DAL PUNTO DI VISTA DI GALIMBERTI AL PUNTO DI VISTA DI VALENTINA

Parole come lame, oculatamente provocatorie, per smuovere le coscienze. Così mi arrivano le argomentazioni proposte da Galimberti in questo suo ragionamento sulla scuola. E così colgo la sua provocazione e amplio il suo ragionamento con le riflessioni che dentro di me ne sono scaturite.

Sarebbe interessante confrontarsi punto per punto e avviare un dibattito costruttivo, che sia finalizzato ad una co-costruzione di un nuovo, parzialmente diverso, sistema scolastico-educativo. Insomma, uno di quei dibattiti che fanno poca audience perché troppo concentrati sul trovare soluzioni e troppo poco interessati a creare conflitti. Qui mi fermo e lascio che sia la fantasia di ciascuno a varcare questa soglia.

Mentre i pensieri si rincorrono, affiora un sorriso a queste parole: test di personalità per i professori. Non si discosta di molto da un progetto fantasticato ai tempi dell’Università.

Alcuni insegnanti non sembrano proprio tagliati per quel mestiere. Eppure lo fanno. Perché? Forse varrebbe la pena indagare le motivazioni che portano un insegnante a scegliere quella carriera. E non sono coloro che scelgono questa strada per soldi (che poi, si guadagna davvero bene?) o per stabilità (nel Pubblico ci si sistema per la vita) o ancora per comodità (chi altri può vantare due mesi pieni di vacanze estive, 15 giorni a Natale e una settimana a Pasqua?) a preoccuparmi, bensì coloro che hanno scelto di fare l’insegnante per dimostrare (a chi?) di essere capaci, intelligenti, colti. Più capaci, intelligenti e colti di tutti gli altri. Ma mettiamoci un momento nella loro prospettiva: hanno bisogno di un titolo e di un ruolo per sentirsi accettabili ai loro stessi occhi. Non sono dei mostri che provano piacere a vedere gli studenti che sputano sangue sui libri per essere sufficientemente all’altezza, sono persone che si autoflagellano perché non si sentono mai abbastanza. Sono loro che, con la loro fragilità, rischiano di portare gli studenti ad un disinnamoramento dell’arte dell’apprendimento.

Gli insegnanti per convenienza forse non appassionano. Gli insegnanti per rivalsa talvolta danneggiano. E questo va ben oltre la capacità di comunicare, l’essere carismatici e il saper trascinare. Io ho apprezzato molto un mio vecchio professore molto rigido, direttivo e depresso che, tuttavia, amava molto la sua materia e ha trasmesso teneramente (a chi sapeva coglierlo, non dimentichiamo che la comunicazione dipende dal ricevente tanto quanto dall’emittente) questo amore. E non mi sono mai appassionata a materie che non sentivo nelle mie corde, benché insegnate da professori più frizzanti (prendendomi anche il debito che mi spettava). E di quegli insegnanti per rivalsa cosa ce ne facciamo? Impediamo loro di insegnare? O forse si potrebbero aiutare a vedere le proprie qualità, ad apprezzarsi e a riconoscersi all’altezza. Allora sì, che avremo insegnanti carismatici e studenti stimolati. Stimolati anche a riconoscere di se stessi forze e debolezze. Perché la magia di un insegnante che prima non credeva in sé e poi ha compreso, attraverso la riflessione, che cosa si celava dietro alle apparenze è trasmettere ai discenti la medesima consapevolezza. Insegnare loro, anche attraverso la didattica, ad accettarsi come si è.

Galimberti dice: “Uno che ha cinquant’anni non capisce più i ragazzi di sedici anni. Una volta le generazioni erano uguali l’una all’altra. Adesso sono tutte diverse”.

Mi domando in quale epoca i figli siano stati veramente uguali ai padri. Il cambiamento è il motore del progresso (talvolta dell’involuzione) e sono le nuove generazioni a spingere in questa direzione. I cinquantenni di oggi sono depositari di un’epoca che mai più tornerà. Sono il prodotto di un microcosmo e di un macrocosmo che sono esistiti solo lì e allora. E sono stati ragazzi. Forse sono stati non capiti così come loro faticano oggi a capire (o accettare?) i nuovi stimoli che provengono da menti più fresche e flessibili.

Non è l’età che frena la complicità tra un insegnante e gli studenti ma l’assenza di un dialogo aperto e reciproco. Insegnante e studente dovrebbero costituire le rotaie di uno stesso binario. L’obiettivo è il medesimo: nutrire la mente. E perché un binario possa svolgere la sua funzione di condurre verso la meta è necessario che le rotaie siano allineate.

Parlarsi, confrontarsi, prendere decisioni comuni. Questo rivoluzionerebbe davvero la scuola: la co-costruzione della stessa da parte dei sapienti e dei discenti.

“…alcuni professori sono l’ “imago mortis”: quando entrano in classe, deprimono e demotivano i ragazzi. E quando hai demotivato un ragazzo, lo hai avviato sulla strada della depressione […]. Come mai la scuola li induce al suicidio? E’ la qualità dei professori.”

In merito a questo punto, vorrei fare un passo indietro: perché un ragazzo dovrebbe essere tanto sensibile alla demotivazione scolastica da doversi suicidare? La depressione, porre fine alla propria vita sono tematiche molto serie e con radici molto profonde. È svalutante stringere il campo motivazionale alla scarsa capacità di alcuni professori di trasmettere vitalità. I ragazzi vivono molte ore a scuola, alcune di serenità e divertimento, altre di angoscia, altre ancora di delusione, spesso di frustrazione. E questo può diventare talvolta un (inconsapevole) alibi per nascondere dolori più profondi e radicati che niente hanno a che fare con l’immagine di sé come studente.

Proviamo a ribaltare il punto di vista: grandi onori a tutti quegli insegnanti che, vedendo la sofferenza e le difficoltà dei loro allievi, credono in loro e li spronano a dare il meglio per raggiungere grandi soddisfazioni. Non sono una fiaba raccontata ai bambini con la buonanotte, sono persone reali capaci di cogliere ed empatizzare e che decidono di valorizzare pienamente il loro ruolo di educatori facendo emergere le qualità dei ragazzi.

A cosa serve accusare gli insegnanti di colpe che non hanno? Non attribuiamo loro responsabilità che vanno ben oltre il loro ruolo. Non dimentichiamo che anche loro hanno una storia personale, qualcuno potrebbe non aver mai sviluppato quella sensibilità necessaria, eppure essere un trascinatore di masse o avere altre utili qualità.

Il superuomo è un’utopia e il superinsegnante forse un nuovo personaggio della Marvel. Ma poi pensiamoci bene: un mondo di tutti insegnanti perfetti che formano generazioni di ragazzi perfetti. Quanta creatività perderemmo! Forse è più utile insegnare agli insegnanti e attraverso di loro ai nostri ragazzi (là dove non arrivano le famiglie) dialogo, reciproco rispetto e cooperazione. Così ognuno continuerà ad essere libero di pensare con la propria testa (o inizierà a farlo) e coltiverà la capacità di trovare, collaborando, soluzioni creative e alternative. Ma, forse, questa altro non è che la trama del prossimo cartone animato della Disney. Ai posteri l’ardua sentenza.

VALENTINA GESSA

One Reply to “DAL PUNTO DI VISTA DI GALIMBERTI AL PUNTO DI VISTA DI VALENTINA”

  1. Socrate ed Esiodo facevano esattamente le stesse critiche parlando dei giovani del loro tempo.
    Quindi direi che non è cambiato proprio nulla rispetto ai passaggi generazionali se non le modalità in cui viviamo è sperimentiamo le emozioni.
    Condivido Valentina nei suoi pensieri molto lucidi ed equilibrati

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