Burkina Faso. Diario dell’ascolto e dell’azione solidale. 3 / 5: Se vuoi, chiamale Emozioni

Come ci aveva predetto il vecchio saggio dell’Epiro ( da cui non ho più notizie perché ho perso il suo n° di telefono), anche questa terza nostra avventura in Burkina volge al termine. Giovedi abbiamo salutato, lottando (come loro) contro il magone, i nostri fedeli amichetti, quelli che ogni sera prima che andassimo a cena venivano a trovarci: Soulimane ci ha donato un altro dei suoi disegni ( è bravissimo, da noi andrebbe al liceo artistico e guadagnerebbe bene nel mondo della pubblicità), Louise e Nadesh ci hanno recitato ancora una canzoncina, Bebè – alias Korgà- ci ha ringraziato col suo bellissimo sorriso per il dono della lampada a cellula solare che illuminerà la sua casetta. Soulimane ha preso in consegna le 4 lettere affrancate e col nostro indirizzo, con le quali, aiutato da Bebè, Nadesh, Aghià..ci aggiornerà ogni 3 mesi sulla loro vita scolastica: fortunatamente eravamo attesi dalle suore missionarie per la cena e il distacco dai “nostri bimbi” è stato un po’ meno triste (ma solo un poco…). Venerdi alle 7 abbiamo fatto in tempo a salutare la piccola Louise ( che da quando va alla Materna, in 4 mesi si è trasformata radicalmente: parla il francese, ed è orgogliosa di farlo, corre a recitarci quanto appreso a scuola, è sempre pulita ed in ordine, si vede che le piace andarci), la piccola Louise che come ogni mattina, andando alla Materna, si è fermata a 30 metri dal nostro alloggio, attendendo il nostro “Ciao!” per ripartire. Abbiamo aperto una grossa scatoletta per i 2 fedeli botoli, Leòbis e Poppì, , ai quali auguriamo vita più lunga di quella di Leò ( per ora non hanno il vizio di rincorrere le caprette, speriamo in bene) , abbiamo abbracciato Didier, Alain e il dottor Youssuf, e Clement ci ha riportati a Ouagadougou, nello stesso alberghetto ( l’Eau Vive) dove passammo barricati la notte del 15 gennaio 2016 ascoltando la sparatoria del massacro del “Capuccino” e dell’Hotel Splendid (34 morti): l’abbraccio delle due suorine vietnamite dell’albergo, che si ricordavano benissimo di noi e delle ore drammatiche trascorse insieme 14 mesi fa, è stato uno dei “momenti alti” di questo nostro viaggio. Infine il saluto del curè Clement , un saluto molto umano che si è concluso con un “bilfù”: un “ a presto” beneaugurante. Restati soli, ci siamo concessi un paio d’ore di riposo in camera con aria condizionata, dopo cinque notti a Yalgò con una temperatura salita in camera a 33-34 gradi senza ventilatore ( le batterie della canonica si esaurivano alle 22: quindi fino alle 3- 4 della notte nemmeno un filo d’aria!). Per finire, ci siamo visti tre film del FESPACO’, la più importante rassegna di cinema africano: in una pausa abbiamo bevuto una birra col Sergente Capo che ci aveva scortato quattro settimane fa. Domenica in taxi siamo andati rendere omaggio alla tomba di Thomas Sankarà ( il Che Guevara Africano). Al “Centre des Arts et des Artisans”, dove abbiamo fatto incetta di souvenirs , qualcuno si è ricordato che Cris ed io eravamo stati gli unici visitatori , e acquirenti, di quel sabato 16 gen. dell’anno scorso quando qualche migliaio di stranieri-bianchi invece affollava l’aeroporto per fuggire dal Burkina, assecondando così una delle mire dei terroristi del Daesh. Ed eccoci ancora una volta a casa, a tirare le somme: certo, il ricordo dello sguardo dei tanti bimbi ai quali abbiamo saputo dare solo una caramella, il ricordo delle decine di capanne visitate dove non esistono latrine e la cucina è un “angolo cottura” nel cortile formato da quattro pietre annerite che sostengono una sola pentola; il ricordo di esseri umani che percuotono i rami di spoglie acacie per far cadere foglie (spine) per le capre sottostanti, e quello di pecore, capre, asini che frugano in un terreno arido per nutrirsi: ecco, questi ricordi non si possono accantonare con la stessa facilità con cui “chiuderò” questa mail: e quando la prima botta di sonno è smaltita, riaffiorano a rendere faticoso il riaddormentarsi; MA..voglio concludere con un MA positivo: dopo 40 giorni, a Yalgò ( che ora è sfiorata da tralicci e fili della luce ai quali però non si è potuto ancora allacciare nessuno ) lasciamo “in più” un’abitazione per Yussouf, ottimo medico che sta cominciando ad arredarla affinché, dopo la nascita della figlia possa essere raggiunto da moglie e neonata; lasciamo Tambì-Faogò con un pozzo nuovo, vero; lasciamo la scuola di Yassoù con due gabinetti; lasciamo Dargò con tre famiglie impegnate nell’allevamento di pecore e montoni acquistati con il nostro microcredito; lasciamo 2 ragazzi-9 e 17 anni- con interventi e cure agli occhi che quasi sicuramente hanno salvato loro la vista; e poi 16 bimbi e bimbe ( cattolici e non) che frequenteranno almeno le Elementari grazie alle nostre adozioni; e poi c’è Souleimane , che a 12 anni ha preso per l’8° volta la Palù ( Malaria), e per la prima volta si è potuto curare ( flebo, una notte di ricovero al Dispensario, medicinali giusti..), e in 2 giorni si è ripreso bene ed è tornato a scuola; e poi c’è Bebè, la cui madre ci ha fatto da lavandaia, pagata all’”europea” per aiutarla a far riprendere alla bimba, intelligente e sensibile, la scuola interrotta (v. la mia prima : “Non è un paese per cani”); e bimbi con sandaletti nuovi ai piedi.. Basta, l’ho fatta lunga, ma il tema credo lo meritasse: e se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta. Ancora un GRAZIE di CUORE dai Burkinabè e da noi. Come direbbe (ha detto) il buon Curè Clement Banabà : Wenn nin njam barkà ( che Dio vi benedica); cui aggiungo un mio laico: Wenn nin Burkinabè barkà. Amina! ( questa è facile…).
Renato con Cristina, di ritorno da Yalgò, Burkina Fasò
PS: …e 2 asini e 6 caprette regalati.

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