SUL PALCOSCENICO DELLA VITA ENTRA IN SCENA L’ERRORE

In ogni errore giace la possibilità di una storia
Gianni Rodari

Sto lavorando duro per preparare il mio prossimo errore
Bertolt Brecht

Se c’è una cosa che mi manda in bestia è sbagliare. Sbagliare scelte, sbagliare momento, sbagliare valutazione, accorgersi che si sono compiuti un certo numero di errori nella propria vita è quantomeno seccante. Eppure abbiamo vissuto. Perché, per dirla alla John Lennon, “la vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato in altri progetti”. In definitiva, quindi, commettere errori è l’unica possibilità che abbiamo per dire di aver vissuto. Insomma, sbagliare è “normale” … Provate a farlo capire a tutte le persone che avete coinvolto o meglio travolto con i vostri errori. Poche riusciranno ad esprimere un certo grado di clemenza. Per non parlare del mondo organizzativo: compìto com’è nella sua seriosa rigidità, ammonisce i diligenti lavoratori che circolano per i corridoi aziendali con frasi come queste: “nessuno può permettersi il lusso di sbagliare, nemmeno io” . E non c’è da meravigliarsi che poi facciano fatica ad intraprendere creativamente strade innovative per giungere alla soluzione dei problemi. Certo, quando l’errore si trasforma in incidente, il risultato può essere piuttosto allarmante.
Decisamente il contesto organizzativo è il luogo meno ospitale per i poveri errori.
Ma d’altra parte esiste forse un posto dove l’errore, l’incidente , assurge ad un’aurea di rispettabilità?
Certo che esiste, è il mondo della rappresentazione, è il mondo dove l’uomo si specchia senza correre il rischio di farsi male e si vede per quello che è.
Senza errori, equivoci, conflitti, non esiste sequenza drammatica; e ricordo che dramma (dal greco drao: opero – agisco) è qualunque forma letteraria destinata alla rappresentazione scenica. Perché il teatro è lo spazio dell’azione per eccellenza, è qui che i pensieri vengono agiti, si mostrano, non rimangono inermi nelle nostre teste ma prendono corpo. Fare teatro vuol dire produrre azioni e ragionare sugli effetti che queste hanno sul contesto di riferimento. In questo modo il comportamento umano è messo sotto una lente d’ingrandimento e può essere meglio osservato, analizzato, capito. L’attore “è un verbo, non è un aggettivo. Romeo è un uomo che ama una donna; non è l’amore alato, non è un viso innamorato” (Boal 1994). E quando l’uomo agisce, deve fare i conti con l’errore legato al proprio comportamento o a quello degli altri. Cosa ne sarebbe di Edipo se non avesse commesso il tragico errore di uccidere il padre e sposare la madre? Nella “commedia degli errori” di Shakespeare tutto l’intreccio si muove intorno ad una sequenza di equivoci generati dalla presenza nella stessa città di due coppie di gemelli che non sanno gli uni degli altri. Ecco che una serie di incidenti basati sullo scambio di identità portano a conflitti, incomprensioni, arresti e furti.
Perché ciò che stiamo guardando risvegli il nostro interesse “deve accadere qualcosa” e questo qualcosa deve coincidere con un problema, con un incidente di percorso (meglio se del tutto inaspettato), altrimenti non ci soddisfa, non ci piace, può sembrarci addirittura poco verosimile. Nessuno va a vedere una rappresentazione teatrale dove lui e lei si innamorano, si sposano, fanno dei bellissimi bambini sani, intelligenti e …tutti vissero felici e contenti. Ma come, nemmeno un adulterio, un pignoramento, una catastrofe ecologica? Meglio allora lo slow burn alla Stanlio e Ollio dove basta un piccolo incidente e comincia una divertente battaglia. Chi non ricorda le torte in faccia?
Anche quando quello che ci viene proposto è sopra le righe o francamente incredibile, spesso risveglia comunque il nostro interesse e siamo più disposti a impadronircene, piuttosto che di ciò che ci presenta la stagnante assenza di contrasti fatta di zuccherosi fiocchi rosa. Konrad Lorenz sosteneva che l’offerta di problemi insita nel nostro quotidiano “è significativa per il successo”. Qualcuno sentirà il bisogno di precisare che lo è soprattutto per l’insuccesso, comunque la si guardi, di sicuro non manca l’azione.

L’errore comunicativo è spesso la scintilla dell’incidente che mette in moto la trama drammatica. “Il teatro studia i molteplici rapporti tra uomini e donne che vivono socialmente e non si limita alla contemplazione del singolo individuo” (Boal 1994). Deve esserci un antagonista e quando è assente bisogna presumerne la presenza e da qui che si genera il conflitto che giustifica la narrazione di una storia. Tragedia, commedia, farsa, vaudeville, sono tutte rappresentazioni sceniche di un conflitto. Anche chi ha sentito il bisogno di rimettere in discussione molte delle regole del teatro ha sempre conservato questa: non c’è dramma senza conflitto che si sviluppa anche attraverso un errore o un incidente.
Se ciò non bastasse, bisogna poi considerare gli errori all’interno della messa in scena quando, cioè, il pubblico è presente. Ovvio, perché anche gli attori, gli attrezzisti e i tecnici sbagliano. Gli attori inciampano, cadono, dimenticano le battute, non trovano gli oggetti che servono, si fanno gli scherzi (soprattutto nell’ultima replica); le luci a volte si accendono quando non dovrebbero e viceversa. Insomma, è difficile immaginare che durante uno spettacolo vada sempre tutto per il verso giusto. Così come nella vita e diversamente dal cinema, non si può rifare: il gesto, la parola, il movimento dato agli interlocutori, appartiene al pubblico e non possiamo chiederne la restituzione in cambio di un ipotetico miglioramento. E allora che si fa? Si dà prova della propria professionalità inglobando, nei limiti del possibile, il proprio errore dentro la rappresentazione, all’interno del movimento scenico. In teatro tutto è vero a partire dal presupposto che tutto è falso ma deve apparire vero. Ecco allora che l’errore “non esiste” perché il pubblico “non lo vede”. Quella straordinaria abilità che è l’improvvisazione, che si caratterizza come un punto di arrivo e non di partenza della capacità attorale, fa la differenza. Un buon attore fissa bene nella testa chi è e dove sta andando e non consente a nessun errore, né proprio né altrui, di modificare queste due certezze. Il resto fa parte del percorso e, si sa, nel percorso gli incidenti sono possibili.
Ma occorre precisare che in tutto questo una parte la fanno anche gli spettatori che, comprando il biglietto, stringono un patto di fiducia con chi propone la rappresentazione. E con questo sono disposti ad assecondare ciò che gli viene proposto purché vengano condotti con maestria dentro il flusso del racconto, degli accadimenti. Come spettatori vogliamo vedere materializzate o tradotte le nostre emozioni, vogliamo partecipare ai desideri dei personaggi perché in qualche modo li sentiamo legittimi. Vogliamo ritrovare modelli di comportamento che conosciamo e scoprire modelli diversi per valutarne l’efficacia.
Se tutto ciò accade, ci sentiamo proiettati in una dimensione di totale coinvolgimento, di profondo interesse e l’errore … quale errore?
Ma non è tutto, a questo punto appare evidente che il teatro è un tramite straordinario per osservare la realtà, quindi si costituisce come un valido aiuto per riconoscere, valutare e ragionare sulle dinamiche che danno origine ai nostri errori, e pur non garantendo soluzioni certe, offre continui spunti di riflessione fondamentali per la costruzione di scelte possibili. Lo spazio scenico che è “spazio estetico, ha proprietà gnosologiche, cioè proprietà che stimolano il sapere e la scoperta, la conoscenza e il riconoscimento: proprietà che inducono l’apprendimento” (Boal 1994). Tutto ciò attraverso gli strumenti che sono propri dell’essere umano: gesti, voce, movimenti, mimica, spazio.
Dimensioni ,queste, che si fanno linguaggio espressivo universale, lontano dai rigori accademici ma vicinissimo all’essenza stessa dell’individuo. Esse stimolano nello spettatore il pensiero razionale ma soprattutto fanno vibrare quelle corde affettive, emotive ed empatiche fondamentali per il coinvolgimento. Tale processo non si limita solo al momento dello spettacolo, quando cioè si è immersi nel buio della sala, ma prosegue anche fuori dallo spazio teatrale, nell’intimo del proprio quotidiano. Quando poi le persone si avvalgono del training dell’attore partecipando direttamente alla messa in scena (esempi molto famosi sono il lavoro di Moreno con lo psicodramma o quello di Boal con il teatro forum) il tentativo è quello di utilizzare le leve sopra descritte per intraprendere una strada non solo di consapevolezza e stimolo ma anche di concreto cambiamento.
Un cambiamento che ovviamente non può presupporre la totale assenza di errori nel nostro comportamento ma almeno ci impedisce quella forma di reiterazione che ci fa apparire come criceti sulla ruota, perché come diceva Cicerone nelle Filippiche (XII. 5) “Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare” ( “è cosa comune l’errare; è solo dell’ignorante perseverare nell’errore”).
Meno male che c’è il teatro.

Luana Comgedo

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