QUANDO, CON CAPARBIETÀ, GLI UOMINI VANNO INCONTRO AL DISASTRO. CI SALVA – FORSE – L’AVERNE PAURA? NE DISCORRE LUCA BENVENUTO.

Paura/-piuttosto-del mio non aver paura, /io, perso nella foresta”.

E ancora: “L’ultima mia proposta è questa:/se volete trovarvi, /perdetevi nella foresta”. Si tratta del consiglio e dell’indicazione operativa offerta da Giorgio Caproni. La domanda radicale che pone l’articolo riguarda, tra l’altro, la necessità di conoscere se stessi, il che ricorda come essenziale sia, al riguardo, perdersi e lasciarsi andare nella foresta impenetrabile dei propri pensieri e delle proprie emozioni.

***

La paura è un’emozione insita nel genere umano. La paura ci mette in condizione di poter reagire davanti ad un imprevisto, per cui ha un ruolo positivo, in quanto ci permette di sopravvivere, ma la paura può farci accettare e subire i comportamenti di altri o addirittura ci induce ad assumere atteggiamenti di sopraffazione sull’altro. 

Interi popoli nella storia si sono fronteggiati e hanno combattuto tra loro per stabilire la loro supremazia per diverse cause politiche, sociali, economiche, acquisizione di territori, di manodopera a costo minimo, di fonti di energia, per la bramosia di potere o dei suoi simboli. Tutto questo può nascondere al di là di ciò che dice Freud, circa l’esistenza di una pulsione distruttiva presente nell’uomo, la difficoltà a conoscere il proprio sé e la paura che questo comporta.

La paura di essere sopraffatti da qualcosa che può accadere, può spingerci a comportamenti irrazionali. Per gli uomini è naturale contrastarsi e combattersi reciprocamente, è nella natura dell’uomo l’aspirazione a difendersi, a proteggersi, a cercare sicurezze o a non perdere le sicurezze acquisite.

Ma perché l’umanità è incline a risolvere i problemi dei singoli e delle popolazioni attraverso la distruttività e la guerra?

Sia per Freud che per Lorenz l’uomo è incline alla distruttività e alla guerra perché spinto da pulsioni istintuali; secondo De Marchi, l’uomo è affetto da uno «shock primario inconscio» dato dalla presa di coscienza del proprio destino di morte; secondo Fromm sono gli orientamenti socio-politico-culturali che certe popolazioni umane hanno imboccato per la difficile ricerca di come vivere. Una recente teoria (Ruffin) prende in considerazione l’apporto genetico: è stato scoperto da diversi ricercatori universitari un gene che porterebbe molti uomini ad essere egoisti e quindi dimentichi di esser membri di una comunità e che solo nel benessere di tutti, può veramente realizzarsi il proprio.

L’uomo pur avendo raggiunto alte vette di conoscenza sul mondo della natura non ha rivolto lo stesso interesse nel conoscere il proprio sé. Gli uomini si inebriano di potere e di entusiasmo quando riescono a soggiogare la natura, quando inventano macchine sempre più mostruose, orgogliosamente si vantano di dominare tutto e tutti, costruiscono strumenti di morte, ma in realtà non conoscono il loro sé interiore e si lasciano fuorviare da tutto ciò che è esterno perché vedono  solo  l’esteriorità delle cose. In effetti solo così possiamo spiegarci il perché delle scelte che fanno gli uomini che rimangono vittime delle loro stesse scelte e che con ostinazione e caparbietà vanno verso il disastro, non capendo che l’uomo non ha ancora imparato a controllare la propria intima natura e che alla fine si deve fare i conti con se stessi, con il proprio mondo interiore nel quale si nascondono dubbi, incertezze, angosce, incubi sui quali comanda il nostro io nascosto. In uno scrittoSanare la frattura”, Carl Gustav Jungdice: “In un’epoca in cui tutte le energie disponibili vengono riversate nell’indagine della natura, si presta pochissima attenzione all’essenza dell’uomo “. Questo stato di cose potrebbe continuare all’infinito, perché nessuno riesce a trovarvi rimedio.

Non solo l’Apocalisse di Giovanni, ma anche tutte le ipotesi apocalittiche dei vari pensatori che si sono succeduti, ci fanno sperare credere che un “qualcosa “intervenga per porre fine a questo stato di cose, una forza universale sovrumana, che abbia la capacità di ristabilire l’ordine delle cose sul caos. Secondo l’esegeta francese Paul Beauchamp “La letteratura apocalittica nasce per aiutare a sopportare l’insopportabile“. Nasce cioè in momenti di estrema crisi di paura per portare un messaggio di speranza: anche se il male sembra prevalere, bisogna aver fiducia nella vittoria finale del Bene. E in ogni caso la stessa paura che proviamo per qualcosa che potrebbe accadere in futuro è sempre scomoda. E qui troviamo una delle contraddizioni della paura stessa: dovrebbe funzionare per impedirci il disagio, eppure è essa stessa disagio. Poiché la paura si basa su qualcosa che pensiamo possa accadere in futuro, è chiaramente un processo mentale che cerca di predire il futuro: in questo senso, la ragione della paura è una proiezione della nostra mente.
La razionalità della coscienza potrà darci una soluzione?  Non credo, che finora abbia funzionato. La soluzione potrebbe essere trovata nella conoscenza del proprio sé interiore e nella ricerca del significato della vita e dell’essenza della vita stessa? Una maggiore stima verso l’anima umana, il superamento dell’avversione che l’uomo ha di poterne saper più di sé stesso, il credere fermamente allo sviluppo e al proprio miglioramento interiore, non nasconde in realtà la paura di sé? [1]

LUCA BENVENUTO


[1] https://www.acronico.it/2008/07/19/luomo-ha-paura-di-se/

2 Replies to “QUANDO, CON CAPARBIETÀ, GLI UOMINI VANNO INCONTRO AL DISASTRO. CI SALVA – FORSE – L’AVERNE PAURA? NE DISCORRE LUCA BENVENUTO.”

  1. Spero che qualcuno si sia chiesto perché negli animali questi nostri difetti non ci sono. Scoprirlo, imparare da loro, potrebbe essere utile

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