assedio, come prima o dopo, quindi come antecedente e seguente, come diversità e quindi come specie, razza o clan, cioè appartenenza o estraneità, e via dicendo.
Si può così rappresentare il confine come difesa, come muro contro… come limite quindi, oppure come frontiera, difficoltà da superare, da valicare, come invito a vedere oltre, come dentro o fuori rispetto a un desiderio, a un sogno, a un’ipotesi.
Nella psicologia sociale e in altre discipline, molte ricerche sono state fatte sulle frontiere, sulle relazioni, ma di solito in senso centripeto, di confine, cioè riguardo alla chiusura, alla coesione di gruppo, alla centralità, al conformismo, mentre poche ricerche sono state dedicate alle relazioni in senso centrifugo, rivolte cioè alla periferia e alla devianza, intese come limite, ma anche possibilità plurale di benessere e ‘bellessere’ che la diversità porta con sè.

Il lavoro come frontiera
Occorre ricuperare questi modelli per studiare il lavoro come frontiera, come limite da superare, cioè non come risorsa scarsa da scoprire, ma come risorsa abbondante da inventare. Non come malessere da ridurre, ma come benessere da aumentare, come bellessere da realizzare. Questo è tanto più importante in una società sempre più variegata, differenziata e costituita da una infinità di sub-culture che trovano proprio nella loro diversità un bagaglio infinito di ricchezza.
Se non saremo capaci di gestire tutto questo, vorrà dire che butteremo via questo mondo ed esso diventerà un mondo dei vecchi e i giovani diventeranno solo una minoranza sottomessa e dipendente. Mentre dovremmo crearci una società più giovane, ricordando che essere giovani comporta anche una certa dose di ribellismo e di creatività e di diversità da gestire, rivalutare e non da distruggere o da annullare inglobandola, come si può temere oggi.
Ascoltiamo e trattiamo in termini più ospitali queste sub-culture giovanili che altrimenti rischiano, come tante altre realtà, di divenire soltanto un lontano nostalgico ricordo di un folklore che non è più, lasciandoci soli e senza speranza in un mondo vecchio e non rivolto a una progetto futuro.

Gianni Marocci

 

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