Francesca Bertani incontra Fulvio Scaparro

 

Per i genitori in guerra, fredda o calda che sia, tornare a comunicare può sembrare fantascienza, con gravi conseguenze sul benessere dei figli. In questi casi, un aiuto concreto può venire dal GeA, Associazione di promozione sociale senza fini di lucro che l’8 novembre, presso la Casa della Cultura di Milano, ha festeggiato trent’anni di impegno ‘’dalla parte dei bambini’’ (Unicef, 2011). Ne abbiamo parlato con il prof. Scaparro.

 

Prof. Scaparro, qual è l’obiettivo del Gea?

‘’L’obiettivo che ci ha guidato sin dall’inizio è la pacificazione delle relazioni familiari, un’opera titanica. Il nostro compito è sempre stato quello di proteggere i figli dalle guerre familiari, non dalla separazione, che non è necessariamente negativa, ma dalle guerre. Quando i genitori si sentono reciprocamente nemici, per i figli è una sofferenza e un danno senza pari. Mettere su famiglia non è una start up che se va va, ma un progetto a cui dare valore, un sogno. Chi si separa, resta con i cocci di questo sogno infranto e non riesce a perdonarlo all’altro. Questo non si può evitare, ma solo migliorare. Il nostro scopo è far ripartire un altro sogno, cioè la collaborazione dei genitori per il futuro dei figli. ’’

Uno degli strumenti per favorire la pacificazione dei conflitti è la mediazione familiare, un percorso di riorganizzazione delle relazioni familiari, autonomo dall’ambito giudiziario, che sostiene genitori e figli coinvolti in separazioni o divorzi garantendo il segreto professionale. GeA nasce nell’87 proprio per diffondere in Italia la conoscenza e la pratica della mediazione. Qual è allora il compito di un mediatore?

‘’Quello di facilitare la comunicazione tra i genitori. Facile da dire, ma difficilissimo. Provi a immaginare due persone che sono ostili al massimo, che magari hanno anche buoni motivi per esserlo. Noi non chiediamo né di perdonare né di dimenticare, ma semplicemente di guardare al futuro, visto che hanno figli. La famiglia va avanti al di là dei nostri errori. Quindi il mediatore non dà le indicazioni su quello che c’è da fare, ma aiuta i genitori a trovarle, prima di arrivare in tribunale. La nostra idea di mediazione è una capanna, un mediatore e due genitori. Quando cerchiamo di facilitare la ripresa della discussione tra due genitori, dobbiamo essere soli, farlo in punta di piedi, non in piazza. È una dimensione intima, profonda. Quello che c’è da fare è ritornare a parlare di tutti i temi che riguardano i conflitti che dividono i genitori, da quelli economici a quelli che riguardano l’assegnazione dei figli, le visite, tutte le difficoltà che si incontrano nella separazione. Sarebbero tutte difficoltà normali se non fossero ingigantite dall’ostilità bellica tra i genitori. I genitori da noi arrivano in guerra. Qualcuno riusciamo a farlo dialogare con l’altro, qualcuno no. La mediazione familiare non è una misura miracolosa, c’è da lavorare. ’’

 

Su quali argomenti è davvero possibile raggiungere un accordo prima di arrivare in tribunale?

‘’Nessun argomento, neanche la data dell’incontro, se uno è in guerra. Finché non capisco qual è la mia convenienza personale nel scegliere una via di accordo e di compromesso piuttosto che la guerra, non mi muovo. La questione è, continuando così, quali sono gli svantaggi e quali sono i vantaggi. Se io penso alla vittoria sull’altro, alla sconfitta dell’altro, la situazione è pericolosissima perché la vittoria è a breve termine, a lungo termine la famiglia non ci guadagna. Guadagna solo da un accordo. Gli accordi sono quelli che durano. ’’

 

Ultimamente si parla molto di sindrome da alienazione parentale (PAS), un disturbo che insorgerebbe nei bambini quando uno dei genitori rivolta i figli contro l’altro, montando una campagna denigratoria ingiustificata…

‘’Adesso se ne parla, ma c’è sempre stata. Penso che da quando c’è la famiglia, c’è l’utilizzo dei figli a fini bellici. È il frutto della guerra. Il bambino ha bisogno come l’aria della pace tra i due genitori, questo da quando è concepito, non da quando è nato. Nel senso che sa – perché appartiene a una specie che ha bisogno di adulti per sopravvivere – che se gli adulti si ammazzano tra di loro, lui non sopravvive. Questo è nella storia della nostra specie. Quindi è allarmato dalle guerre tra genitori. Poi da grande si può raccontare delle storie per superarlo, oppure fare delle scelte, però in linea di massima questa è una delle minacce più clamorose che ci sono. ’’

 

Chi può rivolgersi al GeA per un supporto?

‘’Chiunque. I genitori direttamente, oppure attraverso i loro avvocati o il consiglio dei giudici, che può chiedere, ma non ordinare, che le persone facciano una mediazione prima di arrivare da lui. Di solito arriva uno dei due genitori e noi chiediamo di coinvolgere anche l’altro. ’’

Che messaggio possiamo lanciare ai genitori in guerra?

‘’C’è una lettera che ha mandato un genitore, che dice: guardateli in faccia, quando litigate di brutto

.Per quale motivo i vostri figli dovrebbero spaventarsi? Riescono a distinguere tra un conflitto familiare normale e la guerra. Seguiteli da vicino. Mettetevi nei loro panni. Non ricorderete senz’altro di quando avevate un anno, ma di quando ne avevate cinque o sei forse sì. Quello che non piaceva a voi allora, non piace neanche a loro nel 2017.’’

 

Per informazioni:

Associazione GeA – Genitori Ancora

Viale Monte Santo 1/3, Milano

tel. 02 29004757

mail: assogea@associazionegea.it

www.associazionegea.it

 

 

Un pensiero su “Francesca Bertani incontra Fulvio Scaparro

  1. UVI non si occupa di mediazione famigliare ma anche UVI “è dalla parte dei bambini”, Nell’intervista si incontrano poi numerosi passaggi per noi rilevanti. Come per esempio: 1. la “pacificazione delle relazioni” riguarda, nel nostro caso, il tentativo di pacificare le relazioni nella grande famiglia delle scuole e dei quartieri. Quando parliamo di “comunità educante” , in fondo, parliamo di “metter pace” e far terminare la guerra tra modelli culturali diversi. 2. Incontriamo quasi tutti i giorni “sogni infranti”. Il nostro sforzo è quello di favorirne di nuovi, considerando che alla base di ogni motivazione umana vi è sempre e necessariamente un sogno. Motivare ad essere cittadini del mondo, e di un mondo migliore dell’attuale, rientra nella nostra missione associativa.3. Capita alle volte di incontrare una specie di ostilità, sia tra le persone che tra alcuni sottoinsiemi istituzionali (si pensi alla dimensione politica).Noi operiamo per favorire la comunicazione tra persone ostili. 4.Anche per noi la metafora della capanna ha un suo intimo significato. Si potrebbe immaginare il Volontario come un Mediatore sensibile e pronto a cogliere i (micro)segnali del disagio che il più delle volte viene vissuto dai nostri più giovani compagni di viaggio. E pronto a riportare sotto la “capanna della vita” gli attori che di volta in volta incontriamo: genitori, insegnanti, figli e bambini. 5. Siamo anche noi del tutto consapevoli che “il bambino ha bisogno di pace”, come del resto ognuno di noi. Chissà che lo “scambiarsi un segno di pace” – credenti o meno che si sia – non possa diventare un nostro, specifico modus operandi associativo e concreto.

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