C’era una volta… Fiabe eterne che non rispondono a logiche economiche (di storie non c’è mai penuria)

Ci sono molti modi per accostarsi al tema “denaro”: i numeri e le statistiche, l’approccio economico e l’indagine sociologica, l’inchiesta storica e la meditazione filosofica…
Incerta sullo stile da adottare, ho pensato che per avviare una riflessione sul denaro nessun autore fosse più adatto e autorevole di Marx. No, non Karl ma Groucho Marx.
“Naturalmente nella vita ci sono un sacco di cose più importanti del denaro. Ma costano un mucchio di soldi!”
Groucho Marx, in fondo, non fa che rilanciare in chiave umoristica un pensiero comune: i soldi non sono importanti, nella vita c’è ben altro, peccato che per averlo – quel “ben altro” – ci vogliano i soldi.
Ero incerta, dicevo, sullo stile da adottare. In effetti, quando ho occasione di scrivere, tendo ad attingere al mio bagaglio filosofico. Ho pensato di farlo anche questa volta mobilitando, per esempio, un autore come Georg Simmel che nel 1900 scrisse il famoso saggio “La filosofia del denaro”.
Poi, ho pensato che fosse più serio e onesto mettere a tacere (solo per un poco) quei parrucconi dei filosofi e raccontare che, sine pecunia, si fa fatica a fare filosofia.
Ho sempre pensato anch’io, come Groucho Marx, che nella vita ci siano un sacco di cose più importanti del denaro. Nonostante i dubbi del nonno chirurgo, ho scelto di iscrivermi a filosofia proprio perché mi ha sempre intristito il punto di vista di chi sceglie il corso di laurea in base ai soldi che promette. Non avrei guadagnato cifre da top manager? Pazienza, sarei stata ripagata da cose più importanti: la passione, la cultura, l’effervescenza del pensiero. Peccato che alla fine di un dottorato mi renda conto che la passione, la cultura, l’effervescenza del pensiero “costano un mucchio di soldi”. Giusto un paio di esempi.
Finita la borsa di dottorato e discussa la tesi, mi è stata raccomandata l’attesa messianica dell’aspirante ricercatore: rimani in università (senza stipendio), continua a pubblicare articoli scientifici (gratis), collabora con un professore (di tanto in tanto ti offrirà il pranzo) e spera febbrilmente che negli anni a venire un assegno di ricerca discenda dal cielo portandoti gioia e felicità.
Finita la borsa di dottorato e discussa la tesi, mi hanno suggerito di pubblicarla, la tesi. Tranquilla, mi hanno detto, troverai senz’altro una casa editrice certa del suo valore scientifico e interessata a farne un libro. Piccolo dettaglio: per mandare in stampa il tuo lavoro ti chiederanno un modesto contributo, diciamo un minimo di duemila euro.
Con questo voglio dire che sine pecunia la strada della ricerca filosofica appare davvero poco praticabile. In effetti, se il denaro è la nostra principale merce di scambio, essere senza denaro significa ritrovarsi esclusi da ogni scambio. Estromessi e marginalizzati, rispetto a una rete che tesse i suoi fili immateriali grazie a bonifici bancari e transazioni finanziarie.
Ecco, potrei finirla qui. Potrei abbandonarmi al disfattismo e all’amarezza dei rimpianti: in fondo, il nonno chirurgo me l’aveva detto di non lasciarmi sedurre dalle frivolezze del pensiero…
Eppure, proprio la parola “scambio” ha acceso una lampadina, mi ha suggerito un pensiero che, se non basta a rabboccare il mio conticino in banca, almeno illumina una diversa prospettiva.
Il principio cardinale dell’economia è quello della scarsità: l’idea, cioè, che le risorse siano limitate e che proprio per questo vadano amministrate in modo razionale ed efficiente. La mentalità economica è stata tanto pervasiva che oggi fatichiamo a immaginare uno scambio che non risponda al principio della scarsità: convinti di avere sempre a che fare con risorse finite, crediamo che chiunque decida di attivare uno scambio cedendo liberamente un certo bene, rischi solo di perdere qualcosa, ritrovandosi più povero di quanto non fosse in precedenza. Ma siamo sicuri che ogni scambio assecondi la logica economica?
Basterebbe un esempio per farci vedere le cose in modo diverso. Prima di dormire, da piccoli, quando le nonne, le mamme, i papà prendevano posto accanto ai nostri letti e ci raccontavano una storia. Noi quella storia l’ascoltavamo attenti, le palpebre che non si decidevano a chiudersi, e poi il giorno dopo, reinventandola daccapo, la raccontavamo ai nostri compagni d’asilo. E ancora adesso, quando ci gira attorno un bambino, la caviamo fuori dall’oblio e riprendiamo il racconto: “c’era una volta…”.
Un collettivo di narratori italiani, prima noto come Luther Blisset e poi come Wu Ming, ha suggerito che la trasmissione e la proliferazione dei racconti avessero il potere di interferire con il “monologo incessante dell’economia”. E ciò dipende dal “tratto irriducibile e fieramente antieconomico che il Dna riproduttivo delle storie conserva. O meglio, quel loro alludere a un sistema di relazioni, capace di valorizzare ciò che è infinitamente riproducibile, basato sul dono, la gratuità, la condivisione, la cooperazione. Già, perché di storie, non c’è mai penuria, né carestia o recessione. Inoltre, sfuggono a ogni criterio contabile della partita doppia: chi ‘riceve le storie’ è senz’altro più ricco, ma chi le ‘cede-racconta’ non è affatto più povero. Tutt’altro”.
Le storie, i miti, i racconti traboccano: tracimano qua e là secondo traiettorie sregolate. Hanno un carattere eccedente che contravviene al principio di scarsità che regola lo scambio economico. La loro sovrabbondanza innerva un sistema di relazioni che premia la gratuità e incoraggia la condivisione.
Lasciate, allora, che vi racconti una storia. Si tratta del dilemma di Heinz: un uomo di nome Heinz ha bisogno di una medicina per la moglie gravemente malata. Non ha i soldi per acquistarla e il farmacista non vuole fargli credito, né giungere ad un qualche accordo con lui. Cosa deve fare Heinz: deve rubare la medicina o è sbagliato che lo faccia?
Questo dilemma fu usato per la prima volta dallo psicologo Lawrence Kohlberg e poi fu ripreso da una sua allieva, Carol Gilligan, che riflette sugli stili di risposta dati da due preadolescenti, Jake e Amy, un maschio e una femmina. Jake giustifica il furto rifacendosi a un sistema astratto di diritti: il diritto alla vita della donna è superiore al diritto alla proprietà privata del farmacista. Amy, invece, non cita né il diritto né la legge, ma cerca una soluzione che aggiri la domanda: Heinz potrebbe pagare il farmacista a rate, oppure potrebbe chiedere un prestito. Se il farmacista conoscesse le condizioni della moglie di Heinz sarebbe meno inflessibile.
Jake astrae il problema morale dalla situazione specifica e si affida alla logica astratta dell’equità. Amy legge il dilemma alla luce dei rapporti che intesse: Heinz e il farmacista, Heinz e la moglie (cosa farà la moglie di Heinz se lui dovesse finire in prigione? E se la moglie morisse non è probabile che altri ne soffrirebbero?).
Il paradosso di Heinz è usato da Gilligan per sostenere che esistono due diverse forme di risposta morale: una attenta a rispettare il piano astratto della giustizia; e un’altra attenta a salvaguardare il piano contingente dei rapporti. Questo secondo stile di risposta non corrisponde a una moralità debole, come molti psicologi dello sviluppo avevano sostenuto, ma a una moralità differente (In a different voice, si chiama il saggio della Gilligan). Poco importa in questa sede stabilire se questa diversa forma di moralità sia o meno una prerogativa femminile, quello che mi sta a cuore è altro. Infatti, il modo in cui Amy tenta di venire a capo del dilemma di Heinz suggerisce che, sine pecunia, ci si può rifare a uno stile relazionale che privilegia i legami, le connessioni, le parole che mediano e persuadono. Uno stile di risposta che elude la logica contabile della partita doppia, che ammette che l’ago della bilancia possa pendere un po’ più in qua o un po’ più in là, che qualcuno offra un giro senza la certezza di essere ricompensato, che i legami di vita contino più delle fasce di reddito.
Un’amara vignetta di Altan pubblicata dopo la tragedia di Lampedusa raffigurava due ometti in giacca e cravatta che si dicevano:“Non si può abolire il reato di clandestinità” e l’altro “Anzi, introduciamo il reato di fame e disperazione”.
Già, nel nostro mondo malconcio essere sine pecunia pare diventato un reato. E allora teniamoceli stretti quegli stili di risposta che ci permettono, seppur sprovvisti della nostra principale merce di scambio (il denaro), di non sentirci per forza esclusi da ogni scambio. Esistono scambi che promuovono una logica anti-economica, che attingono a risorse infinitamente rinnovabili, come l’esperienza del legame, il riconoscimento dell’altro, la riposta ai suoi bisogni. Contro il “reato di fame e disperazione” propongo allora di rivendicare un “diritto all’eccedenza” che al principio di scarsità opponga l’esuberanza della vita, delle storie, degli incontri.
Ah, dimenticavo: mi lascerà sine pecunia, ma che stupenda storia la ricerca filosofica!

Caterina Croce

 

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