ECO, NARCISO E I NEURONI – SPECCHIO: L’ALTERARSI DELLE IMMAGINI RIFLESSE NEI LAGHI E NELLE ACQUE DEL VOLONTARIO

Il contributo di Clara Terranova riprende e sviluppa il tema dello “specchio”. Le suggestioni mitologiche e i richiami fiabeschi (come nel caso de “La Regina della neve”), aiutano a leggere costruttivamente molte delle dinamiche umane, comprese quelle che caratterizzano il rapporto volontario-bambini e volontario-adolescente. Nei tempi e nelle strade della vita, si sentono spesso risuonare voci che altro non sono che suoni ripetuti, proprio come nel caso della povera e triste Eco…

Quando nacque Narciso, figlio della ninfa Liriope e del dio del fiume Cefiso, il veggente Tiresia profetizzò che sarebbe vissuto fino a tarda età, purché non avesse conosciuto mai se stesso. In molti si sono innamorati di Narciso e, quando ebbe raggiunto i sedici anni, si era già lasciato alle spalle una schiera di amanti respinti, poiché era caparbiamente geloso della propria bellezza.
Un giorno, mentre Narciso si preparava a tendere reti per i cervi, la Ninfa Eco lo seguì desiderosa di rivolgergli la parola; ma come al solito non poteva parlare per prima. A un tratto Narciso, accortosi di esser ormai lontano dai suoi compagni, si mise a gridare “C’è qualcuno qui?” “Qui” rispose Eco, lasciando Narciso sorpreso perché non vedeva nessuno. “Vieni” “Vieni” “Raggiungimi qua” “Raggiungimi qua” rispose Eco gioiosamente e balzò fuori dal cespuglio per abbracciare Narciso. Il ragazzo la respinse in modo brusco e fuggì lasciando la povera Eco a lamentarsi con le ultime parole di Narciso. Eco trascorse il resto della sua vita in valli solitarie, gemendo d’amore e rimpianto, finché di lei rimase soltanto la voce.
A Donacone, nella regione di Tespia, Narciso stava passeggiando e si avvicinò a una fonte chiara come l’argento. Non appena sedette sulla sponda di quella fonte si innamorò della propria immagine. Dapprima tentò di abbracciare e baciare il bel fanciullo che gli stava davanti, poi riconobbe se stesso e rimase ore a fissarsi nell’acqua. L’amore gli veniva al tempo stesso concesso e negato, egli si struggeva per il dolore e insieme godeva del suo tormento, ben sapendo che almeno non avrebbe tradito se stesso.
Narciso si trafisse il petto con una spada e dalla terra inzuppata di sangue nacque il narciso bianco dalla corolla rossa, da cui si distilla ora l’unguento balsamico di Cheronea (Per una descrizione più dettagliata del mito, si veda il terzo libro delle “Metamorfosi” di Ovidio).

 

Narciso preferisce ammirare se stesso arrivando a uccidersi, piuttosto che cedere alla pericolosità delle relazioni umane. Ed Eco non ha un destino migliore: vive costretta a rispecchiare i suoni altrui piuttosto che averne di propri. Fra i due personaggi esiste dunque una stretta corrispondenza: in latino l’eco si dice “imago vocis”, anche lei quindi è un riflesso, seppur di carattere acustico, tanto quanto Narciso è il simbolo di un riflesso di carattere visivo.
Eco incontra Narciso vicino a una fonte, dove egli adora la propria immagine riflessa nell’acqua. Anche gli antichi, con ogni probabilità, solevano specchiarsi sulle superfici d’acqua, ma la superficie liquida rifletteva un’immagine vaga e scomposta. Fu così che cominciarono a cercare superfici migliori, più lisce, che rimandassero la verità della loro condizione. Il ghiaccio poteva essere una soluzione: l’acqua ghiacciata, sebbene rimandasse una forma non ancora del tutto conforme alla realtà, permetteva di avere una visione più fissa e precisa di se stessi.
Dal ghiaccio al vetro il passo fu breve, fu sufficiente infatti coprire il fondo con una lastra di piombo perché il vetro svolgesse la sua funzione al meglio. E così lo specchio si diffuse, dapprima a Venezia, dove c’era un’alta produzione di vetro, e poi in tutto il mondo. La diffusione fu enorme, tanto che, al giorno d’oggi, in ogni casa ne troviamo almeno uno, e sentiamo il bisogno (chi più, chi meno) di ri-specchiarci. Abbiamo bisogno di farci continuamente un’idea di noi stessi e di come gli altri ci vedranno. Anche se, alla fine, gli occhi altrui coglieranno aspetti di noi che sfuggono comunque ai nostri occhi. Lo facciamo dunque per gli altri o per noi stessi, come Narciso?
Osservarci nello specchio, poco prima di uscire, ci permette di acquisire coscienza di noi stessi e in tal modo possiamo sapere quali parti mostrare e quali parti, invece, vorremo nascondere. E saperlo ci dà sicurezza, ci permette di pianificare i movimenti a seconda di come vorremo mostrarci. Lo specchio dunque diventa per noi veicolo di apprendimento su noi stessi.

I neuroni – specchio.
In tempi recenti, nel 1992, a opera di Gallese e Rizzolati, è stata fatta una scoperta sorprendente: all’interno del nostro cervello sono stati scoperti alcuni neuroni, definiti appunto “neuroni-specchio”, deputati all’immagazzinamento dei gesti che vediamo compiere, affinché si renda possibile per noi imitare i suddetti gesti, riproducendoli in maniera esatta. Questi neuroni si trovano nella corteccia motoria e si attivano nel momento in cui osserviamo compiersi un qualsiasi movimento; in questo modo è come se il cervello formasse una prima mappa motoria di esecuzione del gesto osservato. Questo tipo di neuroni è presente anche nel cervello delle scimmie e si pensa sia alla base dei processi di apprendimento del movimento.

Spesso durante la giornata ci ritroviamo a interrogare il nostro specchio cercando risposte dalla nostra immagine, un po’ come faceva la matrigna di Biancaneve. Questo fenomeno accade in ogni circostanza e, operando una trasposizione di significati, è un po’ come se utilizzassimo lo specchio per operare una prima valutazione su noi stessi e sul nostro lavoro, prima di incontrare critiche esterne. Vogliamo controllare che non ci siano “punti neri” o imperfezioni nel nostro modo di essere nel mondo diurno, per poter uscire sereni incontro alla nostra coscienza.
Ma il nostro specchio personale, proprio come quello di Biancaneve, ha un pensiero autonomo: esso ci risponde con la nostra voce e non si limita a una auto-osservazione oggettiva di noi stessi, ma ci conduce fino alla trappola del giudizio, quello che ci porta ad avere una visione distorta della realtà, così come accade nella fiaba della “Regina della Neve”. Illudendoci di avere un’opinione priva di pregiudizi, lo specchio si prende gioco di noi, portandoci a distogliere lo sguardo dalla realtà oggettiva e inserendo la propria valutazione soggettiva, che spesso si traduce in una critica spietata a noi stessi. Ma la critica è utile solamente quando è costruttiva: svalutandoci, finiremo per convincere anche gli altri della nostra incapacità.

Mostrarsi agli altri, prendere una forma, darsi una forma, con dei contorni e dei confini ben delineati. Essere “formale”, ossia riferirsi all’apparenza, al modo di mostrarsi nelle occasioni ufficiali. Ecco a cosa serve lo specchio: per crearsi un’immagine di sé, un’identità visiva, che si mostra attraverso la nostra pelle. La pelle, però, porta su di sé i segni della nostra esperienza, rimandandoci, come uno specchio, la vera forma del nostro essere e stare. Così, ad esempio, nei periodi di stress, si mostreranno segni sul volto che ci costringeranno a metterci di fronte a questa realtà. Se siamo malati, il pallore del volto, renderà palese la nostra essenza. Ecco perché diventa importante essere esteticamente “a posto”, poiché l’immagine che rimandiamo dovrebbe rispecchiare il nostro stato profondo, che è un po’ come quando si dice che “gli occhi sono lo specchio dell’anima”. E siccome tutti vorremmo dimostrare di essere persone con anime “candide”, ecco che diventa importante preferire la forma in opposizione alla de-formità, il formale contro l’in-formale, il piacere al dis-piacere.

La Regina della neve
Così nella “Regina delle Neve”, è proprio il diavolo in persona che costruisce lo specchio, così pericoloso per la nostra autostima, e lo rende capace di deformare ogni cosa, facendoci cadere nella paura di “non essere adeguati” rispetto al proprio gruppo di appartenenza o all’interno del proprio ambiente lavorativo, perché non appartenenti alle forme socialmente accettate:
Da qui nasce la ricerca della perfezione, della forma perfetta, come quella geometrica dei fiocchi di neve che cadono dal cielo sempre uguali, in quella loro forma esagonale e simmetrica. Senza difetti…
N.C. Andersen, nella fiaba, descrive questo processo: il piccolo protagonista, Kay, colpito dalla scheggia di vetro che deforma la visione della realtà, comincia a giudicare tutti negativamente. Egli cerca la perfezione che si trova solamente nei fiocchi di neve e nel ghiaccio, in cui le molecole d’acqua non sono più disperse ma unite in una forma precisa, cubica.
In questo rifiuto del difetto, Kay pian piano si isola dal mondo; il suo cuore si fa sempre più duro, di ghiaccio. Non per niente si usa l’espressione “rompere il ghiaccio” quando vogliamo interagire costruttivamente con qualcuno.

Ecco dunque che si verifica quella condizione di non-comunicazione, di isolamento dai rapporti umani, che ritroviamo anche nel concetto di “freezing” descritto da Bowlby: bambini con attaccamento disorganizzato si mostrano disorientati e congelati in ogni movimento. Anche la Fraiberg ha descritto questo fenomeno, facendolo rientrare tra i meccanismi di difesa più primitivi dell’uomo: di fronte a una situazione traumatica, che crea eccessiva angoscia nel bambino, quest’ultimo sceglie il “congelamento” o “freezing”, sceglie cioè, l’immobilità. Dunque Kay preferisce congelarsi, farsi portare via dalla Regina della neve, piuttosto che incorrere nell’imperfezione, nel dubbio, nell’errore. L’errore che diventerebbe orrore, vissuto come un ostacolo insormontabile.

Wilde descrive così questa condizione:
“Finora ignoravo cosa fosse il terrore: ormai lo so. E’ come se una mano di ghiaccio si posasse sul cuore. E’ come se il cuore palpitasse, fino a schiantarsi, in un vuoto abisso”.
Commettere errori, sbagliare, diventa una colpa enorme e un tormento per la coscienza.
E così, se per Herman Hesse “Taluni si credono perfetti perchè non chiedono molto a se stessi”, chi si vede sempre sbagliato sta proprio chiedendo troppo a se stesso o agli altri.
E’ opportuno dunque prefiggersi degli obiettivi realistici e plausibili per non incorrere in una continua insoddisfazione, che ci porterebbe a chiuderci in noi stessi cercando un “meglio” a cui si rischia di non arrivare, come essere alla ricerca di una “eternità” che non esiste.
Anche il piccolo Kay “non riusciva mai a comporre la parola che lui voleva: «eternità», e la Regina della neve gli aveva detto: ‘Se riuscirai a comporre quella parola, diventerai signore di te stesso, e io ti regalerò il mondo intero e un paio di pattini nuovi’”.
Ma diventare padroni di se stessi non è che un’illusione se condotta alla ricerca di una verità perfetta, di una vanità formale che non bada all’essenza.
Nella canzone di De Andrè “La ballata dell’amore cieco”, viene descritto “un uomo onesto, un uomo probo” che “si innamorò perdutamente di una che non lo amava niente”. La bella canzone di De Andrè descrive proprio la condizione di quest’uomo che sacrifica tutto per la vanità, fino a uccidersi, per poi arrivare a capire che alla fine di tutto “a lei niente era restato / non il suo amore, non il suo bene / ma solo il sangue secco delle sue vene”. La vanità crea dunque il paradosso per cui una persona ricerca la perfezione di sé, fino ad auto-distruggersi, per poi scoprire di non aver ottenuto niente da codesto sacrificio.

Carpe Diem
L’eternità sta racchiusa dentro un attimo, un po’ come il “Carpe Diem” di Orazio: l’attimo eterno in cui il tempo si dilata. La “Regina della Neve” ci parla di un’eternità non vissuta in termini di tempo, ma di intensità, la stessa con cui viviamo i singoli momenti; l’impegno “eterno” che mettiamo nel “qui e ora”, nell’accuratezza con cui badiamo al momento presente, senza farci opprimere dal pensiero di ciò che è stato o che dovrà essere.
Nella fiaba, questa scoperta avviene nel momento in cui la piccola protagonista, Gerda, arriva fino al castello della Regina della neve e scioglie con le proprie lacrime il cuore ghiacciato del ragazzino, creando il momento magico dell’incontro vissuto nella sua pienezza e totalità presente.
Kay si libererà del pezzetto di vetro che ha negli occhi solamente quando riuscirà a piangere, perché, come scrive Hesse: “Le lacrime sono il ghiaccio dell’anima che si scioglie”. Ecco che diventa inutile mantenere tensioni fisiche o emotive con l’idea di dover arrivare a essere “come ci vogliono”: nel momento in cui si accettano anche le proprie “debolezze”, i difetti e i limiti, allora avverrà la scoperta dell’“eterno”, quello descritto da William Blake:

Vedere un Mondo in un granello di sabbia,
E un Cielo in un fiore selvatico,
Tenere l’Infinito nel cavo della mano
E l’Eternità in un’ora.

Posto quindi che la responsabilità della nostra immagine è nelle nostre mani, o meglio, nei nostri occhi, ecco che ci servirà avere una precisa conoscenza del proprio limite affinché quest’ultimo non ponga ostacoli al nostro operato congelandoci in un’assenza d’azione, ma, al contrario, diventi spunto per un cambiamento. Conoscere i propri punti di debolezza può rendere possibile il miglioramento. Le valutazioni negative ci serviranno da insegnamento per le azioni future; come direbbe Jarabe de Palo nella sua canzone “…da che punto guardi il mondo tutto dipende.”
Anche nella fiaba di Andersen dentro la figlia della brigantessa, apparentemente rozza e cattiva, si cela un animo puro, guidato dagli istinti naturali; esso sarà l’unico personaggio che aiuterà la piccola Gerda a raggiungere il castello della Regina della neve. Gerda inizialmente ne ha paura: il primo istinto è quello di scappare di fronte a una creatura così brutta, così selvaggia; ma andando avanti nella storia ci si accorgerà di come sia facile sbagliarsi sia sul conto delle persone che su se stessi, basandosi semplicemente sull’immagine, quell’immagine rimandata proprio dallo specchio dei nostri occhi.
E’ possibile anche scegliere di non rischiare, sapendo però che le conseguenze di una scelta del genere porterebbero a una situazione di stallo, di malessere e insoddisfazione.
Non più pezzetti di vetro alla rinfusa, ma un unico, grande specchio, dove guardarsi per intero e vedere quel che dice Shakespeare: “Spesso dentro di noi si cela quel rimedio che noi ascriviamo al cielo”.

Clara Terranova

A coloro che fossero interessati a discutere criticamente il tema dei Neuroni specchio, consigliamo la lettura di:
Gregory Hickok, Il mito dei neuroni specchio, Torino, Bollati Boringhieri, 2014.
Il testo è disponibile, previo appuntamento, presso la sede dell’UVI

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