LA BAMBOLA E LA BAMBINA (Lo stupore dell’esistenza è sempre a disposizione)

Franz Kafka (1883-1924) e Dora Diamant (1898-1952) vivevano un presente di stenti e di futuro, forse, non amavano discorrere. Non avevano denaro per comperare il pane e il carbone, per pagare l’affitto, per pagare il gas e la luce. Il poco cibo veniva spesso scaldato con la fiamma della candela. Siamo nella Berlino del 1923/24, con un marco drammaticamente iperinflazionato. Franz Kafka vi stava trascorrendo gli ultimi mesi della sua vita, in compagnia di Dora, l’unica donna con la quale aveva deciso di andare a vivere, cosa che non fece mai con Felice, Milena e Julie, le sue precedenti “fidanzate”.
L’abitudine di passeggiare non abbandonò Kafka neppure in questo duro periodo berlinese, il che lo portava spesso al parco di Steglitz. E lì, un giorno, incontrò una bambina che singhiozzava disperata: aveva perso la sua bambola. “La tua bambola è in viaggio, lo so, mi ha appena scritto una lettera” – la confortò. “Ce l’hai con te ?”, domandò la bambina. “No, l’ho lasciata a casa, ma te la porterò domani”. L’indomani tornò al parco dove l’aspettava la bambina e le lesse la lettera ad alta voce: la bambola spiegava che era stanca di vivere sempre nella stessa famiglia; voleva cambiare aria, città e paese e starsene un po’ lontano anche da lei, sebbene continuasse a volerle molto bene.

Prometteva che le avrebbe scritto ogni giorno per raccontarle dei suoi viaggi. E così Kafka, per qualche tempo, continuò a incontrare la bambina per riferirle le notizie che la bambola inviava con le lettere che lo stesso Kafka scriveva davanti alla lampada a petrolio costruita da Dora.
Il gioco durò poco più di tre settimane durante le quali la bambola rassicurava la bambina garantendole il proprio affetto ma alludendo anche alle complicazioni della nuova vita, ad altri doveri e ad altri interessi. Kafka non sapeva come concludere la finzione. Ne discusse con Dora e alla fine decise di far sposare la bambola. Nell’ultima lettera descriveva il giovane fidanzato, la festa di fidanzamento, i preparativi per il matrimonio, la loro nuova casa. “Tu capirai” – concludeva la bambola – “che in futuro dobbiamo rinunciare a vederci”.
Le lettere della bambola e le ultime lettere di Kafka ai genitori: ciò che la bambola scrive alla bambina (“…dobbiamo rinunciare a vederci”) è il medesimo concetto che Franz esprime nella sua ultima lettera, datata 2 giugno 1924 (morirà il giorno dopo). Invita i genitori a non fargli visita affermando tra l’altro che “…io non sono un granché bello, proprio da non vedere”. È dunque preferibile lasciar perdere e – appunto – dobbiamo rinunciare e vederci.
I personaggi della nostra storia sono Franz Kafka, Dora Diamant, la bambina e la bambola. Quattro interpreti di uno spaccato di vita e di poesia che smentiscono il proverbio latino che recita “Homo sine pecunia, imago mortis” (l’uomo senza denari è l’immagine della morte). Nel nostro caso, non imago mortis bensì imago vitae. E di una vita che, seppur dolorosamente vissuta, è valso senz’altro la pena di vivere. Allora come oggi, almeno fintanto che ognuno di noi potrà continuare a ricevere lettere e cartoline (e non sms o messaggi via mail) in cui un’immaginaria e affettuosa bambola racconta del proprio andarsene per il mondo.
In fondo, lo stupore dell’esistenza è sempre a disposizione. A costo zero.

Lo Spirito Folletto

 

7 Replies to “LA BAMBOLA E LA BAMBINA (Lo stupore dell’esistenza è sempre a disposizione)”

    1. Anch’io, naturalmente, adoro Kafka ma oltre a ciò lo considero il mio faro nella notte di questo nostro tempo. E’ come se nei suoi romanzi, racconti, diari e lettere avesse condotto gli esperimenti che in seguito la Storia ha effettuato su ben altra e drammatica scala.

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      1. Che bella questa visione di lui, wow!
        Lo dovrei rileggere, l’ho letto tanto al liceo e subito dopo… in particolare ho adorato i quaderni in ottavo/aforismi di zurau, diari, lettere… Invece mi manca la parte dei romanzi, a parte la metamorfosi! :0

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      2. In effetti i tre suoi Romanzi hanno una potenza esistenziale ineguagliabile. Bastano le prime righe per avvincere il lettore. Per esempio, Karl Rossman, il ragazzino sedicenne che i genitori mandano in America perché sedotto dalla cameriera (America); oppure: “Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. poiché senza che avesse fatto alcunché di male, una mattina venne arrestato (Il Processo); e, per ultimo: “Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve ( Il Castello). In realtà, soprattutto per il suo ultimo romanzo incompiuto (Il Castello), i lettori si dividono in due categorie: chi lo legge tutto d’un fiato e chi – viceversa – non riesce ad andare oltre le prime tre pagine…Immagino che tu (scusa la confidenza) faccia parte della prima categoria…

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