HARRY POTTER CI INSEGNA IL VALORE DELLA DIVERSITA’. UNA RIFLESSIONE, QUANTO MAI ATTUALE, DI ALICE ARATTI.

In occasione dei 20 anni dalla prima proiezione del film “Harry Potter e la pietra filosofale”, che ha dato avvio alla famosissima saga, molte piattaforme di streaming hanno reso disponibile tutta la collezione cinematografica. Dalla visione dei film, o meglio ancora dalla lettura dei libri del celebre maghetto, si può evincere una interpretazione psicologica e pedagogica di notevole rilievo e per la quale trarremo spunto dal contributo del prof. Fabio Bocci, docente di Pedagogia e Didattica Speciale del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’università Roma Tre.

Voldemort, che incarna il male, il nemico da combattere, la forza oscura che Harry Potter e tutti i maghi buoni cercano di sconfiggere, ritiene che i maghi e i babbani (ovvero i non maghi) siano comparabili a due razze diverse di cui i primi ne rappresentano quella superiore. È con queste parole che Voldemort spiega il suo rifiuto per la razza babbana e per coloro che la sostengono e la approvano:

“Questa sera si unirà a noi la signorina Charity Burbage. Ella ritiene che i babbani non siano così diversi da noi maghi. Farebbe sì, se fosse per lei, che noi ci accoppiassimo con loro. Per lei il miscuglio di sangue dei maghi e dei babbani non è abominio ma qualcosa da incoraggiare…”

Il chiaro paragone con eventi della storia del passato viene reso esplicito altresì dal prof. Fabio Bocci. Sono riportate di seguito le sue parole all’interno del testo Harry Potter. Identità e giustizia nel riconoscimento dell’altro:

“[…] E’ noto che J. K. Rowling, la scrittrice di Harry Potter, si sia ispirata alle leggi razziali naziste del 1935 per concepire la distinzione tra purosangue, babbani e mezzosangue: ecco il sogno di Voldemort e dei Mangiamorte, suoi seguaci. Cancellare ogni differenza. Costruire un mondo abitato solo da maghi di sangue puro. E per far questo, eliminare tutti gli altri percepiti come corpo estraneo e minaccia mortale: cancro che infetta il corpo sano della comunità dei maghi purosangue”.

Non tutti però nel mondo dei maghi la pensano così, il bene riesce sempre a conservarsi intatto nell’animo umano e proprio per questo all’interno della saga vi sono numerosi episodi in cui si riconosce la manifestazione della difesa della diversità e della coltivazione della stessa come una risorsa preziosa, come qualcosa da accogliere e accettare piuttosto che da respingere con paura e odio. Eccone un esempio:

“Ron e Hermione si stavano avvicinando per vedere cosa stesse accadendo.

«Che succede?» chiese Ron a Harry. «Perché non giocate? E lui che ci fa qui?»

Guardò Malfoy, che nel frattempo stava indossando la tuta dei Serpeverde.

«Io sono il nuovo cercatore dei Serpeverde, Weasley» gli rispose il ragazzo con aria compiaciuta. «E tutti stanno ammirando i manici di scopa che mio padre ha comprato alla nostra squadra».

Ron rimase a guardare a bocca aperta i sette superbi manici di scopa che gli si paravano davanti agli occhi.

«Belli, vero?» disse Malfoy con voce suadente. «Ma non è detto che anche la squadra dei Grifondoro non riesca a mettere insieme un po’ di soldi per comprarsi delle scope nuove. Se mettete all’asta quelle vostre vecchie divise, vedrete che qualche museo pagherà per averle».

La squadra dei Serpeverde scoppiò in una risata fragorosa.

«Perlomeno, nessuno nella squadra del Grifondoro si è dovuto comprare l’ammissione» commentò Hermione aspra. «Loro sono stati scelti per il talento».

L’aria soddisfatta di Malfoy vacillò.

«Nessuno ha chiesto il tuo parere, sporca mezzosangue» buttò lì.

Harry capì subito che Malfoy doveva aver detto una cosa veramente cattiva perché le sue parole suscitarono un’istantanea ribellione. Flitt dovette tuffarsi davanti a Malfoy per impedire che Fred e George gli saltassero addosso; Alicia strillò: «Ma come osi!» e Ron affondò la mano nelle pieghe del vestito, estrasse la bacchetta magica gridando: «Questa la paghi, Malfoy!» e la puntò furibondo contro di lui.

[…]

«Ma ditemi un po’» disse Hagrid accennando con il capo a Ron, «cos’è successo?»

«Malfoy ha insultato Hermione. Dev’essere stata una cosa pesante perché tutti si sono arrabbiati» rispose Harry.

«Era pesante» disse Ron con voce roca sollevando la testa pallido e sudato. «Malfoy l’ha chiamata ‘mezzosangue’, Hagrid…». Hagrid s’indignò moltissimo.

«Ma davvero?» ruggì rivolto a Hermione.

«È proprio vero» rispose lei. «Ma non so che cosa significa. Naturalmente ho capito che era veramente offensivo…»

«Forse è la cosa più offensiva che gli poteva venire in mente» disse Ron. «’Mezzosangue’ è un insulto spregevole e significa un mago nato Babbano… voglio dire, da genitori non maghi. Alcuni – come la famiglia di Malfoy, per esempio – pensano di essere meglio di tutti perché sono quello che la gente chiama ‘puro- sangue’. Tutti quanti noi sappiamo che non fa nessuna differenza. Prendi Neville Paciock: lui è un purosangue, eppure non riesce neanche a fare star dritto un paiolo».

«Nessun purosangue è in grado di fare gli incantesimi che questa streghetta sa fare» disse Hagrid tutto orgoglioso, e a queste parole le guance di Hermione divennero di un bel rosso papavero.

«È una cosa disgustosa da dire a una persona» disse Ron asciugandosi con mano tremante il sudore che gli imperlava la fronte. «Sangue misto. Come dire sangue sporco. È roba da matti. Tanto, oggigiorno, quasi tutti i maghi sono mezzosangue. Se non avessimo sposato dei Babbani saremmo tutti estinti».”


Proviamo per un attimo a non parlare più di purosangue, babbani e mezzosangue ma di razza bianca, negri e meticci o di settentrionali e terroni, di italiani e extracomunitari sbarcati dai barconi.

Sarebbe bello far leggere nelle scuole i libri di Harry Potter, proiettare nelle aule attraverso il potente mezzo delle LIM i film della saga e dopo aver parlato di maghi e babbani parlare di quello che accade nei corridoi dei loro istituti scolastici e nei condomini, nei quartieri, in famiglia, nel mondo.

Bibliografia:

Bocci F. (2012). Harry Potter. Identità e giustizia nel riconoscimento dell’altro.

Pubblicato in: D. Iannotta & G. Martini (a cura di). Le strade del narrare. Cantalupa (TO): Effatà: (pp. 301-331). ISBN 978-88-7402-763-7

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