STEFANIA VACCARINO DISCORRE DELLE MODALITÀ PER CONTRASTARE FOLLIA E STRAGI, INDIVIDUANDO NEI PROTOCOLLI EDUCATIVI UVI EFFICACI PARAMETRI DI RIFERIMENTO OPERATIVO.

25 marzo 2022, una data che rimarrà tristemente famosa in America e nel mondo. Ricorderà per sempre il giorno in cui la follia di un ragazzino appena diciottenne prende il sopravvento a Uvalde, nel Texas, provocando una sparatoria in una scuola elementare. Ora vi chiederete: perché riflettere su un tema come le sparatorie a scuola? Io credo che ci possano essere delle analogie interessanti tra quanto avvenuto negli USA e il tema proposto nel precedente articolo, riguardo agli interventi educativi in carcere.

Il profilo psicologico

Andando a leggere (anche solo su Wikipedia) le tristi storie delle sparatorie negli USA, noteremo una cosa molto interessante: quasi tutti gli autori delle stragi a scuola hanno dei punti in comune dal punto di vista psicologico.

In particolare:

  • Vengono da un contesto socio-familiare degradato (per esempio si nota la presenza di genitori con problemi di dipendenza da alcol/sostanze stupefacenti, violenza tra le mura domestiche, incuria, etc.)
  • Presenza di problemi psicologici e/o psichiatrici (spesso trascurati e non curati come meriterebbero) 
  • Facile accesso alle armi
  • Assenza di una rete sociale intorno alla persona (spesso è isolata, senza amici e senza adulti positivi di riferimento).

In riferimento a quanto accaduto a Uvalde, molto profonda e interessante risulta essere la riflessione che l’associazione AI.BI riporta nel suo blog: “Salvador Ramos (autore della strage, ndr) da bambino bullizzato a giovane violento.

Il pensiero che affiora alla mente è come sia possibile che un giovanissimo, non ancora uomo, un ragazzino di 18 anni possa decidere di imbracciare un fucile per porre fine alla vita di 21 persone innocenti e terminare in quel terribile modo anche la propria esistenza.

Più passa il tempo, più trapelano informazioni sul giovane killer. Si cerca di scandagliare il suo passato, la sua vita, alla ricerca della scintilla che può aver dato vita a questa assurda strage degli innocenti.

Ecco allora che sul Corriere della Sera, si scopre che Salvador Ramos aveva frequentato la stessa scuola elementare dov’è tornato per compiere la strage. Del difficile rapporto con la madre, che sembrerebbe fare “uso di droghe”. Del fatto che a scuola, da bambino, venisse bullizzato dai compagni perché balbuziente. Un ragazzo che nel corso del tempo è divenuto sempre più solitario e sempre più violento.

E allora, ci viene da pensare: e se Salvador Ramos nel cammino della sua giovane vita avesse trovato qualcuno che l’avesse aiutato a uscire dal suo guscio di solitudine e di fragilità? Se avesse trovato una mano tesa pronta ad aiutarlo nei giorni in cui era bullizzato dai suoi compagni per le sue vulnerabilità? Attenzione, è lontano mille anni luce da noi tentare di comprendere il suo folle atto o di trovare una giustificazione alla sua orribile azione. Ma solo se fosse accaduto, che qualcuno avesse tentato di squarciare quel terribile velo di solitudine, rancore e violenza, magari, 21 vite sarebbero ancora al mondo, in cammino verso il loro futuro. Anzi 22. 

Riflessioni finali 

I ragazzi con problemi penali hanno tratti psico-sociologici simili a quelli dei riportati in precedenza. Spesso sono ragazzi soli, cresciuti in ambienti molto difficili e che, purtroppo, non hanno avuto la fortuna di incontrare i mentori che avrebbero dovuto seguirli nel loro percorso di formazione. 

È vitale interrompere la spirale di incuria e violenza che impedisce a questi ragazzi di affacciarsi alla vita in modo costruttivo, di diventare padroni del proprio destino e di sviluppare i propri talenti. In quest’ottica, l’impegno psicopedagogico e educativo di UVI ha dimostrato e dimostra una certa efficacia per contrastare fenomeni di violenza “agiti” da poco più che bambini (vedi il caso cui abbiamo fatto riferimento in apertura della conversazione). Come si è accennato nell’articolo pubblicato sul Blog lo scorso 29 maggio (“Uno come tanti…”)   gli sforzi fatti dalle educatrici, dai volontari e dai tirocinanti in UVI per sviluppare una sorta di “cultura del rispetto” – di se stessi e degli altri – hanno consentito di mettere a fuoco linee programmatiche inerenti  dimensioni esistenziali che – di norma – non rientrano nei protocolli operativi dell’Associazione: come si vive, si spera e si soffre all’interno dei cosiddetti “Istituti di pena”.    

Raggiungere questi ragazzi e provare ad aiutarli a invertire una rotta che (sembra in apparenza) già scritta, è una grande sfida che ci coinvolge tutti, con la consapevolezza che basterebbe anche solo raggiungere uno di questi piccoli per cambiare completamente la vita di tanti. È la sfida di poter ribadire, ancora una volta: “Se la vita non mi aiuta, sarò io ad aiutare la vita”. 

STEFANIA VACCARINO

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