NULLA SI SA, TUTTO SI IMMAGINA

“Nulla si sa, tutto si immagina” è quanto soleva dire Federico Fellini alla sua nipotina di sei anni, Francesca. E’ lei stessa a raccontarlo sabato 18 gennaio, invitata a “Le parole della settimana”, trasmissione condotta da Massino Gramellini su RAI3, in prima serata.
Possiamo intendere l’immaginazione come la capacità di rappresentare ciò che è assente. Si tratta dell’avvio di un processo creativo che trova soluzioni che sfuggono all’impianto logico. E saper trovare il tempo e lo spazio per svincolarsi dagli impianti logici è una delle capacità fondamentali di educatori e insegnanti. Il che è della massima importanza in un momento storico dove è viceversa diffusa la tendenza (falsamente rassicurante) a categorizzare, a imprimere “timbri” che – pur con la massima buona fede – non possono dar conto, descrivere e spiegare forma e natura delle vicende esistenziali individualmente vissute e che molto hanno a che fare con la dimensione emotiva. Attualmente va, per esempio, di moda la categoria del “Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA). Se il mare fosse andato a scuola, gli insegnanti prima e poi gli esperti di ogni ordine e grado, ne avrebbero convocato senz’altro i genitori: “Vostro figlio si muove sempre, non sta mai fermo”. Manifesta un evidente disturbo dell’apprendimento”. Il fenomeno e le criticità individuate, una volta che il tutto si stato imbrigliato in un’unica, pur utile (seppur semplificante) categoria descrittiva, difficilmente potranno essere affrontate in termini risolutivi. La domanda che insegnanti e educatori dovrebbero al riguardo porsi è la seguente: che cosa posso concretamente fare con i bambini o con i ragazzi che si portano sulle spalle una diagnosi di DSA? Ecco che Fellini ci viene in aiuto: nulla si sa, tutto si immagina. Immaginate, gente, immaginate. Non aver paura del sogno e dell’immaginario è la principale facoltà dell’educatore. Bisogna saper trovare soluzioni creative che sfuggano all’impianto logico.
Daniel Pennac, anch’esso invitato alla trasmissione di Gramellini alla quale facciamo riferimento, scrittore e a suo tempo insegnante, ha fatto cenno alla scuola come luogo dove la ricerca del colpevole è prassi comune e diffusa: gli insegnanti dicono che la colpa è dei genitori e degli alunni, i genitori affermano che la colpa è degli insegnanti e della scuola, gli alunni sostengono che la colpa è degli insegnanti e dei genitori. E così via, colpevolizzando a piene mai. Come uscirne? Immaginando. E arredando la propria mente di sogni. Pennac stesso riferisce di quanto importante sia annotare (non scrivere) i sogni che via via si fanno. Chi fosse per avventura arrivato a leggere queste ultime righe, provi ad annotare qualcuno dei sogni fatti e – se educatore o educatrice – chieda ai propri più giovani interlocutori di annotare (ancora: non scrivere!) i sogni che si ricordano di aver fatto. E magari, se lo desiderano, li consegnino in busta chiusa al Bar dell’UVI…
Pennac dà un ultimo e definitivo suggerimento: chi insegna dovrebbe aver un preciso obiettivo: far sì che i bambini corrano contenti a scuola e corrano via alla fine delle lezioni, contenti di andare a giocare.
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