La motivazione al tempo dell’incertezza

Renato Boccalari affronta e sviluppa un argomento di primaria importanza per tutti coloro che svolgono attività volontariali: quale la motivazione che li spinge a dedicare parte del proprio tempo agli altri e – in fondo – a se stessi? Il suo ragionare fornisce inoltre un utile e concreto contributo ai volontari che si fanno carico dell’assumere il ruolo di guida temporanea per i ragazzi e le ragazze ancora alla ricerca del proprio “Che fare?” in un mondo che, fino a questo momento, non è stato, nei loro confronti, particolarmente gentile.

La motivazione
La motivazione è come un fiume: nasce da una sorgente, scorre con le sue volute lungo un percorso, sfocia verso il mare.
La motivazione è come un viaggio: il bisogno o la mancanza di qualcosa la mettono in moto, il desiderio di arrivare la tiene in tensione verso il traguardo, l’arrivo alla meta agognata la rilassa e genera soddisfazione.
La motivazione è energia e scopo, sforzo e direzione, impegno e intenzione, le une senza le altre sono come una Ferrari senza pilota, la Luna senza la massa che la attrae verso la Terra.
La motivazione è movimento (lo dice la parola e l’origine latina stessa): via da qualcosa e verso qualcos’altro: via dal dolore, dal bisogno, dalla mancanza, verso il piacere, la soddisfazione, la realizzazione dei propri desideri, obiettivi, visioni, progetti.
La motivazione è azione, è fare scelte, agire con uno scopo e per realizzare uno scopo che ci sta a cuore, è l’esatto contrario dell’inazione e della pigrizia, peccato mortale così grave che Dante non mette gli ignavi nell’Inferno ma alle sue porte e gli accidiosi scontano la loro pena in Purgatorio, dove sono costretti a correre a perdifiato lungo la Cornice.
La motivazione è anche un fatto molto ma molto personale: ognuno ha le sue. Motivazioni che accendono l’animo e lo sguardo di una persona, lasciano quelli di un altro totalmente indifferenti.
La motivazione è plastica e plasmabile, nasce come motivazione intrinseca e tutta personale e istintiva a fare una certa cosa, ma siccome quella cosa può essere soddisfatta solo nella realtà e attraverso gli altri, è poi il riconoscimento, il feedback, il rinforzo e il sostegno degli altri che la indirizzano e le consentono di trasformarsi in qualcosa di utile alla persona per la sua piena realizzazione e alla società per la piena integrazione e inclusione dell’individuo.
E poi, la motivazione è anche molteplice e multiforme, può cambiare nei diversi momenti e circostanze della vita, può persino riorientarsi e adattarsi alla realtà e alle più realistiche opportunità di soddisfazione che il treno della vita passando le offre.

Il “sale” dell’incertezza
Ma se la motivazione è azione intenzionale che deve fare i conti con la realtà e che nella realtà e nel riscontro degli altri trova soddisfazione, significa anche che la motivazione deve fare i conti e convivere con l’incertezza che la realtà, con i suoi imprevisti, ci riserva e che il Vocabolario di Wikipedia definisce come “la mancanza di certezza, uno stato di conoscenza limitata in cui è impossibile descrivere esattamente lo stato esistente, i risultati futuri o più di un risultato possibile”.
Ma qual è il ruolo dell’incertezza nel percorso che porta la motivazione dalla messa in moto alla sua realizzazione?
La possiamo paragonare al sale in una pietanza: se è troppo, la pietanza ci ripugna, se troppo poco, diventa scipita e ci passa la voglia di gustarla.
Facciamo qualche esempio: un pescatore bravo quando prende le canne per andare a pesca è mosso tanto dalla visione del pesce che abbocca tanto dall’incertezza sul posto migliore, sul tipo di esca e di amo, tutte cose che dovrà scoprire e risolvere durante la giornata per fare le catture che desidera e che lo faranno divertire. Ma se gli proponete di andare a pescare in una vasca piena di pesci, dove basta buttare la lenza per tirarli su, vi dirà “no grazie, non mi diverte”.
Quando uno sciatore affronta una pista desidera pennellare le curve come sa, ma sa anche che deve fare i conti e tenere conto degli imprevisti della pista, delle cunette, del ghiaccio, della visibilità ed è questo che lo tiene concentrato e lo diverte: se la pista è troppo “azzurra” per le sue capacità, comincia ad annoiarsi; se la pista si rivela troppo “nera” e difficile per il suo livello, comincia sanamente a preoccuparsi e la motivazione e il piacere si trasformano in qualcosa di molto meno piacevole, un vero e proprio segnale di pericolo.
Insomma, l’incertezza, il mutare delle condizioni, l’imprevisto, paiono essere proprio il “condimento” indispensabile per sostenere e mantenere acceso il motore della motivazione. Curiosamente, l’incertezza ha una doppia faccia e un doppio ruolo: è nel contempo la cosa da cui fuggiamo, in cerca della nostra felicità e il miglior carburante per tener acceso il motore della motivazione. Come dice Zygmunt Bauman, “l’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine e ricerca della felicità”.
Ma cosa succede se l’incertezza supera una certa soglia? Se l’imprevisto diventa la norma? Se le condizioni e le regole abituali cadono e non si capisce più quali sono le regole e i modi per arrivare alla meta?

Motivazione e Lavoro
Le conseguenze, specialmente quando si parla di quello scopo fondante e realizzativo per ciascuno di noi che è il Lavoro, sono sotto gli occhi di tutti: si chiamano Neet , dall’acronimo inglese di “not (engaged) in education, employment or training” e purtroppo in Italia ne abbiamo il record mondiale, subito dopo il Messico. Sono molti dei nostri giovani, i né-né, quelli che né studiano né cercano lavoro, nella fascia di età tra i 20 e i 30 anni e che oggi rappresentano il 28,8% di quella popolazione. In Ue peggio di noi fa solo la Grecia (28,9%), ne abbiamo oltre il triplo della Germania (8,7%) e il doppio della Francia (13,8%).
La prima domanda che viene è “che fare” per ridare energia e speranza a questi giovani che hanno smesso di credere e costruire il proprio futuro? Ma un’altra viene subito a ruota ed è “perché” questa caduta di voglia, impegno e speranza?
Il pensiero corre alle immagini dei migranti sui barconi: quelli sì sono un esempio incredibile di motivazione. Fuggono dalla miseria e dalle guerre, affrontano viaggi pericolosi e pieni di insidie, rischiano di morire per mare o per mano di trafficanti aguzzini, spinti dalla speranza di una vita e di un futuro migliore.
La motivazione che manca a tanti, troppi dei nostri giovani è esattamente quella che muove i migranti ad affrontare rischi e incertezze inverosimili: forse il motore è proprio quello che manca e di cui vanno in cerca i secondi e che i primi hanno e danno per scontato: una vita e una sopravvivenza, magari grama e precaria, ma in qualche modo assicurata.
Ma allora, un’altra domanda sorge spontanea: per ridare motivazione, ricreare voglia di fare e di mettersi in cammino, occorre “togliere” o “aggiungere” qualcosa? È più efficace creare il bisogno e la mancanza, fino a rasentare la deprivazione, la fame e la disperazione, o dare speranza, creare senso di opportunità, offrire chance? Funziona di più creare la spinta a muoversi via da qualcosa di brutto e pericoloso o a muoversi verso qualcosa di bello ed attrattivo?
Per rispondere quindi alla domanda “che fare” mi vengono in mente quattro “mosse” e altrettanti movimenti:
• L’ascesi verso l’alto: il Nirvana Buddista
Nel Buddhismo il nirvana è il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore (duḥkha) e dal desiderio. Possiede il significato sia di ‘estinzione’ (da nir + va, cessazione del soffio, estinzione) che, secondo una diversa etimologia proposta da un commentario buddhista di scuola Theravāda, libertà dal desiderio (nir + vana).
Una risposta valida per il mondo occidentale? Guardando ad alcuni esempi di personaggi famosi convertiti al Buddismo, un dubbio viene: che la rinuncia ai desideri sia una ricetta efficace, ma solo per persone che i loro desideri e aspirazioni li hanno già realizzati e al più alto livello, come due “Top ten” nei rispettivi campi, che rispondono al nome di Richard Gere e Roberto Baggio.
Sgombrato il campo da soluzioni che non fanno parte della nostra cultura e che anzi sono all’origine non solo di culture diverse ma anche del paesaggio di poveri affamati e morti per strada, che fatalisticamente sopravvive ancora nell’India moderna, tocca trovare soluzioni più adeguate alle nostre corde.
• La discesa in campo
Piuttosto che stare fermi a bordo campo, aspettare senza far nulla che i muscoli si rattrappiscano, alzare gli occhi al cielo aspettando l’intervento della provvidenza o della fortuna, forse è meglio buttarsi nella mischia, accettare di giocare la partita, scaldare i muscoli correndo, anche a rischio di subire i colpi degli avversari. Qualche volta ti andrà male, ma solo insistendo a giocare potrai scoprire che non tutto va sempre storto, che per una porta che si chiude, a volte un’altra se ne apre. Certo, quando si sta fuori dal campo per tanto tempo, non si può pretendere di tornare subito in palla e che l’allenatore ti faccia giocare tutta la partita. Un po’ di pazienza ci vuole e anche un po’ di fiducia in se stessi, che ti farà scoprire con sorpresa che quella che ti infondi da solo, gli altri te la restituiscono con gli interessi. Ora sei in gioco perché hai saputo cambiare gioco, dall’inazione all’azione, dal “ciapa no” allo scopone, e non vuoi più smettere di giocare, con altri giocatori che adesso hanno il piacere di giocare con te.
• Il salto laterale
Ma se nonostante tutti gli sforzi non ci fanno giocare mai? Allora forse è meglio cambiare squadra, anzi, meglio addirittura cambiare gioco. Meglio mettersi in viaggio per scoprire nuove strade e territori. E a volte è proprio mettendosi in cammino che si scoprono opportunità impensabili nella realtà e risorse insospettabili dentro di noi. E’ l’approccio dell’esploratore, che non si muove né verso l’alto né verso il basso, ma ad allargare gli orizzonti, ad ampliare la sfera delle esperienze e delle cose conosciute. Per partire dagli esempi più famosi, pensiamo a Cristoforo Colombo, che s’imbatté nell’America essendosi messo in viaggio per raggiungere le Indie. Per arrivare a tutti quei giovani che, invece di stare fermi ad aspettare, hanno il coraggio di mettersi in marcia, di cercare in altri paesi, in altri lavori, con altre persone, la chiave della loro realizzazione, anche se sovente diversa da quella che avevano sempre sognato. Sì, perché il bello del “salto laterale” sta proprio qui. Sembra la rinuncia alla meta desiderata, un po’ come negli scacchi la mossa del cavallo, ma ti ci porta proprio grazie alla rinuncia a insistere ad arrivarci per la via più diritta e conosciuta.
• Il ritorno a ciò che ci piace fare di più
Pochi giorni fa ho incontrato di nuovo il figlio di nostri amici che non vedevo da tempo, un ragazzo con una storia particolare, adottato in un paese sudamericano quando aveva già cinque anni, cresciuto in Italia, pieno di talento per il disegno e per la musica ma laureato alla Bocconi perché pareva, a lui e alla famiglia, una scelta più sicura. Ma alla terza esperienza di lavoro non proprio esaltante, ha preso una decisione che mi ha testualmente spiegato così: “se devo continuare a vivere con questi lavori precari, allora preferisco fare quello che più mi piace”, e si è messo a fare il musicista di strada. Può sembrare una scelta opinabile e rischiosa, specie se pensiamo a questo ragazzo fra trent’anni e divenuto anziano, ma è una scelta forte perché ha il coraggio di chi sa guardarsi dentro, interrogarsi su che cosa si vuol veramente essere e fare e di abbracciare in pieno, senza riserve, il tesoro di quella certezza. Li chiamano musicisti che suonano “a cappello”, per il copricapo usato per raccogliere le offerte dei passanti, ma forse pensando a loro e alla loro scelta dovremmo più semplicemente dire: “chapeau” al loro coraggio e alla loro passione.

In conclusione:
Ogni azione, ogni movimento, che sia verso l’alto o verso il basso, di lato o verso sé stessi e le proprie passioni più vere e genuine, è pur sempre meglio dell’inazione, così come Freud diceva che l’uomo cerca l’amore, soffre per l’odio, ma la cosa che assolutamente non può sopportare è l’indifferenza, perché è la cosa più vicina alla morte dell’anima. [E, lo ripetiamo spesso citando Giuseppe Ungaretti, «Nessuna violenza supera quella che ha aspetti silenziosi e freddi», NdR]
L’importante è sentirsi come il Cavaliere Max von Sidow nel Settimo Sigillo di Bergman, mentre gioca a scacchi con la Morte, sapendo che finché la teniamo di fronte a noi non può ancora gettare la sua ombra sulla nostra anima e su quelli a cui vogliamo bene.

Renato Boccalari

 

 

 

 

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