Interviste possibili: a colloquio con il dottor Kafka

Impiegato d’ordine presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni dei lavoratori del regno di Boemia.

 Grazie, dottor Kafka, per la cortesia con cui si è reso disponibile a rispondere ad alcune domande riguardanti i gruppi, l’individuo, le strutture organizzative e il lavoro umano. Ma, prima di tutto, come sta ?

« Destato, dormito, destato, dormito. Vita miserabile » (1)

È l’ascolto di se stesso che la porta a conclusioni così esistenzialmente radicali ?

« Ogni uomo porta in se stesso una camera. È un fatto di cui il nostro stesso udito ci dà conferma. Quando si cammina in fretta e si tende l’orecchio, specie di notte, quando intorno a noi tutto è silenzio, si ode, ad esempio, il tentennio di uno specchio a muro non fissato bene » (2)

Ma, più in dettaglio, le è mai capitato di ascoltare se stesso ?

« A tratti ho udito me stesso, press’a poco come il miagolio di un gattino, ma meglio che niente » (3)

 E per caso, questo “meglio che niente” le ha portato qualche conforto ?

« Alcune nuove intuizioni, su quell’essere infelice che sono, sono venute a consolarmi » (4)

Mi scusi se insisto ancora per qualche momento sul suo, personale, stato d’animo (so di essere fastidioso…) , ma è importante per proseguire in seguito il nostro ragionare intorno alle caratteristiche delle organizzazioni umane. L’osservatore fa sempre parte del fenomeno osservato (e descritto), dal che ne consegue la rilevanza dell’aver chiaro il punto di vista di colui che di questi stessi fenomeni vorrà discorrere. Dunque: come si sente ?

« Sono estremamente affaticato. Non a causa dell’ufficio, ma per gli altri miei lavori. L’ufficio vi ha una parte innocente, solo in quanto io, se non ci dovessi andare, potrei vivere tranquillamente per il mio lavoro e non dovrei passarvi ogni giorno quelle sei ore che, specialmente il venerdì e il sabato quando sono pieno delle mie cose, mi hanno torturato al punto che lei non se lo può figurare. In fin dei conti lo so benissimo: queste son tutte chiacchiere, il colpevole sono io. L’ufficio ha verso di me le più precise e giustificate esigenze. Salvo che per me ne deriva una terribile vita doppia dalla quale non c’è probabilmente altra via d’uscita che la pazzia » (5)

 

Perché, allora, non lascia l’ufficio, non si licenzia, così da potersi tranquillamente dedicare a ciò che più le sta a cuore: la letteratura ? Tra l’altro, se non ricordo male, lei tempo fa se la prese con un critico che disse di lei “Quel giovane che si occupa di letteratura”. Rispose, alquanto risentito: “Io non mi occupo di letteratura. Io sono letteratura”…

« Prescindendo dalle mie condizioni familiari, non potrei vivere con la letteratura, non fosse altro per la lentezza con cui nascono i miei lavori e per il loro carattere particolare; oltre a ciò, anche la mia salute e il mio carattere mi impediscono di dedicarmi a una vita incerta anche nel migliore dei casi. Perciò faccio l’impiegato in un istituto di assicurazioni sociali. Ora queste due professioni non si possono mai conciliare né ammettono una felicità comune. La più piccola felicità nell’una diventa una grande infelicità nell’altra» (6)

Il viaggiare, forse, potrebbe costituirsi come momentaneo antidoto alle sue infelicità. Potrebbe, forse, distrarla…Ha qualche ricordo particolarmente significativo in relazione ai viaggi fin qui fatti con i suoi amici ? (7)

« Fin da quando siamo entrati nel buco nero della stazione di Brescia dove la gente strilla come se il terreno le bruciasse sotto i piedi, ci siamo raccomandati seriamente l’un l’altro di tenerci in gruppo qualunque cosa fosse  accaduta […] Avevamo paura dell’organizzazione italiana, paura dei comitati, paura delle ferrovie alle quali “La Sentinella Bresciana” attribuiva ritardi di quattro ore. […] Con la ferrovia locale di Mantova siamo comunque giunti in circa mezz’ora all’aerodromo di Montichiari per assistere alle gare d’aviazione […] Negli intervalli tra un’esibizione aerea e l’altra, i membri della nobiltà italiana passavano lungo le tribune. Si scambiavano saluti e inchini. La gente indicava la principessa Letizia Savoia Bonaparte, la principessa Borghese, una signora attempata il cui viso ha il colore dell’uva gialla, la contessa Morosini. Marcello Borghese è con tutte le signore e con nessuna. Gabriele D’Annunzio, piccolo e debole, sgambettava apparentemente timido davanti al conte Oldofredi, una delle persone più importanti del comitato. Dalla tribuna sporgeva oltre il parapetto il volto energico di Puccini con un naso che si sarebbe potuto definire da bevitore » (8)

E da Milano vi è mai capitato di passare ?

« Milano: dimenticato la guida in un negozio. Torno indietro ed è rubata […] Nella piazza del Duomo non si vede altro che il tram che gira lento intorno al monumento di Vittorio Emanuele […] Il Duomo dà fastidio con tutte le sue guglie » (9)

Piuttosto lapidaria e negativa l’impressione che Milano le ha lasciato…Ma non voglio più importunarla con domande forse un po’ troppo personali. Veniamo alla questione per noi di ulteriore e maggior interesse: come possiamo “ascoltare l’organizzazione” ? In fondo, in tutti i suoi lavori, possiamo dire che abbia canonizzato l’occasionale, alimentandosi delle cose minute e apparentemente prive di significato, che caratterizzano lo stare insieme di uomini e donne. Al lavoro come nella vita privata. L’ascolto, dunque, di una vita che non si può non vivere, come ebbe ad annotare lei stesso…

« Non occorre che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, rèstatene tutto solo e in silenzio. Il mondo verrà da te a farsi smascherare, non può farne a meno, si voltolerà estatico ai tuoi piedi » (10)

Si tratta di un’indicazione operativa molto precisa, utile a tutti coloro che si piccano di studiare l’organizzazione,  magari esemplificandone il funzionamento con i più sofisticati modelli e con gli algoritmi più affascinanti. Ammettiamo allora di far nostro il suo suggerimento: non potremmo incorrere in qualche macroscopico errore ?

« Tutti gli errori umani sono frutto d’impazienza; l’interruzione prematura di un processo metodico, un argine apparente elevato intorno a una realtà apparente. Esistono due peccati capitali, nell’uomo, dai quali derivano tutti gli altri: impazienza e ignavia. È l’impazienza che li ha fatti cacciare dal paradiso, è per colpa dell’ignavia che non ci tornano. Ma forse non esiste che un unico peccato capitale: l’impazienza. È a causa dell’impazienza che sono stati cacciati, a causa dell’impazienza che non tornano» (11)

 Ritorniamo all’ascolto “puro e semplice” in quanto strategia di conoscenza delle “cose organizzative”. Può fornirci qualche esempio utile a sostenerne la validità metodologica ? In altre parole: come può essere descritta una determinata situazione lavorativa?

« Ieri in fabbrica. Le ragazze coi loro abiti sciolti e insopportabilmente sudici, con i capelli scarmigliati come al momento di svegliarsi, con l’espressione del viso trattenuta dall’incessante rumore delle cinghie di trasmissione e dalla singola macchina, automatica, sì, ma incalcolabile nei suoi arresti, non sono creature umane; nessuno le saluta, nessuno chiede scusa quando le urta; con un movimento del capo si indica loro dove devono intervenire; sono in sottoveste, in balia del più piccolo potere e non  hanno nemmeno abbastanza cervello tranquillo per riconoscere questo potere con sguardi e inchini e conquistarne la simpatia. Quando poi sono le sei e se lo comunicano a vicenda, si sciolgono il fazzoletto dal collo e dai capelli, si spolverano con una spazzola che fa il giro della sala ed è invocata dalle più impazienti, si mettono la gonna infilandola dalla testa, e quando alla bell’e meglio hanno le mani pulite finiscono , nonostante tutto, con l’essere donne, sanno sorridere ad onta del pallore e dei denti guasti, scrollano le membra irrigidite, non si può più urtarle, guardarle o fingere di non vederle, ci si addossa alle cassette unte per lasciar loro via libera, ci si leva il cappello quando dicono buonasera e non si sa come prenderla quando una tiene pronto il nostro pastrano per aiutarci ad infilarlo» (12)

L’esempio che ha voluto proporre sembra del tutto confermare, anticipandola, un’indicazione di metodo: un fenomeno, prima di essere spiegato, deve necessariamente essere descritto (S. Freud, 1921). Cui possiamo aggiungerne una molto più recente: un fenomeno semplice, necessita di tecniche di osservazione complesse; un fenomeno complesso, necessita di tecniche di osservazione semplici (A. Semi). L’ascolto, quindi, si propone in quanto strategia principe.

Immaginiamo ora, a conclusione del nostro colloquio, che lo specchio a muro di cui ci ha parlato all’inizio (quello appeso e non fissato bene nella camera che ognuno di noi ha al proprio interno…) assuma proprietà magiche e ci consenta di vedere qua e là spezzoni di vita organizzativa, con tutti gli abitanti che popolano i più diversi castelli aziendali. Riesce a darcene qualche idea, seppure in sintesi ? Per esempio, e se la memoria non mi inganna, intorno al 1912 lei ha ben descritto il dramma di un commesso viaggiatore, Gregor Samsa. Può ricordacene qualche passo ?

«Gregor Samsa, svegliandosi una mattina dopo sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo […] Pensava: che professione faticosa ho scelto! Ogni giorno su e giù in treno. L’affanno per gli affari è molto più intenso che in un vero e proprio ufficio, e v’è per giunta questa piaga del viaggiare, le preoccupazioni per le coincidenze dei treni, la nutrizione irregolare e cattiva; le relazioni con gli uomini poi cambiano ad ogni momento e non possono mai diventare durature né cordiali » (13)

 

Quanti lavoratori pendolari potrebbero riconoscersi ancor oggi in questa sorta di vita alle dipendenze della dittatura del tempo! Quante moderne metamorfosi da uomo a larva! Ma il discorso ci porterebbe lontano… Torniamo al tema di nostro principale interesse: la famiglia può, in un certo senso, essere anch’essa considerata a buon diritto una vera e propria “organizzazione”. Lei ha scritto (ma non spedito…) una lettera a suo padre, densa di considerazioni di grande rilevanza autobiografica. Può riferirci il passaggio in cui risulta evidente come l’esempio costituisca lo strumento di maggior efficacia didattico-pedagogica ?

«Per me, bimbo, tutto quello che mi ingiungevi era senz’altro un comandamento divino, io non lo dimenticavo mai, rimaneva per me il mezzo ideale per giudicare il mondo, innanzitutto per giudicare Te; e qui Tu fallivi completamente. Quando, bambino, mi trovavo con Te, specialmente durante i pasti, mi istruivi soprattutto sul modo di comportarsi a tavola […] Non era permesso rosicchiare le ossa, ma Tu lo facevi. L’aceto non si doveva assaggiare, ma a Te era consentito. La cosa più importante era di tagliare il pane dritto; ma che poi Tu  lo facessi con un coltello sporco di sugo era indifferente. Bisognava badare di non lasciare cadere briciole sul pavimento, ma sotto la Tua sedia ce n’era un’infinità. A tavola bisognava badare solo a nutrirsi, Tu invece Ti tagliavi e Ti pulivi le unghie, temperavi le matite, Ti frugavi nelle orecchie con uno stuzzicadenti» (14)

Predicare bene e razzolare male, una strategia gestionale che si riscontra spesso nelle aziende, nelle organizzazioni e nelle società umane. E al riguardo, come spiega che Platone (tra gli altri) esclude i poeti dal suo Stato ?

« Ciò si spiega facilmente. I poeti tentano di applicare all’uomo altri occhi, perché la realtà ne risulti modificata. Sono quindi elementi pericolosi per lo Stato poiché vogliono innovazioni, mentre lo Stato e con essi tutti i suoi devoti servitori vogliono soltanto durare a lungo» (15)

 Nel ringraziare il dottor Kafka per la sua gentilezza e soprattutto per la densità e l’efficacia descrittiva delle sue parole, ci corre l’obbligo di un commento finale, quasi una chiave di lettura dell’opera kafkiana nel suo complesso, opera mai così attuale come in questi difficili frangenti storici:

Kafka non è stato un profeta. Ha soltanto visto quel che era “là dietro”. Non sapeva che la sua visione era anche una pre-visione. Non aveva intenzione di smascherare un sistema sociale. Ha messo in luce i meccanismi che conosceva attraverso la pratica intima e micro sociale dell’uomo, non sospettando affatto che l’evoluzione ulteriore  della Storia li avrebbe messi in moto sul suo vasto palcoscenico. Lo sguardo ipnotico del potere, la ricerca disperata della propria colpa, l’esclusione e l’angoscia di essere esclusi, la condanna al conformismo, il carattere fantomatico del reale e la realtà magica della pratica amministrativa, la violazione continua della vita intima, e così via: tutti questi esperimenti che la Storia ha eseguito sull’uomo nelle sue immense provette, Kafka li ha eseguiti (qualche anno prima) nei suoi romanzi ( 16 ).

Chiunque fosse interessato alla Bibliografia, non ha che da chiedere.

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