REGOLE CHE CURANO. Il “metodo originale” dello psicologo Giulio Cesare Ferrari: L’efficacia terapeutica del lavoro attivo (uno spunto utile e interessante per volontari ed educatrici che gestiscono comunità infantili)

Giulio Cesare Ferrari fu uno studioso di fama internazionale, in contatto con i più celebri scienziati europei e impegnato sia nella ricerca scientifica che nell’attività clinica: già Direttore del Manicomio di Imola dal 1907 al 1924, concluse la sua carriera alla direzione dell’Ospedale psichiatrico Roncati di Bologna dal 1924 al 1932, anno in cui moriva improvvisamente. Proprio in questo istituto egli ebbe modo di mettere in pratica un esperimento tanto innovativo quanto efficace.
Per assolvere i suoi doveri professionali e risolvere le difficoltà dei pazienti, Ferrari cercò costantemente di associare allo studio teorico il buon senso e l’esperienza personale maturata sul campo: fu spesso colpito ed attratto dai fenomeni e dalle situazioni che la psicologia non poteva ancora spiegare ma che offrivano in nuce spunti audaci. Così il percorso scientifico di Ferrari fu profondamente segnato dalla convinzione che la ricerca di terapie e strumenti migliorativi per ottenere e consolidare la guarigione dei malati fosse parte integrante dell’attività clinica di uno psicologo. In sintesi, l’ospedale psichiatrico doveva diventare un vero e proprio laboratorio di psicologia sperimentale.

Regole e libertà
La determinazione delle regole, dunque del ruolo e dei compiti del personale e dei pazienti, è sicuramente uno degli aspetti più importanti e complessi che ogni direttore è costretto ad affrontare: il peso della disciplina e delle capillari regolamentazioni, volte a controllare e a dirigere la quotidianità dei frenastenici, rischiava infatti di soffocare il comprensibile bisogno di libertà, mettendo a repentaglio il delicato percorso di guarigione. Per questo era costantemente necessario un contrappeso degli spazi, fisici e mentali, che agissero in senso contrario.
Dopo tre anni di lavoro Ferrari è convinto di aver trovato un metodo originale efficace e facile da realizzare anche in altri istituti: da Andrea Verga in poi molti avevano sostenuto che il lavoro potesse essere un ottimo rimedio per la “pazzia”, ma salvo rarissime eccezioni nessuno effettivamente credeva che l’attività manuale ed intellettuale potesse essere qualcosa di più di un modo per passare il tempo, per alleviare con la distrazione le sofferenze dei malati. Forti delle difficoltà organizzative e della mancanza di studi specifici la maggior parte dei medici si rifiutava di dar vita ad esperimenti fondati sul lavoro.
Deciso a dimostrare il contrario, il 27 agosto 1927, Ferrari dette inizio ad un progetto molto particolare che, tre anni più tardi, divenne oggetto di un breve resoconto: Psicologia del lavoro. Un metodo originale di applicazione delle malate agitate al lavoro metodico ma attivo (studi psicologia applicata).
Con semplicità e chiarezza lo psicologo emiliano dichiarava di aver capito proprio grazie ad una paziente come mai in più occasioni il lavoro si era rivelato inefficace o addirittura controproducente:

Lavori indegni
«Un bel giorno una maniaca subeccitata, molto intelligente e lavoratrice, la quale aveva forse ampiamente contribuito a mandare a male i miei tentativi, mi diede la chiave del mistero osservando che solo le agitate intelligenti avrebbero potuto lavorare bene, ma esse non lo avrebbero fatto finché non fossero adibite ai lavori indegni di loro» (Ferrari, p.4).

Anche in ragione degli studi sulla psicologia del lavoro compiuti in quegli anni a fianco del figlio Carlo Alberto, Ferrari era convinto che l’impegno, la responsabilità, la fatica e le soddisfazioni che derivano da un mestiere potessero costituire un valido percorso personale per ristrutturare la psiche e predisporre il paziente al ritorno in società.
L’esperimento, svoltosi proprio nell’Ospedale psichiatrico di Roncati, fu effettuato su alcune malate dell’istituto a prescindere dal tipo di patologia e dall’età: sfruttando l’abilità di un pittore ricoverato, fece decorare alcuni locali inutilizzati del pian terreno e chiese alla submaniaca che lo aveva ispirato di cercare alcune colleghe disposte a lavorare in quello che venne immediatamente definito Il reparto del Direttore.

«Ben presto il Repartino assunse un andamento e, ancor più, un aspetto tranquillissimo, bonario, in perfetto contrasto con la confusione che regna di tanto in tanto al piano superiore, fra le agitate in letto, fra le quali purtroppo anche le mie malate andranno a dormire (non riposare) la sera» (Ferrari p. 5).

La scarsità di personale non permise di impiegare più di una infermiera per sorvegliare le donne, ma l’ambiente si rivelò immediatamente tanto favorevole da non richiedere più attenzione. Utilizzando tutta la stoffa a disposizione, le pazienti dovevano cucire lenzuola, federe e asciugamani e presto fu evidente che le malate potevano adoperare senza alcun rischio strumenti che i più avrebbero giudicato pericolosi: forbici, aghi da calza e perfino una macchina da cucire.

Gratificazioni
Dapprima l’esperimento coinvolse 18 pazienti che divennero presto 28, delle quali 10 o 12 quasi costantemente presenti: mentre al piano superiore un’infermiera ogni 4 o 5 malate faticava per tenerle tutte sotto controllo, raramente la sorvegliante del reparto addetto alla cucitura era costretta ad intervenire e ad escludere una o più lavoratrici. Al lavoro svolto da ogni singola malata veniva dato un voto da 0 a 10 che rimaneva esposto in tutto il reparto per un giorno intero. Al giudizio venivano associati dei premi: riviste, giornali e libri da leggere o addirittura la possibilità di ascoltare il fonografo e di guardare il cinematografo, mentre non era previsto alcun compenso in denaro perché a tutte doveva essere chiaro che il lavoro era, di fatto, una cura come le altre. Tuttavia, nelle rappresentazioni teatrali del manicomio o negli eventi aperti al pubblico, le lavoratrici godevano sempre di un posto d’onore, al fianco degli stessi ospiti ai quali venivano mostrati il reparto ed i suoi prodotti; ancora, gli studenti universitari del corso tenuto da Ferrari che visitavano l’ospedale si intrattenevano a lungo con le pazienti ed osservavano con attenzione i manufatti realizzati.
Le infermiere, antenne sensibilissime, erano libere di scegliere senza alcuna restrizione le malate più idonee al progetto e, all’interno del laboratorio, l’addetta al reparto cessava di essere la custode per divenire amica, sorella maggiore che non comanda ma solamente consiglia. Nessun discorso ufficiale del Direttore era rivolto all’intero gruppo delle pazienti coinvolte, proprio per far sì che la riflessione potesse essere proprietà esclusiva di ognuna di loro; nessuna parola eguagliava infatti la forza del lavoro, di quell’impegno personale che indicava la strada più efficace per la guarigione
Avere un compito prestigioso, svolto con abilità su una materia prima costosa e pregiata, conferiva al mestiere quella dignità necessaria ad avviare un processo di rigenerazione o, come scrive lo stesso autore, quella rinascita del senso di dignità delle malate.

 

Un esperimento riuscito
L’impegno verso il lavoro e verso se stessi, il senso di responsabilità, il rispetto del proprio ruolo e di quello dei colleghi diventano la concreta espressione delle regole alla base della convivenza: rafforzano le dinamiche che permettono ogni forma di socialità, sostengono l’identità personale e stabilizzano le relazioni interpersonali. Ferrari riesce con questo esperimento a non imporre le regole ma a mostrarne tutto il valore senza ricorrere ad imposizioni o discorsi. Attraverso un mestiere degno, egli sprona le sue pazienti ad un percorso attivo, a scolpire e smussare le loro menti in un ambiente protetto che le può progressivamente riavvicinare al mondo “esterno”, che le prepara al loro rientro in società.

«Le mie malate dapprima sentono confusamente e poi man mano capiscono sempre più chiaramente, di contribuire attivamente al loro proprio ordinamento mentale grazie alla sempre attiva cooperazione nostra, e perché alcune fra esse […] arrivano a notare, a miglioramento avvenuto, l’esistenza e poi a comprendere la ragione di quei piccoli, diciamo così “trucchi” di cui apprezzano finalmente il valore psicologico pratico in quanto vedono più o meno esattamente che tutte quelle “cosette” contribuiscono a far nascere , e poi a sviluppare e infine a sistemare delle inibizioni, e che su queste inibizioni si stabilisce quell’adattamento prima all’ambiente, poi agli “inconvenienti” della loro malattia (allucinazioni, idee deliranti, movimenti coatti) che debbono essere ben sopportati se si vuol vivere […]» (Ferrari pp. 12-13).

Le statistiche dimostrano il successo dell’esperimento: mentre nel resto dell’ospedale più del 50% (254 su 429) dei pazienti dimessi veniva nuovamente ricoverato, solo 7 delle 43 lavoratrici non più ospiti del manicomio erano state costrette a tornare. Senza la pretesa di aver scoperto qualcosa o di poter addurre spiegazioni scientifiche Ferrari è convinto di aver portato una prova tangibile a sostegno di un’ipotesi ragguardevole: il lavoro è curativo e l’impegno attivo e concreto dei malati conferisce alla guarigione un inedito valore aggiunto.

 

Bibliografia

Ferrari G.C. (1932). Psicologia del lavoro. Un metodo originale di applicazione delle malate agitate al lavoro metodico ma attivo (studi psicologia applicata). Bologna, Stabilimenti poligrafici riuniti.

Babini, V.P. (1996). La questione dei frenastenici. Alle origini della psicologia scientifica in Italia (1870-1910). Milano, Franco Angeli.

 

Dario De Santis

 

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