FOLLIA E RAGIONE IN STEVE JOBS Per una mela pallida si può delirare. Le (non) regole del successo

“La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà, è la più pericolosa di tutte le illusioni”
P. Watzlawick

 

“Siate affamati, siate folli”. Questa esortazione è passata alla storia dopo essere stata pronunciata da Steve Jobs alla fine del suo discorso alla Stanford University di Palo Alto il 12 giugno 2005. Alla sua morte, nel 2011, è stata ripresa e rilanciata come sintesi di un modello di vita (quella di Jobs) incentrato sull’essere infaticabili, creativi, sulla capacità di osare, di essere visionari, di non accontentarsi mai, di non farsi imbrigliare da regole che mortificano lo spirito d’iniziativa.
E d’altra parte si sa, i folli agiscono … fuori dalle regole. E per la verità spesso anche gli affamati.
Ad ogni modo, una frase di grande impatto soprattutto se si pensa che non è affatto contemporanea dal momento che Jobs l’ha fatta sua dopo averla letta durante il liceo, sulla rivista “Whole Earth Catalog” nel 1971.
Probabilmente, oggi come allora, quello di cui l’umanità ha sempre bisogno è allontanarsi dalla logica rassicurante del “navigare a vista” .
Anche gli anni ’70 del Novecento sono stati anni difficili ma molto diversi da quelli di oggi.
Mentre gli Stati Uniti uscivano dalla rovinosa guerra in Vietnam, l’Italia era impegnata a combattere un altro genere di “follia”, quello degli anni di piombo, del terrorismo. Ma è comunque vero che i movimenti di quegli anni sono stati caratterizzati da una forza rinnovatrice tesa alla rigenerazione che pretendeva la ridefinizione delle regole sociali.
Quanto sia possibile in questo momento, in una Italia costantemente rivolta agli errori del passato e senza alcuna visione del futuro, all’interno di organizzazioni di produzione irrigidite da anni di scelte basate quasi esclusivamente su logiche di mercato più che sulla capacità di osare, spronare i nostri giovani ad essere affamati e folli e su queste caratteristiche improntare i loro stili di leadership, mi riesce difficile dirlo.
Certo è che con Jobs pare aver funzionato. Anche se nel suo modo di interpretare la realtà, di stringere relazioni umane ancorché professionali, di motivare i collaboratori, sono presenti elementi non molto in linea con tutte quelle metodologie, quelle regole che da anni si discutono in ambito accademico, al fine di trovare dei modelli di comportamento finalizzati alla realizzazione di processi di comunicazione efficaci, in grado di farci raggiungere obiettivi individuali in linea con i contesti organizzativi e che tengano conto anche delle persone con cui si collabora. Valorizzando in tal modo concetti come: fiducia, ascolto, assertività, feedback e delega.
Prima o poi qualcuno si deciderà a studiare gli stili di leadership a partire dalle persone che le hanno interpretate piuttosto che da modelli teorici, e allora mi chiedo: personalità come quelle di Steve Jobs, dove saranno collocate?
Aveva “… la convinzione profonda e incrollabile … che le regole, per lui, non valessero …
Se la realtà non si accordava con la sua volontà, Jobs la ignorava …” E ciò valeva in qualsiasi contesto, come quando si rifiutava di mettere la targa alla sua automobile o parcheggiava nel posto degli handicappati. Poteva essere carismatico, addirittura magnetico ma anche manipolatore.
Ecco cosa pensava di Jobs uno dei manager della Apple, Jef Raskin: “ E’ un pessimo manager … Mi è sempre piaciuto, Steve, ma ho scoperto che è impossibile lavorare per lui … Manca continuamente agli appuntamenti e la cosa è talmente nota da essere diventata un tormentone … Agisce senza pensare, in maniera dissennata … Non rende il merito quando dovrebbe farlo … Spesso e volentieri, quando gli si illustra una nuova idea, la contesta immediatamente dicendo che non vale niente o addirittura che è stupida ed è stata una perdita di tempo. Basterebbe questo a fare di lui un pessimo manager, ma se l’idea è buona, comincia subito a parlarne in giro spacciandola per propria … Interrompe sempre e non ascolta”.
In linea di massima, è il pensiero espresso da tutti i collaboratori di Jobs, anche quelli che sono rimasti con lui fino alla fine e che nonostante tutto hanno intuito che insieme avrebbero avuto un posto nella storia dell’informatica. Sono coloro che sono riusciti ad accettare il suo “campo di distorsione della realtà” ovvero “un incredibile miscuglio di stile retorico carismatico, volontà indomabile e ansia di manipolare qualsiasi fatto in maniera che si adattasse all’obiettivo contingente” in pratica “un modo elegante per dire che Jobs tendeva a mentire.”
Insomma, vi piacerebbe lavorare con/per uno che urla alle riunioni e vi dà dell’imbecille sostenendo che non fate mai la cosa giusta? E, in coscienza, avreste il coraggio di proporlo come possibile stile relazionale all’interno di corsi di leadership o comunicazione? Eppure, nonostante tutto, Debi Coleman una dei membri del team Mac (e non solo lei) sostiene che “sia stata la fortuna più grande del mondo lavorare con lui”, ma probabilmente non vuol dire che sia stato facile.
Era indispensabile essere aggressivi, irritanti, egocentrici per raggiungere i successi della Apple? E come la mettiamo con lo stress e i conflitti prodotti da questi eccentrici comportamenti? Si devono considerare inevitabili e forse insignificanti incidenti di percorso? Voglio credere di no.
Ma se liquidiamo tutto ciò pensando che ci si trovi di fronte ad uno stravagante, un genio capriccioso che ha avuto fortuna, stiamo sottovalutando la questione.
Quali sono le regole che segue realmente una persona di successo? Quali sono i valori (che sono all’origine delle regole che si decide di seguire) da dare ai nostri figli perché diventino persone di successo?
Qualche volta ho l’impressione che costruiamo favole che tormentano l’evidenza e massacrano il buon senso. È inutile negare che accanto a coloro che si sono distinti per aver contribuito a migliorare l’umanità applicando regole condivise, ci sono stati altri che hanno fatto altrettanto praticando l’esatto contrario.
La verità è che le cose migliori, come purtroppo quelle peggiori, le hanno fatte coloro che le regole le conoscevano ma le hanno interpretate, aggirate o addirittura ignorate.
Forse si tratta solo di un dato di fatto e non ci resta che arrenderci alla direzione che ci impone la nostra bussola “interna”, orientandoci in una precisa direzione, anche se esistono altre strade.
Certo è che non ci si improvvisa trasgressori, bisogna imparare a non rispettare le regole. Bisogna imparare a tenere sotto controllo il senso di colpa che deriva dall’aver compiuto qualcosa che ha danneggiato noi o qualcun’ altro. Non credo affatto che tale concetto fosse presente nel vocabolario di Jobs.
Un discorso a parte va fatto per la passione con cui ha portato avanti le sue idee: essere folli senza essere pazzi, vuol dire avvolgere di passione, di energia le proprie idee e il proprio modo di promuoverle. In fondo, e a ben vedere, la ragione non è altro che follia regolamentata.
Quando nel film Shine, David Helfgott (pianista australiano) si appresta a suonare il terzo concerto per pianoforte e orchestra (Rach 3) di Sergej Rachmaninov (particolarmente difficile) l’insegnante gli suggerisce di farlo con passione cioè con la medesima intensità che deriva dal sapere che sarà l’ultima volta, come se non potesse suonarla mai più. Jobs detestava sentirsi dire “non è possibile”, “non si può fare”, vedeva nei vincoli che gli altri gli ponevano l’impossibilità di realizzare il proprio desiderio e questo non poteva accettarlo. Non esisteva una seconda occasione; doveva essere possibile subito o si sarebbe perduto per sempre.” … Si poteva piegare al proprio volere la realtà se si aveva sufficiente passione per il prodotto”.
Questo era il suo modo di pensare, quello che cercava nei suoi collaboratori: “Facevamo l’impossibile perché non ci rendevamo conto che era impossibile”. Al punto che il suo team fece stampare delle magliette con la scritta: “90 ore alla settimana e ci piace pure”.
Difficile stargli dietro. Ma in fondo questo è il tratto distintivo di tutti coloro che credono in ciò che fanno e amano confrontarsi con gli ostacoli che si presentano per avere il piacere di superarli. Nulla è altrettanto motivante di una passione che ci divora. Basti pensare a cosa siamo in grado di fare quando siamo innamorati. Ed è anche l’unico modo per essere creativi, per produrre, generare qualcosa di “nuovo e utile” per dirla alla Poincarrè. Passione e impegno.
I nostri dubbi son traditori, e ci fan perdere il bene che spesso potremmo guadagnare, pel timore di un tentativo.
I nostri dubbi senz’altro, ma ahimè, anche quelli degli altri. E nei contesti organizzativi sono veramente molti, troppi. La paura di infrangere le regole paralizza le azioni di coloro che per natura sarebbero portati a fare dei “tentativi”. Gli errori compiuti nel rispetto delle regole in qualche modo si assolvono da soli, ma gli altri sono imperdonabili!
John Lasseter (regista, tra i fondatori della Pixar, oggi direttore creativo della Pixar stessa e della Walt Disney Studios) fu licenziato dalla Disney per aver provato ad usare il computer nell’animazione (anche se in seguito è stato corteggiato a lungo nella speranza di un suo rientro).
Le motivazioni sono da sempre le stesse: è troppo costoso, non c’è ancora un retroterra culturale in grado di …, non è conforme alla politica aziendale.
George Lucas racconta che quando la Pixar fu fondata “ … facevano cose di cui nessuno capiva il valore”, mentre i collaboratori di Lasseter dicevano di lui: “crede nelle passioni e dà modo di esprimerle”.
Probabilmente Lasseter e Jobs erano destinati ad incontrarsi.
Ma allora, quali sono le regole che segue la passione? Perché è impossibile immaginare uno spazio dove ci si muova in assenza di regole, come ci si trovasse in assenza di gravità (che comunque impone le sue regole).
Cambiano in fretta, si reinventano e non lasciano spazio alla consuetudine.
La consuetudine, riuscite ad immaginare qualcosa di più statico della consuetudine? Spesso si tratta dell’ applicazione di regole non scritte che si insinuano negli interstizi della noia e della passività, lasciando una scia di insoddisfazione e di pigrizia culturale che non possono in nessun modo giovare al rinnovamento dell’organizzazione, sebbene questa stessa organizzazione non faccia nulla per eliminarla. La consuetudine, la logica del rimanere dentro uno schema che è visibile solo dall’interno ma che in realtà non esiste, tiene prigioniere le energie indispensabili per perseguire progetti innovativi. Ma per qualcuno … è così rassicurante!
Personalmente, mi piacciono le regole, mi fanno sentire in “ordine”, mi fanno credere che basti metterle in pratica per far funzionare le cose. Ed è meraviglioso. Esistono manuali pieni di regole per qualsiasi tipo di obiettivo: per far innamorare, per essere felici, per lasciare il partner, per farla franca con il capo, per vendere di più, per dormire meglio…, non ci si può sbagliare, basta seguire le regole.
Io non so se nella vostra vita hanno funzionato, nella mia mai.
Luana Congedo

 

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