E SE AL SUO POSTO CI FOSSI IO? (“La scuola è un errore umano”, sostiene un gruppo di alunni)

Ho sempre sostenuto che se tutto il mondo fosse come i bambini, sarebbe un mondo migliore.
È pur vero, però, che i bambini sono lo specchio del loro ambiente, dei luoghi in cui crescono, delle persone che caratterizzano la loro quotidianità. Allora mi chiedo: come si può solo pensare che i bambini siano tutti uguali? O che vi possa essere una programmazione, un percorso, uguale per tutti? Per poter impostare la scuola in maniera del tutto diversa da ciò che oggi è, sarebbe necessario iniziare ad eliminare l’idea del bambino come “scatola da riempire”.
Avete presente una fiamma? Una di quelle alte, vive, in quei bellissimi falò estivi? Preferisco immaginare ogni bambino come una fiamma, che viene alimentata per diventare sempre più alta. Oggi, però, gli adulti che dovrebbero essere punti di riferimento per questi bambini, insegnanti in primis, rappresentano spesso l’acqua che spegne queste fiamme, impedendogli di crescere e a volte portandoli addirittura a rinchiudersi in un mondo parallelo.
Perché oggi nelle scuole vi è una netta separazione tra bambini “normali” e bambini “con il sostegno”? Forse perché quel foglio che viene detto “certifica” altro non è che una copertura, per tutti quegli insegnanti che vedono l’assegnazione di un sostegno come una salvezza, come la presenza di una giustificazione ad ogni cosa che quel bambino un po’ “diverso” non farà o non saprà fare. Ma non saprà fare perché? Forse perché manca quella pazienza necessaria a trovare il metodo più adatto? Forse perché avere i propri modi e i propri tempi non dovrebbe essere considerato un problema?
Sono da poco specializzata in quella che una volta veniva definita “Psicologia infantile”, ma nel mio piccolo credo di poter dire che i requisiti per diventare insegnante prima ancora che una laurea in Scienze della formazione o i concorsi, dovrebbero essere attestati di umanità, diplomi di empatia, quella sconosciuta.
Allora oggi proporrei un “corso” su quest’importante capacità, l’empatia, un corso dove però il finale non sarebbe un foglio nero su bianco che poi va a finire in una libreria e dimenticato, ma una valutazione del proprio lavoro per un’eventuale riconferma nell’anno successivo. Un corso non basato su lezioni frontali dove bisogna imparare a memoria la definizione semplice di “mettersi nei panni degli altri” o quella più lunga che spesso viene riportata nei manuali di psicologia “con l’ascolto empatico ci si mette nei panni dell’altro, ci si pone dal suo punto di vista, si entra nella sua visione della realtà, non in modo analitico ma intuitivo, diretto, immediato, la totalità e l’essenzialità del suo esserci”.
Un corso dove non ci sono delle ore fisse, degli argomenti prestabiliti, ma dove il protagonista a turno diventa l’allievo che però, in questo caso, è l’adulto. Perché poi, in fondo, dove è scritto che solo i bambini debbano o possano imparare? Dove è scritto che solo i più piccoli possano imparare dai più grandi e non anche il contrario?
Allora si potrebbe iniziare andando a ricercare ciò che ogni adulto non sa fare, o almeno ciò in cui ogni adulto presenta difficoltà, e far sperimentare la sensazione di impotenza di fronte a un gruppo che invece è capace. Tutto ciò fino ad arrivare a ciò che invece ogni persona sa fare, nella sua specialità, nel suo essere non diverso ma originale, e potenziarlo ogni giorno.
Si dovrebbero senz’altro trovare i modi, i tempi e gli strumenti, ma niente a parer mio può insegnare quanto l’esperienza sulla propria pelle.
Perché, in fondo, la vita è una lunga esperienza dove la formula non servirà o servirà comunque poco, le date passeranno in secondo piano e si dovrà invece entrare continuamente a contatto con l’altro, che con noi potrà avere in comune anche solo caratteristiche anagrafiche come il sesso o la nazionalità, e a volte nemmeno quelle, e che soprattutto ha sempre alle spalle un vissuto che non conosciamo, quindi ascoltare, comprendere e soprattutto, empatizzare, prima di giudicare!
CRISTINA FRATTO

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