BRUNO MUNARI E IL MONDO DEL VOLONTARIATO: SPUNTI DI RIFLESSIONE E SUGGERIMENTI. IL CONTRIBUTO DI LUCA BENVENUTO.

Come suggerito da Silvio ho voluto provare ad applicare il modello Munari alla mia esperienza da soccorritore volontario ed in particolare ad un servizio prestato in un turno notturno in ambulanza, di cui ho ancora un gran ricordo.

L’applicazione del metodo al caso concreto mi ha permesso di effettuare una considerazione in merito alla serie di step di Munari, mi riferisco alle prime fasi, relative alla definizione del problema e ad una sua corretta individuazione. Ho avuto l’impressione che molto spesso quando si parla di problema ci si fionda immediatamente alla ricerca di una soluzione, ma in casi come quello che andrò a spiegare, molto spesso la fase più delicata e difficile si affronta all’inizio, ovvero nel rispondere alla domanda:” Qual è il problema?”.

Può capitare che il problema che si pensa di avere in realtà, come Munari giustamente indica, potrebbe non esserlo, può accadere che il reale problema si nasconda e anche molto bene. Riflettendo anche su altre situazioni di aiuto, mi viene da pensare che questo errore di valutazione e individuazione non sia purtroppo così raro.

Questo fenomeno, penso avvenga in quanto nel mondo del volontariato molto spesso il focus è sul paziente, il bimbo da aiutare nei compiti o il senzatetto da servire alla mensa. In questi casi, quando si parla di problema si mantiene la lente di ingrandimento sugli utilizzatori finali e poco sulle conseguenze indirette su chi l’aiuto lo presta. Vorrei condividere la mia esperienza in merito, ho ovviamente modificato alcuni particolari e omesso dei dettagli, ma ho mantenuto il senso generale.

Turno notturno, siamo in sede e sono le 5 del mattino, manca poco all’arrivo del cambio squadra per iniziare il turno diurno. Come al solito arriva un servizio, tipicamente a quest’ora sono i meno gravi, la centrale lascia scorrere a fine turno le situazioni meno urgenti dando priorità a codici rossi e gialli. La centrale operativa comunica: codice giallo, uomo, anziano, oncologico, con problemi respiratori. Ci fiondiamo di corsa in ambulanza e ci prepariamo ad intervenire. Il computer sul cruscotto dell’ambulanza conferma quanto comunicato dalla centrale, uomo anziano oncologico con problemi respiratori, nient’altro. Arriviamo sul posto e ci accoglie un conoscente che ci comunica che oramai l’anziano non è più tra noi. Iniziamo il protocollo di rianimazione, ma oramai è effettivamente troppo tardi, il signore è oramai così da qualche ora. Dal momento della chiamata al nostro arrivo sul posto sono passati poco più di 4 minuti. Un tempo più che sufficiente per arrivare sul posto e prestare il primo soccorso.

Casi simili purtroppo capitano: molto spesso il parente chiama in ritardo, si spiega male, oppure molte persone vivono da sole anche se non dovrebbero visto le condizioni in cui si trovano.

Ad un primo sguardo, il problema da dover affrontare potrebbe sembrare il soccorso in ritardo. In realtà non è questo, o almeno non solo questo. I tempi di uscita data la distanza dall’abitazione dell’anziano sono stati bassissimi. Ad un’occhiata più approfondita, i problemi da risolvere allora potrebbero essere:

  • la cattiva comunicazione che a volte avviene tra la centrale operativa e i pazienti
  • gli errori nella valutazione dei codici durante il triage telefonico
  • la solitudine in cui molto spesso gli anziani vengono lasciati

Sono tutti problemi che a cascata andrebbero risolti e che permetterebbero, forse, di evitare nuovamente casi simili. Tutte queste evidenze sebbene derivino da una riflessione che non si ferma solo ad un’osservazione superficiale dell’evento, si focalizzano solamente sulla cura del paziente, tralasciando la figura del soccorritore. Se volessimo allora, ancora una volta scavare più in profondità, e prestarci ad una riflessione ulteriore, ci renderemmo conto che tralasciare i problemi del volontario può essere deleterio tanto quanto o forse ancor più che tralasciare i problemi del paziente. Non possiamo quindi correre il rischio di considerare il volontario come un semplice strumento di ferro immune ai problemi, pronto ad applicare il protocollo in maniera fredda e distaccata. Dobbiamo ricordarci che in assenza del volontario, manca il mezzo con cui i servizi di aiuto possono essere erogati.

Tornando al caso concreto, il reale problema da affrontare riguardava i soccorritori, non il paziente ed era “la sensazione di non aver fatto abbastanza”.

Se non trattata adeguatamente, questa sensazione può svilupparsi come una cancrena, pervadere non solo l’umore della squadra durante il turno, ma l’attività stessa del volontario. Poiché casi simili sono molto frequenti se non bene trattati, potrebbero minare l’attività del soccorso stesso, e quindi ci si troverebbe privi di quegli strumenti di metallo che in realtà sono molto più teneri di quanto l’apparenza faccia credere.

È chiaro che questo fenomeno si verifica solo in alcuni casi di volontariato e in alcune personalità. È altrettanto chiaro come in questo caso, per definire ed individuare correttamente il problema erano necessarie una gran dose di empatia e una notevole capacità di lateral thinking.

Nelle relazioni di aiuto ci si focalizza sul paziente e sul suo problema, in casi come questo purtroppo il problema forse non sussisteva nemmeno. A prescindere da errori nella comunicazione o nella gestione delle priorità, il signore oncologico oramai parecchio in là con gli anni, probabilmente, anche con la comunicazione più efficiente ed il soccorso immediato non sarebbe sopravvissuto. Il reale problema era gestire la squadra di soccorso che fino all’ultimo andava convinta che in realtà si era fatto tutto il possibile per aiutare. Non individuare correttamente il problema poteva creare una rottura all’interno della squadra e una potenziale compromissione dei turni successivi.

Il problema è stato individuato e risolto solo grazie ad un team di lavoro interno all’associazione che si occupa e si attiva nei casi di servizi difficili. È un gruppo capitanato da uno psicologo con il supporto eventualmente di uno psichiatra ma soprattutto costituito da altri soccorritori che come noi si sono trovati mille altre volte in casi simili. La soluzione è venuta dal confronto con gli altri. Il rischio molto grosso derivava dall’isolamento dei singoli soccorritori la cui solitudine alimentava incessanti loop mentali, che avevano come tema principale il senso di colpa nel non aver fatto abbastanza. In tali loop avviene un continuo lavorio mentale dove ad un focus su ipotesi negative (es. “ci ho messo tanto a prepararmi”, “avremmo potuto scegliere una strada più rapida” …) si affiancano continue disconferme di ipotesi positive (es. “è vero che ci abbiamo messo 4 minuti ad arrivare, ma non sono 2 minuti”, “è vero che la comunicazione della centrale era errata ma io potevo immaginarlo” …). Per esperienza posso dire che la soluzione in questi casi deriva dal confronto col gruppo e casi simili, questo aiuta sia a distogliere lo sguardo dal proprio caso concreto ed allontanarsi da questi loop mentali simil ossessivi, sia a sentirsi meno soli portando l’attenzione non sull’attività del singolo ma sul gruppo.

Questo caso spiega a mio parere chiaramente come nell’associazione di volontariato questi problemi vadano affrontati seguendo una serie di step al pari di quanto indica Munari:

  • Quando parliamo di individuazione del problema, dei dati e delle sue componenti, nel nostro caso, si parla del senso di colpa del volontario;
  • Quando si parla di analisi, ci si riferisce allo studio da parte del team psicologico dei servizi più difficili e di come sono stati affrontati dalla squadra. Grazie a loro, a varie interviste ed incontri si è riusciti a far emergere una sofferenza interiore di alcuni volontari;
  • La creazione di questo team psicologico e delle lunghe sessioni di formazione a cui i volontari devono obbligatoriamente sottoporsi, sono il frutto di un lavoro creativo di ricerca di idee e di materiali provenienti da anni di esperienze simili che si sono sedimentate nella cultura dell’associazione;
  • La sperimentazione di questo metodo di approccio al problema è continua in quanto casi simili sono purtroppo frequenti;
  • La verifica dei risultati dell’intervento, che viene fatta da parte dello stesso team a distanza di tempo permette di valutarne l’efficacia della soluzione trovata e la creazione di modelli di riferimento utilizzabili nei casi successivi;

Posso quindi affermare che nella soluzione di questo problema il modello di Munari trova un’efficace applicazione. Vorrei solo aggiungere agli step molto chiari, un particolare accento sulla corretta individuazione del problema.

Tornando al ricordo del servizio che ho scelto per provare ad applicare questo metodo, posso certamente dire che se non fosse stato definito e affrontato in questo modo sicuramente non avrei un ricordo di quell’evento come molto intenso certo, ma un buon ricordo, ma lo avrei associato ad una esperienza spiacevole o peggio lo avrei rimosso.

LUCA BENVENUTO

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