LA GIOIOSA FATICA DI VIVERE E LAVORARE NELL’ESPERIENZA COMUNITARIA MONASTICA Intervista di Monica Onore a Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose

La comunità monastica di Bose è una comunità religiosa formata da monaci e monache provenienti da chiese cristiane diverse. Ha sede nella frazione Bose del comune di Magnano (provincia di Biella) e sin dalla fondazione, nel 1965, la comunità promuove un intenso dialogo ecumenico. Il fondatore e priore della comunità è Enzo Bianchi.
Della comunità incontriamo padre Luciano Manicardi, autore del pamphlet: “Il lavoro: aspetti biblici”.
Vorremmo esplorare, infatti, per capire più da vicino, il significato profondo che ricopre il lavoro anche nelle comunità religiose.

Che cosa significa per voi seguire la regola monastica?
Nella tradizione monastica la Regola ha sempre il valore di rinviare all’unica regola della vita cristiana, cioè il Vangelo. Così la nostra Regola monastica, sul tema del lavoro, chiede di lavorare seriamente non solo perché si è uomini e si condivide la comune condizione umana, ma anche perché “i padri e gli apostoli hanno lavorato per vivere del lavoro delle proprie mani” (Regola di Bose, 24).
Il lavoro, come lo esige la nostra Regola monastica, è la prima forma di povertà: con il lavoro ci si guadagna da vivere e non si deve ricorrere a finanziamenti e non si deve essere mantenuti da altri, la qual cosa sarebbe indegna. Inoltre esso consente di conoscere il prezzo, la fatica delle cose, obbliga a quel bagno di realtà che è essenziale perché la vita monastica non sia vita di privilegiati che fanno della preghiera un’evasione dalla realtà. Inoltre il lavoro è collaborazione alla creazione, o meglio è rispondere al mandato creazionale per cui il mondo è stato affidato alla responsabilità dell’uomo e alle sue cure tramite il lavoro.
Il Dio che ha lavorato e che al termine di ogni giorno lavorativo, contemplando le opere create, ne lodava la bellezza, è il Dio che chiede all’uomo di mantenere il mondo nella bellezza. Lavorare seguendo una regola è essenziale per chi vive in una comunità. Occorre infatti avere un’ispirazione comune per liberare il lavoro dai rischi del soggettivismo, del lavorare come e quando si vuole, cadendo in quel detestabile dilettantismo che toglie nerbo e serietà al lavoro e che è già stato condannato da Paolo nella sua seconda lettera ai cristiani di Tessalonica (2Ts 3,6-12).
Ovviamente la Regola non determina i dettagli del lavoro che saranno lasciati alle competenze di ciascuno e alla sua responsabilità. Del resto, i lavori sono molteplici e molto diversi: intellettuali e artigianali, artistici e agricoli, senza calcolare le mansioni comunitarie che comprendono il cucinare, la manutenzione della casa, le pulizie dei diversi ambienti… Il rimando a una Regola ha il senso di ordinare il lavoro nello spazio comunitario, perché vi sia giustizia, perché tutti lavorino, perché il lavoro sia teso alla comunione, non schiacci nessuno ma da tutti sia assunto con consapevolezza.

Come affrontate la ripetitività del lavoro e dello scorrere del tempo scandito sempre allo stesso modo ? E’ un modo di contrapporsi ad una società che esige sempre e solo movimento e trasformazione?
La ripetitività è una struttura antropologica essenziale. Tutto ciò che più è vitale nella nostra esistenza è ripetuto: mangiare, dormire, ma anche respirare e parlare. La ripetitività è invito alla profondità. L’essenziale si situa nel profondo, non in estensione. Fare bene un lavoro, esercitarsi in un’attività ripetendo e ripetendo gesti e azioni, può rendere un lavoro un vero capolavoro. Tutto è immediatamente comprensibile se faccio l’esempio della pittura di icone o della tessitura di arazzi o della produzione di vasi, piatti e altri oggetti per la casa o la liturgia in grès. Ma questo vale anche per il lavoro nell’orto, per giungere a produrre verdure sane e gustose, e per qualsiasi lavoro che, se è fatto bene, ridonda a vantaggio dell’intera vita fraterna. La ripetitività è ciò che i monaci chiamano “ascesi”, cioè, etimologicamente, esercizio. La ripetitività situa l’uomo nell’essenziale, lo rimanda al suo centro, gli chiede di non distrarsi, gli ricorda che il viaggio più difficile e lungo è quello interiore. Non la continua novità, non l’emozione sempre rinnovata da stimoli esteriori, ma la paziente discesa nel profondo, l’attenzione e la concentrazione su una cosa, produce autentica ricchezza e gioia. La ripetizione nel lavoro ricorda all’uomo che il lavoro è anche lavoro su di sé, non solo su “cose” o attività esteriori. “Niente quanto l’anima ha bisogno di lavorare”, ha scritto Giovanni Crisostomo.

Lei afferma che il lavoro non deve togliere voce o parola al lavoratore.
Ma che cosa significa per voi lavorare in silenzio?
Nella tradizione monastica il lavoro svolto in silenzio aiuta la preghiera interiore, la memoria Dei, la ruminazione di un versetto biblico o la ripetizione della preghiera di Gesù (“Signore, Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore”). Aiuta cioè a vivere anche il lavoro davanti a Dio. Certo, spesso il lavoro esige concentrazione e non consente di avere la mente libera per queste forme di preghiera, ma ugualmente, è sempre possibile, in una breve pausa dal lavoro, riportare alla memoria una frase evangelica, situarsi cioè nuovamente davanti a Dio in maniera molto semplice per unificare la propria giornata e il proprio lavoro all’interno della vocazione monastica. Ma il lavoro in silenzio ha anche una valenza umana.
Abbiamo bisogno di silenzio per motivi direi “igienici”, per guarire dal troppo rumore che ci assorda e ci aliena, per operare un’ascesi del comunicare evitando le troppe e spesso inutili parole. Sul lavoro occorre parlare, certamente, per motivi lavorativi, e anche per motivi di carità, per farsi vicino a chi vediamo essere nella tristezza, a chi non è sereno. Ma custodire il silenzio anche sul lavoro consente di abitare quell’essenzialità che ci custodisce mantenendoci nel luogo del nostro cuore. Se la modernità è stata segnata dal trionfo del rumore e della velocità, allora lavorare, per quanto possibile, in silenzio, e senza avere ritmi frenetici, aiuta l’umanizzazione del lavoro, a viverlo in maniera non alienante. Ci aiuta a ricordare che non l’uomo è per il lavoro, ma il lavoro per l’uomo.

Che differenza c’è tra il mondo del lavoro “fuori” e “dentro” la comunità ?
Tutti coloro (e sono la stragrande maggioranza dei fratelli e delle sorelle) che lavorano all’interno del monastero sono forzatamente in contatto anche con il mondo esterno del lavoro: la comunità non ha mai avuto ideali di autarchia. E che si lavori in orto o nella falegnameria, nella casa editrice o nella poterie, il laboratorio del grès, è ovvio che si ha bisogno di forniture, di materie prime, oppure certe fasi della lavorazione di un prodotto sono svolte fuori comunità. Il lavoro, essendo collegato con la grande rete del lavoro che avviene anche “fuori”, richiede professionalità, serietà, rispetto di tempistiche e di parametri dettati dalle esigenze del mercato del lavoro. Inoltre la qualità del lavoro è importante perché i prodotti sono destinati ad avere un mercato: si tratti di libri o confetture o icone o prodotti dell’orto, essi devono essere ben curati per incontrare il gradimento degli acquirenti. Il lavoro ci consente di vivere del nostro guadagno, della fatica delle nostre mani, ma questo esige la qualità del prodotto. Certo, il lavoro in comunità ha dei ritmi e degli orari seri, ma si cerca sempre di non travalicare le 7 ore giornaliere. Differenza elementare del lavoro “dentro” rispetto al lavoro ”fuori” è l’aspetto economico. Se chi lavora fuori comunità (e attualmente sono solo tre membri della comunità) percepisce un salario che poi mette in comune consegnandolo all’economo della comunità, chi lavora in comunità non percepisce un salario, ma inserisce il proprio lavoro all’interno della vita comunitaria scelta con la professione monastica. Vita comunitaria che dunque ha il primato su tutto e che impedisce anche di fare raffronti sui lavori e di istituire paragoni. Ogni lavoro, da quelli manuali a quelli intellettuali, hanno la loro dignità propria e sono importanti per la vita comunitaria. Certo, chi fa lavori intellettuali, svolgerà poi diverse mansioni comunitarie manuali (cucina, lavapiatti, pulizie, ecc.).
Sottomesso alle esigenze della comunità, il lavoro può mutare in base a queste stesse esigenze e alla disponibilità e alle competenze e possibilità del singolo. Inoltre esso è favorito dalla presenza comunitaria: trovare un aiuto è facile e immediato sia per un consulto su problemi tecnici, sia per svolgere un lavoro pesante, sia per avere un parere circa un lavoro intellettuale. Probabilmente, una differenza tra “dentro” e “fuori” circa il lavoro, è nella dimensione comunitaria del lavoro svolto in comunità, che mentre accorda grande importanza al lavoro, lo relativizza anche, e che consente di finalizzare il lavoro stesso all’interno di un progetto di vita che dà senso a tutto il resto. Inoltre, il lavoro “dentro” è segnato dall’assenza di precarietà che assilla il mondo del lavoro attualmente, oltre ai drammi della disoccupazione.

Se nella Bibbia emerge il lato ambivalente e contraddittorio del lavoro, voi come lo affrontate nella quotidianità?
Il lavoro può essere gratificante, ma certamente lavorare, sia manualmente che intellettualmente, è faticoso. Ma la fatica viene assunta nello spazio monastico come momento di verità umana, come necessaria alla vita di preghiera e di ricerca di Dio che caratterizza il monaco. La tradizione monastica ha condannato gli euchiti, coloro che pretendevano di pregare sempre, senza interruzione, senza mai lavorare. Se si vive senza lavorare, si creano di fatto dei servi che dovranno lavorare per mantenere coloro che si danno ad occupazioni “più alte”. Nel monastero l’ambiguità del lavoro viene assunta molto realisticamente come parte della fatica di vivere. Da cui un monaco non ha diritto di essere esentato. Il lavoro sollecita il corpo, lo plasma, lo stanca, e questo è molto importante in una vita celibataria. Normalmente si verifica che chi lavora seriamente e intensamente è anche colui che prega con assiduità. Del resto, pregare è un lavoro. L’ufficio divino si chiama, nella tradizione, Opus Dei. L’ambivalenza del lavoro è poi un grande insegnamento che ricorda che tutte le grandi realizzazioni umane: l’amore, l’amicizia, la bellezza, la fedeltà, hanno un costo. Anzi, possiamo dire, facendo eco alle parole di Rainer Maria Rilke nelle sue Lettere a un giovane poeta, che anche l’amore è un lavoro. Anche quella realtà che potrebbe sembrare ingenuamente immediata, facile, a portata di mano, sempre disponibile, come l’amore, è in realtà un lavoro e richiede fatica, attesa, pazienza, capacità di fare qualcosa di sé, scelte, decisioni, silenzio, solitudine, concentrazione. L’ambivalenza del lavoro è l’ambivalenza di tante realtà umane che danno gioia e realizzazione ma a prezzo di fatiche, di sudore, di sofferenza. In questo, l’ambivalenza del lavoro è un’ottima immagine per indicare tout-court il mestiere di vivere con la sua fatica e le sue gioie.

Il lavoro non sempre è a servizio dell’umanità. In questi casi, come bisognerebbe affrontarlo?
Il lavoro deve accompagnarsi sempre ad un senso di giustizia. Di fronte a lavori disumanizzanti, a forme di schiavismo, di sfruttamento di manodopera minorile, di mancanza di condizioni di sicurezza, occorre operare per ristabilire condizioni che salvaguardino l’uomo, la sua salute, le sua persona, il suo sviluppo. Se la visione cristiana, ma anche una visione umana laica, mette la persona umana al primo posto, questo primato è determinante e in base ad esso si devono mettere in atto le misure possibili per mutare le condizioni di lavoro disumanizzanti o almeno per fare pressioni perché un cambiamento possa avvenire. Non va dimenticato che la storia di salvezza del popolo d’Israele ha trovato nella liberazione dalla “casa dei lavori forzati”, l’Egitto, il proprio punto di partenza. La libertà a cui Dio chiama è anche liberazione dal lavoro alienante. Questo significa anche che il lavoro deve avere dei limiti senza i quali esso diviene un idolo. Compito profetico della presenza cristiana nel mondo è quello di smascherare e denunciare le derive idolatriche delle forme del lavoro, ovvero le forme che attentano alla dignità dell’uomo e all’integrità della sua salute. Il lavoro, insomma, deve accompagnarsi a una prassi di giustizia.

Perché l’uomo ha messo al centro della sua vita il lavoro?
Un dimensione antropologica importante è quella dell’homo faber. Lavorando, l’uomo plasma il mondo, si emancipa dallo stato di natura ed evolve verso la cultura. Ma lavorando, l’uomo plasma anche se stesso, dà una forma al mondo per meglio abitarlo e così facendo “realizza” se stesso. In realtà, la centralità del lavoro nell’esistenza umana, dice la centralità dell’uomo come architetto del mondo. Con il lavoro l’uomo si afferma nella postura di signore nel mondo. Certamente questa dimensione lavorativa deve accompagnarsi alla capacità di riposare, di arrestare il lavoro, di fermarsi perché l’uomo non è solo l’uomo che produce, costruisce, lavora, ma anche homo festivus, l’uomo che canta e danza, che narra storie e che prega. La dimensione lavorativa si accompagna alla gratuità; il tempo di lavoro si accompagna al tempo festivo libero dal lavoro: questa alternanza è umanizzante e dice che se l’uomo ha bisogno del lavoro, esso abbisogna anche del gratuito, di un tempo gratuito, senza scopo, da viversi per se stesso. È il tempo della festa che fa da necessario contraltare al tempo lavorativo. Proprio questa diversità e alternanza del tempo lo rendono vivibile all’uomo.

Come affrontare la difficoltà del crescente precariato esistenziale e lavorativo?
Rispetto a qualche decennio fa, oggi il futuro ha cambiato di segno: il futuro non è più sinonimo di promessa, ma di minaccia. Di fronte al futuro non nascono slanci progettuali, ma si assiste alla ritirata strategica di chi si rinchiude nel proprio nido: domina quasi una logica di sopravvivenza. La precarietà, l’insicurezza, l’incertezza, sono elementi che dominano i vissuti quotidiani e che riguardano anche il mondo del lavoro. Questa diffusa insicurezza evidenzia la fragilità della persona e dei suoi punti di riferimento. Essenziale sarebbe il ritrovare una capacità di comunità; il ricostruire la rete comunitaria che consente di far fronte anche alla situazioni di precarietà con la solidarietà, la prossimità, la condivisione. Il lavoro si inserisce all’interno di una comunità, di una pólis, di una società, che oggi appare instabile, “fluida”, e necessita della riformulazione di una grammatica relazionale che possa aiutare i legami famigliari e sociali. E qui si situano la presenza e la testimonianza della comunità cristiana, chiamata a raccogliere la difficile sfida di dare speranza e senso a uomini e donne che vivono tempi di grande incertezza e precarietà.

Coloro che, tra le lettrici e i lettori, sono impegnati nelle attività di volontariato, possono senz’altro trarne utili indicazioni.

 

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