L’ULTIMA LETTERA DA UNA RESIDENZA SANITARIA ASSISTENZIALE. Una viva testimonianza che, facendo male, educa le coscienze.

La lettera che segue è stata pubblicata dal quotidiano on line “In Terris, La voce degli ultimi”, mercoledì 22 aprile 2020.
La proponiamo nella sua versione integrale nella speranza che venga trovato il tempo non solo di leggerla ma che sia anche occasione per riflettere (e indignarsi). Quel che è stato è stato e tant’è. Coloro che svolgono un lavoro che non dovrebbero svolgere – come annota l’anonimo testimone – continueranno a far del male. Ecco tuttavia il punto: educare i bambini al rispetto, diffondere la cultura dell’ascolto vivo e partecipato in modo che la memoria non venga cestinata e con essa non vengano mortificati coloro che di questa memoria sono i custodi. L’invito ai genitori e agli educatori di qualsiasi ordine e grado riguarda l’impegno costante perché tra i propri allievi e più giovani compagni di viaggio, nessuno, ma proprio nessuno, venga a trovarsi nella condizione disperata e disperante così lucidamente descritta in questa dolorosa e drammatica testimonianza.
***
«Su questo letto senza cuore scelgo di scrivervi, cari miei figli e nipoti (l’ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla). Comprendo di non aver più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età, Elisa mia cara. E’ l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso m da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi, uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella “prigione”. In questi mesi mi è mancato l’odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano e sentirsi voluti bene e voi me ne avete voluto coì tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme.
In 85 anni ne ho viste così tante e come dimenticare la miseria dell’infanzia, le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta ad ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. E poi, il giorno della laurea e della mia prima arringa in tribunale.
Quanti “grazie” dovrei dire, un’infinità a mia moglie per avermi sopportato, a voi figli per avermi sempre perdonato, ai miei nipoti per il vostro amore incondizionato. Gli amici, pochi quelli veri, si possono contare su una mano sola, come dice la Bibbia e che dire, anche il parroco, lo devo ringraziare per avermi dato l’assoluzione dei miei peccati e per le belle parole espresse al funerale di mia moglie.
Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno una cosa ai miei nipoti e mgari a tutti quelli del mondo. Non è stata vostra madre a portarmi qui ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualsiasi funzione. Certo, non potevo immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente tutto pulito e in odine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera. In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi? Una volta quell’uomo delle pulizie mi disse all’orecchio: “Sai perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto violento era suo padre; una così cin quali occhi può guardare un uomo?” Che Dio abbia pietà di lei. Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto tanto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglo aggiungere altro perché non cerco vendetta. Ma vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le RSA, le “prigioni” dorate e quindi, sì, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito. Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso.
Questo coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco. L’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di uomo, di persona per bene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa.
Sai, Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla, vi prego. Non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del coronavirus c’è un’altra cosa ancora più grave che uccide: l’assenza del benché minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale.
E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinché si risveglino, cambino rotta, prima che venga a loro ciò che è stato fatto a noi».
*

7 Replies to “L’ULTIMA LETTERA DA UNA RESIDENZA SANITARIA ASSISTENZIALE. Una viva testimonianza che, facendo male, educa le coscienze.”

  1. Vivo di riflesso la situazione nella quale lavorano le assistenti in una casa diriposo.
    Molto dipende da chi la gestisce e con quale scopo.
    Il personale è comunque scarso rispetto al bisogno specialmente di nottte. Il trattamento coi malati dipende dalla sensibilità umana delle singole persone. Comunque la delicatezza degli iniizzi cala con lo stres che si accumula per il lavoro estenuante ricchiesto.
    Non sempre il tipo di rapporto è legato a problemi personali.
    La strttura stessa è disumana, benchè
    Ci si sforzi di mantenere attivi gli ospiti.
    Bisogna concepire case famiglia di poche persone con una minima privasi e personale ccon una vocazione per questo impegno. Ho fatto una esperiennza spendida di questo tipo.
    Grazie per la testimonianza.
    Lina
    E

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    1. Grazie per la messa a fuoco e la descrizione puntuale di una realtà complessa e delicata dove i deficit organizzativi, lo stress indotto, la scarsità di personale, l’inumanità strutturale delle case cosiddette “di riposo” (non di tutte, naturalmente) dovrebbero venirsi a costituire nel futuro prossimo come criticità da superare e rimuovere. Le scelte politiche saranno al riguardo dirimenti. Per esempio, la costituzione delle case famiglia cui fa riferimento potrebbe essere già un buon passo in avanti.

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